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podcast

Le Figlie della Repubblica - Stagione 2

#Episodio 5

Marina Fanfani racconta il padre Amintore

SINOSSI

“Amintore Fanfani è diventato Amintore Fanfani anche grazie a sua madre”, dice la figlia Marina nella puntata che chiude la seconda stagione di “Le Figlie della Repubblica”. Giovane professore della Cattolica di padre Agostino Gemelli, entra in politica su invito di De Gasperi che ne intuisce il potenziale. Marina ricorda divertita un aneddoto curioso del primo incontro tra il padre Amintore e De Gasperi.


BIOGRAFIA

Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) – uomo politico, più volte segretario della Democrazia cristiana e ministro, presidente del Consiglio dei ministri e presidente del Senato.

Nato nel 1908 nella provincia aretina, Fanfani crebbe in un contesto familiare piccolo borghese, di fede cattolica e di ideali affini al Partito popolare italiano (Ppi), di cui il padre Giuseppe era esponente locale. Membro dell’Azione cattolica sin dagli studi liceali e, in seguito, della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), si iscrisse all’Università cattolica del sacro cuore, a Milano, dove si laureò in Scienze economiche e sociali nel 1930, avviandosi verso un brillante percorso accademico ed intellettuale.

Chiamato alle armi dopo l’armistizio, fu costretto a lasciare l’Italia, rifugiandosi in Svizzera dal settembre 1943 al luglio 1945. Fu in questo contesto che Fanfani maturò definitivamente il distacco dal fascismo e l’avvicinamento alla Democrazia cristiana, sollecitato da Giuseppe Dossetti. I contatti e le collaborazioni con la Dc si intensificano progressivamente e Fanfani entrò così a far parte degli organi direttivi del partito.

Nel giugno 1946 fu eletto all’Assemblea costituente, dove ricoprì un ruolo di notevole peso: al suo contributo, insieme a quello di Dossetti, Moro e Togliatti, si attribuisce l’elaborazione del primo articolo della Costituzione, nel suo concetto di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Dapprima esponente della corrente dossettiana, Fanfani si avvicinò poi nei primi anni Cinquanta ad Alcide De Gasperi. Frattanto, erano iniziate le prime esperienze ministeriali nei governi De Gasperi e Pella, come titolare dei dicasteri del Lavoro, dell’Agricoltura e, infine, dell’Interno.

Con la fine del centrismo degasperiano, Fanfani era ormai ritenuto l’esponente più autorevole ad assumere la guida del partito. Nel 1954 fu eletto segretario nazionale, carica che mantenne fino al gennaio 1959. Erano quelli anni di intenso sviluppo economico e di profonde trasformazioni sociali, gli anni del “boom economico”, durante i quali si pose assieme a Moro come interlocutore del Psi di Pietro Nenni, preparando la stagione del centro-sinistra.

Tra il 1958 e il 1963 fu per tre volte presidente del Consiglio dei ministri, salvo due brevi interruzioni dovute ai governi Segni e Tambroni. Il suo quarto governo, varato nel 1962, godette dell’appoggio esterno dei socialisti, dando vita alla fase di più intense riforme del centro-sinistra, culminate con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riforma della scuola media.

Lasciata la presidenza del Consiglio a Moro, Fanfani si qualificò sul versante della politica internazionale divenendo ministro degli Esteri e, nel 1965, presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: ad oggi, l’unico italiano ad aver ricoperto questa carica.

Le mobilitazioni collettive e l’emergere della conflittualità sociale nel paese lo spinsero si posizioni più moderate. Tornato alla segreteria della Dc nel 1973, assunse attitudini più conservatrici, che trovarono emblematica espressione nella posizione antidivorzista in occasione del referendum abrogativo della legge sul divorzio, il cui esito segnò la sua grave sconfitta. Scosso dal rapimento di Moro, si mostrò disponibile alla trattativa, senza, tuttavia, scontrarsi con il cosiddetto “fronte della fermezza”.

La sua carriera politica si concluse con due elezioni alla Presidenza del Senato e con la guida di due brevi governi di transizione, che corrisposero al suo quinto e sesto mandato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ancora ministro con Goria e De Mita, Fanfani assistette all’inizio degli anni Novanta alla crisi finale della Dc, che sancì assieme all’epilogo della Prima Repubblica anche la fine del suo percorso politico.

