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podcast

Le Figlie della Repubblica - Stagione 2

#Episodio 4

Rosa Giolitti racconta il padre Antonio

SINOSSI

Rosa Giolitti racconta il padre Antonio nelle sue molte sfaccettature. Dalla scelta di andare controcorrente, aderendo al Partito Comunista pur appartenendo alla famiglia italiana liberale per eccellenza fino all’impegno nel cuore delle istituzioni europee.
Una vita da protagonista della sinistra italiana del secondo dopoguerra, vissuta con il coraggio delle proprie idee. Un coraggio che pagò a caro prezzo e che gli altri – tra cui il presidente emerito Napolitano – gli riconobbero solo a distanza di decenni.


BIOGRAFIA

Antonio Giolitti (Roma, 12 febbraio 1915 – Roma, 8 febbraio 2010) – uomo politico, ministro, commissario europeo

Proveniente da un contesto familiare borghese di profonda cultura liberale e attitudini risorgimentali – il nonno era Giovanni Giolitti – che gli consentirà di formarsi fuori dagli schemi della propaganda e dalla retorica del fascismo, Giolitti nutrirà fin da giovanissimo la passione per lo studio e la filosofia del diritto. Si laureò in Diritto civile presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma nel 1937 avviando i primi contatti con gli ambienti clandestini del comunismo italiano, inteso quale unica forza in grado di opporsi concretamente a fascismo e nazismo.

Nei primi anni di guerra, lavorò presso il Ministero dell’Educazione nazionale fino all’arresto, nell’ottobre 1942, per attività eversiva. Rilasciato, riprese la sua attività intellettuale, approfondendo lo studio del pensiero marxista e dando avvio alla militanza nel Partito comunista italiano. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, prese attivamente parte alla Resistenza collaborando alla costituzione della brigata partigiana “Garibaldi” e rimanendo ferito in azioni di guerriglia. Con la liberazione, fu eletto all’Assemblea costituente nel giugno 1946 e deputato nell’aprile 1948 per il Pci.

Nel secondo dopoguerra si consolidò anche la collaborazione con la casa editrice Einaudi, per cui seguì la pubblicazione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, aprendosi alla letteratura economica americana del New deal e alla teoria economica di John Maynard Keynes, cosa che contribuirà ad allargare i suoi orizzonti. Se infatti nel 1948 si era opposto al piano Marshall, seguendo la linea del partito, due anni più tardi seguì da vicino la preparazione del piano del lavoro elaborato dalla Cgil di Giuseppe Di Vittorio, i cui contenuti furono duramente criticati da Togliatti.

Dopo la denuncia da parte di Chruščëv dei crimini di Stalin e in polemica con la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, avvenuta nell’autunno del 1956, Giolitti sancì infine la sua rottura con il Pci e l’approdo al Partito Socialista Italiano (Psi). L’avvio de centro-sinistra lo vide così tra le personalità socialiste impegnate nel primo governo Moro (1963-64), promotore della programmazione economica e delle cosiddette “riforme di struttura” – ad esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica – insieme al socialista Riccardo Lombardi e al repubblicano Ugo La Malfa. Questa prima esperienza di governo si concluse rapidamente quando il declino della crescita economica e i timori della Dc per gli eccessi riformistici socialisti condussero alla sua sconfitta e all’allontanamento dall’esecutivo.

Nella prima metà degli anni Settanta, Giolitti tornò a ricoprire la carica di ministro del Bilancio (1970-72 e 1973-74) in una fase di grandi difficoltà per il paese, caratterizzata dall’instabilità economica e dal conflitto sociale, che lo condusse a un aspro confronto con il governatore della Banca d’Italia Guido Carli ma soprattutto con lo stesso La Malfa per la scelta delle politiche necessarie a stabilizzare il paese.

Il percorso politico di Giolitti nella seconda metà degli anni Settanta è caratterizzato dalla battaglia, all’interno del Psi, a favore della cosiddetta “alternativa di sinistra”, in opposizione alla dinamica consociativa avviata con la stagione della solidarietà nazionale guidata da Moro e da Berlinguer.

Nel maggio del 1977 il governo italiano lo indicò come membro della Commissione europea, dove fino al 1984 ricoprì l’incarico di commissario alla politica regionale. A Bruxelles, Giolitti prese progressivamente le distanze dalla scena politica italiana e dal Psi, manifestando la posizione sempre più scopertamente contraria all’azione di Craxi, criticandone la politica di alleanza irreversibile con la Dc.

Alle elezioni politiche del giugno 1987 Giolitti fu eletto Senatore come indipendente nelle liste del PCI, battendosi per un rinnovamento della sinistra e un suo approdo ‘socialdemocratico’. Vi sono anche dibattiti e scritti di cui il contributo più compiuto si trova in Lettere a Marta, pubblicate a Bologna dalla casa editrice il Mulino nel 1992.


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