TRASCRIZIONE PODCAST

Io dico che Amintore Fanfani è diventato Amintore Fanfani anche grazie alla sua mamma, che era una calabrese, si chiamava Anita, una donna con un polso di ferro. Il papà è nato nel 1908, Nel ‘15 è scoppiata la guerra quindi il papà aveva 7 anni, il mio nonno è andato in guerra, quel giorno mia nonna ha detto “Amintore tu sei il capo di casa da oggi ti metti a sera a tavola al posto del babbo e quando torni da scuola- faceva la seconda elementare- comprerai il giornale, lo leggi poi vieni a tavola e ai tuoi fratelli tu racconti la guerra”, perché la nonna c’aveva sempre detto “perché il vostro babbo sapeva leggere benissimo, non c’era motivo che lui non leggesse il giornale e lo spiegasse a noi”. Questo a un bambino di 7 anni, cioè vuol dire forse di essere prepotente, certamente, forse sì, anche questo, ma l’imprinting lo ha dato sua madre.

Le figlie della Repubblica è il podcast della Fondazione De Gasperi realizzato in collaborazione con il Corriere della Sera con il contributo di Fondazione Cariplo e il sostegno di Poste Italiane. Un racconto molto speciale delle grandi figure che hanno costruito la nostra Repubblica in una serie di ritratti intimi e familiari attraverso gli occhi e le memorie delle loro figlie. Sono Alessandro Banfi e in questa puntata raccontiamo Amintore Fanfani attraverso i ricordi di sua figlia Marina, classe 1944. Fanfani è stato tra i politici che hanno avuto un grande impatto sulla vita sociale del paese: due volte segretario della DC, sei volte ministro, cinque volte Presidente del Consiglio. Noto per il carattere spigoloso e poco diplomatico ottiene giovanissimo la cattedra di storia economica presso l’Università Cattolica nel 1936, affermandosi subito come studioso riconosciuto e autorevole che cerca una terza via tra capitalismo e socialismo. 

È nato a Milano e si è iscritto all’università Cattolica, come rettore c’era Padre Gemelli che ha subito cominciato ad apprezzare il papà e come colleghi professori c’erano La Pira e Dossetti. Si è formato immediatamente una grande amicizia perché tutte e tre avevano una fede profonda. Quindi anche Padre Gemelli vedeva in questi tre giovani professorini, infatti li chiamavano i professorini, delle persone speciali ed è stato proprio Dossetti a parlare a De Gasperi “guardi che c’è un professore secondo me è molto intelligente”. A un certo punto De Gasperi fa chiamare mio padre e lo convoca a Roma per il 22 aprile 1939. Il papà non fa una piega dice “senz’altro io ci sarò”, si doveva sposare il papà, quindi torna a casa e dice a mia madre “Bianca Rosa allora noi dobbiamo fare un piccolo cambiamento il ricevimento di nozze lo facciamo il 21 aprile sera noi ci sposiamo tu e io da soli con i testimoni il 22 aprile alle 6 e mezza di mattina perché alle 8:00 si prende il treno perché io sono convocato a Roma”. Mia madre non era per niente felice, ciò non di meno ha fatto il ricevimento il 21 sera il 22 da soli, alle 6 e mezza di mattina si sono sposati  e hanno preso il treno. Il papà ha portato la mamma in albergo ed è andato da De Gasperi. De Gasperi gli dice “professore ho sentito dire che lei si sta per sposare”. Il papà dice “no io mi sono già sposato a Milano alle 6” e poi gli aveva detto pure “insomma sua moglie dov’è?” “in albergo che mi aspetta”. “Allora vada da sua moglie” disse e gli ha mandato una bottiglia di champagne e la mamma piangeva perché giustamente come inizio di matrimonio ha capito subito quale sarebbe stata la sua vita. il primo incontro tra il papà e la mamma è stato bello inconsueto e sempre particolare. Il papà insegnava alla Cattolica ed era allievo di mio padre, uno dei fratelli della mia mamma. Erano quattro fratelli, due maschi e due femmine, rimasti orfani di padre molto giovani. Lo zio Giampiero che era facilmente riconoscibile perché è alto un metro e novanta, andava all’università con la mia mamma che era piccolina, un metro e sessanta. Ma andavano sempre insieme, stava sempre con questa signorina, mio padre così racconta, gli è piaciuta subito la mamma benché non fosse bella quindi un giorno c’era questo allievo e dice “Ma chi è quella signorina che viene e mia sorella che fa invece lingue straniere” e lui “senta scusi io ho un biglietto da mandare a sua sorella Bianca Rosa”, la mamma prende la lettera là poi c’era scritto “Ti vedo compagna della mia vita”, la mamma che era fidanzata ha detto “ma Giampiero ma di che stai parlando ma chi te l’ha detto ma il professore, ma figurati, io sono fidanzata ma che volete da me”. Tutte e due casualmente frequentavano padre Caresana il parroco di una chiesa di Milano. Il papà è andato subito col parroco, il padre ha organizzato un incontro, da lui sono stati un’ora e la mamma diceva “lei sa che io sono fidanzata” “sì va bene però non si sa mai”. Usciti da padre Caresana il papà ha preso la mamma per mano e le ha detto “Bianca Rosa sei contenta?” “di che cosa” “che ci sposeremo”. La mamma si è messa a ridere insomma che cosa stai dicendo… insomma si sono sposati. Inizio pazzesco, non era previsto che lui volesse sposarsi. 

Nonostante la carriera universitaria lo spinga a posizioni concilianti con il regime, con l’armistizio dell’ 8 settembre del ’43 Fanfani fugge in Svizzera per non doversi arruolare nell’esercito della Repubblica di Salò e subito organizza corsi di varie materie economico sociali per gli italiani espatriati. La moglie ripara invece a Viggiù in provincia di Varese con due figlie piccole di due e tre anni e già incinta di Marina che nasce nell’aprile del 44. Matura definitivamente il distacco dal fascismo e si avvicina alla Democrazia Cristiana grazie a Giuseppe Dossetti, carismatico leader della sinistra interna democristiana con cui i contatti erano stati avviati fin dal ‘41.

Mentre ci raccontava della sua desolazione quando era in Svizzera ci ha raccontato poco del fascismo, pochissimo del fascismo, fondamentalmente ritengo che mio padre fosse antifascista ma prima ancora del ‘36 era stato già incaricato prima a Venezia ca’ Foscari il papà insegnava che aveva 32 anni ma non credo che si potesse insegnare all’università se in qualche modo non si dava un’immagine di essere favorevole al fascismo. Il papà non lo aveva nella sua natura, ma il comportamento, ripeto che non ci ha mai raccontato, io Io penso, io immagino che papà avesse aderito al fascismo perché sennò non saliva in cattedra. Quando va in Svizzera aveva dei suoi commilitoni, dei soldati come lui quindi, li ha messi tutti a studiare economia, due, tre, poi hanno fatto economia e commercio e dopo diventati professori economici come il papà. Mamma racconta sempre “la grande delusione che gli hai dato al papà” perché quando siamo andati tutti a prenderlo alla stazione le mie sorelle di un anno e mezzo, una sorella 3 e mezzo e alle 5:30 hanno baciato il papà e io quando la mamma dice “Marina questo è il tuo papà” io ho risposto “No papà è sul comodino, quello piccolo sul comodino”: la mamma aveva una fotografia sul comodino e diceva “questo è il nostro papà”, per cui mio padre delusissimo che sua figlia non la aveva ancora mai vista io dicevo “è quello piccolo sul comodino”.

Grazie alla stima di Dossetti e sollecitato anche dal Papa Francesco collabora con l’ufficio studi propaganda e stampa della DC ed entra negli organi direttivi del partito. Nel giugno del ‘46 eletto nell’assemblea Costituente nella quale un ruolo cruciale infatti è attribuito al suo intervento insieme a quello di Dossetti, Moro e Togliatti la formulazione finale del primo articolo della Costituzione, nel suo concetto di Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Il papà ci ha sempre raccontato che il primo articolo della Costituzione è dovuto a lui perché volevano che il primo articolo della Costituzione fosse “l’Italia una repubblica democratica fondata sui lavoratori”, papà non ha mai voluto, riteneva che sì i lavoratori sono importanti ma altrettanto importante è l’impresa. Infatti su questo avevano divergenze con Dossetti. Dossetti che era religioso, portato al Sociale della ragione è uguaglianza il capitalismo è il diavolo invece il papà da studioso universitario di storia economica vedeva l’importanza dell’impresa quindi si è battuto a lungo e poi ha ottenuto che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” e non sui lavoratori perché lavoro ha l’accezione più ampia che comprende sia il lavoro che il datore di lavoro senza il quale non si può far nulla non sente un concetto solo religioso, aveva paura che la Democrazia Cristiana in qualche modo facesse l’occhietto al capitalismo. Il papà diceva “No il capitalismo ci deve essere riformato”. Il papà aveva un senso religioso quindi era molto attento ai poveri e ai bisognosi, ma non si dimenticava mai che perché il povero fosse tolto dall’indigenza doveva andare a lavorare e quindi ci doveva essere un’impresa.

Nella Costituente Fanfani, uno dei principali esponenti della corrente dossettiana dalla quale si allontanerà tra il ‘51 e il ‘52, si avvicina a De Gasperi e diventa figura di spicco e leader della corrente di iniziativa Democratica, si trasferisce a Roma con la famiglia e mentre aumentano i figli nascono Alberto, Benedetta, Giorgio e Cecilia e cominciano le prime esperienze nei vari governi De Gasperi e Pella come ministro del lavoro dell’Agricoltura e degli Interni. Con la morte di De Gasperi nel ‘54 si avverte la fine di un’epoca, quella della ricostruzione e la premessa di un’altra, quella del boom economico, un’epoca che vede Fanfani protagonista

Il papà, e io di questo sono veramente fiera, è stato ministro del lavoro e ha fatto il piano case per tutti i lavoratori, è diventato ministro dell’agricoltura e io lì anche ero molto piccola perché avevo 7 anni, siccome l’Italia e i boschi erano stati distrutti durante la guerra dei bombardamenti, ha fatto una legge in base alla quale tutti i bambini di prima elementare dovessero essere portati dalla scuola in un’area vicino alla metropoli dove trovavano un buco, una pianta che dava il comune a ogni bambino, e fisicamente il bambino piantava, io c’ho le mie foto mentre piantavo un albero.

Nel ‘54 viene eletto alla guida del partito e la manterrà fino al ‘60 lavorando per tagliare le vecchie radici notabilari e per costruire un vero partito di massa capace di farsi promotore della democrazia, specie nelle aree depresse e nel mezzogiorno. Sotto Fanfani inizia anche la cosiddetta occupazione dello stato da parte della DC. Come segretario introduce i suoi uomini negli enti chiamati a rilanciare il ruolo pubblico nell’economia a cominciare dalle industrie pubbliche dell’Iri e fino al rapporto con l’ENI di Enrico Mattei. Per governare le profonde trasformazioni del cosiddetto “Boom economico” ‘58-’63 apre assieme ad Aldo Moro la stagione del centro-sinistra coinvolgendo il PSI nel governo dopo che il partito di Nenni si era distaccato dall’URSS a seguito dei fatti di Ungheria del 56.

Il papà è il primo che ha pensato un centro-sinistra perché voleva che ci fosse occupazione per tutti, ma voleva che ci fosse anche l’azienda, l’attività. È stato molto attento che ci fosse una giusta redistribuzione degli utili, non deve essere preso per un uomo di sinistra o di destra o di centro, il papà era un uomo che credeva all’impresa, credeva nella meritocrazia ma cercava di organizzare la vita politica in modo che ci fosse una redistribuzione migliore degli utili. Però non dimenticava mai che senza impresa non si ha lavoro. Faceva delle sedute fiume, io me lo ricordo, con i sindacati non mangiava, non beveva, non fumava, ma resisteva perché era granitico, aveva la voglia di vincere con le sue idee e la propria potenza, forse troppo ecco, perché il papà non era amato, se lei pensa che non c’è una strada che si chiamava “Fanfani”. Era puntualissimo: se lui lavorava e aveva un appuntamento alle 3:05 lei arrivava alle tre e sei non la faceva rientrare, l’appuntamento dalle 3:05  e dicevano “ma c’era traffico” e lui “dovevi uscire prima non mi interessa un minuto”, non entravano eh, quindi tutti tremavano, arrivavano mezz’ora prima.

All’apice del successo politico, segretario, diventa nel ’59 anche presidente del Consiglio, questo enorme peso politico, il suo carattere ruvido, creano una spaccatura nella maggioranza della DC e nel ‘59 viene messo in minoranza dalla corrente dei dorotei che eleggono Aldo Moro alla segreteria.

Non era arrabbiato, era amareggiato, perché capiva che non si poteva fidare di nessuno, diceva “sono tutte carogne” questo me lo ricordo “sono tutti carogne sono tutte carogne e non ci si può fidare di nessuno” poi non si faceva l’autocritica sapendo che un carattere troppo difficile va bene questo non lo faceva e noi non glielo potevamo certo dire però era amareggiato perché lui credeva veramente in quello che faceva e nelle direttive che voleva portare avanti. Lui ci credeva e veramente ci credeva nonostante le dimissioni da segretario.

Il 1960 è un momento cruciale per Fanfani, a luglio diventa per la terza volta presidente del consiglio con un governo a guida democristiana che prevede la partecipazione dei partiti centristi e l’astensione dei socialisti, è il famoso governo delle “convergenze parallele” tra la DC di Fanfani e di Moro e il PSI di Nenni. Fanfani riesce a realizzare una serie di riforme per governare il grande sviluppo di quegli anni: la nazionalizzazione dell’energia con la creazione dell’Enel, l’avvio di opere pubbliche come l’Autostrada del Sole e l’istituzione della scuola media unica. Sulla scena internazionale nell’ottobre ‘62 Fanfani è un ruolo cruciale nei tredici giorni della crisi missilistica a Cuba tra gli Stati Uniti di Kennedy e l’Unione Sovietica di Krushev. Favorisce una soluzione della crisi che passa anche dal disarmo delle testate missilistiche nucleari nelle basi italiane.

Ci ha sempre raccontato, io non lo so, devo dire la verità, non ho indagato, che se non ci fosse stata la sua mediazione sarebbe scoppiata una guerra. Allora c’erano delle basi americane in Puglia, i russi volevano che venissero tolte queste basi americane, Kennedy non voleva che ci fosse Russia a Cuba quindi bisognava trovare un compromesso. Il papà questo, me lo ricordo bene, aveva mandato Ettore Bernabei, era presidente della RAI, Ma questo perché era molto amico del papà a dire che l’Italia chiedeva l’America che quindi sono tolti i missili dalle Puglie, Kennedy rispondeva sì sì se i russi tolgono i loro da Cuba. Non dico che esclusivamente dal papà sia stata fatta ma certamente è stata una forte influenza del papà per evitare la terza guerra mondiale. Questo me lo ricordo con sicurezza perché il papà ce lo raccontava spesso, adesso poi se fosse stato solo merito suo o anche merito suo non si sa mai nella vita, ecco, perché ci sono tante concatenazioni di eventi.

La stagione riformista finisce nel ‘63 con un deludente risultato elettorale. Nel ‘65 diventa ministro degli esteri dei governi Moro e presidente dell’assemblea delle Nazioni Unite, unico italiano da allora. Fanfani segue un profilo di politica estera che prenderà il nome di “neo attualismo”, mantiene buoni rapporti con gli alleati occidentali aprendo al tempo stesso una collaborazione con i molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’obiettivo è creare le condizioni perché l’Italia assuma un ruolo centrale in questo quadrante così strategico. Il ‘68 lo sappiamo è un anno di grandi sconvolgimenti ma per Fanfani diventa improvvisamente l’anno peggiore della sua vita. A maggio muore la madre, a settembre la moglie, a dicembre una sorella. 3 grandi lutti in sei mesi e intanto nel paese infuria la contestazione studentesca le cui stanze urtano con il tipo di formazione Cristiana e Il temperamento personale di Amintore. 

Lui era disperato, il ‘68 è stato un anno umanamente terribile, terribile, dopo la morte della mamma ha cominciato questa abitudine anche con le mie due sorelle maggiori che hanno già sposate io non ero ancora sposata e tutte le sere alle 7:30 in punto tutti e sette più il papà più Ettore Bernabei ci mettevamo in salotto in ginocchio tutti a dire il rosario e noi lo capivamo per il papà era come liberatorio, per liberarsi da questi dolori terribili, papà ha avuto dei dolori umanamente, in più c’era il 68 a contestazione quindi le minigonne, l’uguaglianza, quindi è stato umanamente un massacro per il papà. E anche politicamente un anno vivacissimo, non comprendeva o forse non accettava questi grandi cambiamenti, dopo invecchiando ancora di più il papà è cambiato, è diventato più morbido anche come concezione della vita ma all’epoca aveva 60 anni era giovanissimo e giovanissimo intellettualmente, non accettava in quel momento questi grandi cambiamenti, erano difficili per lui in quel momento.

Quel periodo così devastante per Fanfani sia privatamente che pubblicamente come abbiamo sentito, lo spinge alla preghiera assidua ma non c’è solo il rosario ad aiutarlo nell’attraversare il deserto del suo lutto, ci sono altre due attività praticate con altrettanta devozione e tenacia, la cucina e la pittura, un’avventura che comincia  alla cena di capodanno del ’69. 

Papà mi ha detto “Marina invita per la cena di capodanno Beppe Capogrossi” che è un grande pittore e grande amico nostro di casa, prima di cena vanno su nello studio del papà e papà gli fa vedere tutti i suoi disegni ultimi le pitture che sono tutte figurative scendevano da questa scala e capolassigeno a “Fanfani ma non si può nel 1968 dipingere in maniera figurativa devi passare a qualche cosa di moderno” e io ricordo benissimo che la mattina del primo gennaio 1969 Il papà si è alzato ha fatto il suo primo quadro astratto e mi ha chiamato “vieni a vedere il tuo babbo che ne pensi vogliamo chiamare Capogrossi a vedere se gli piace?” E ha continuato, il papà, a fare quadri astratti esattamente.

Nel ‘73-‘75 torna alla segreteria della DC che guida nella campagna a favore del referendum abrogativo della legge sul divorzio è davvero convinto di vincere quella battaglia e la sconfitta porterà alla fine della sua centralità politica e soprattutto sarà uno dei primi grandi sintomi di distacco della DC dal paese.

Io credo che il papà in quella battaglia ci credeva, diceva di crederci che ce l’avrebbe fatta avincere, io sono sicura che il papà sia stato influenzato dal Vaticano e una cattiva informazione che dava Bernabei a mio padre, mi dispiace dirlo eh, la prima volta che lo dico, la cattiva informazione. Perché io ero sempre in mezzo alla gente, andavo a fare la spesa, andavo dal macellaio, dal veterinario e parlavo con tutti. Ha una parte religiosa e va bene ma c’è una parte di diritto che è un contrasto fra due persone. Che cosa dici se perderai queste battaglie, io sono sincera ho votato perché non ci fosse il divorzio per amore di mio padre ma ero sicurissima che il matrimonio venisse sciolto e ripeto, ne sono ancora convinta, perché è un contratto. Non c’è dubbio papà c’era rimasto male perché lui continuava a pensare al matrimonio come a un vincolo religioso. Strano per un uomo così intelligente non riusciva a dividere la parte religiosa della parte civile.

Una delle grandi ferite della nostra Repubblica è l’assassinio di Aldo Moro. Fanfani è tra i più disponibile alla trattativa senza tuttavia forzare il confronto con il cosiddetto fronte della fermezza; per lui si tratta di una questione umanitaria che va oltre il significato politico. Mentre si appresta il 9 maggio a intervenire nella direzione democristiana in senso favorevole alle richieste di Moro le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere dello statista.

Papà era disperato non perché il papà fosse così amico di Moro ma per il papà l’idea che lo Stato lasciasse uccidere una persona era inaccettabile. Io credo il papà sia stato l’unico che veramente fino in fondo ha cercato di salvare Moro. La signora Moro era consapevole quando è stato ritrovato Moro la signora non ha voluto i funerali di stato, ha fatto un funerale privato solo la famiglia Moro, un unico invitato, mio padre, papà davvero disperato benché sposata con due figli e con tutti i giorni del papà e papà distrutto disperato. Aveva perso vigore non è riuscito a imporre la sua volontà perché vecchio perché era giusto era sbagliato io non so, per il papà è stato veramente disperato, il papà io non l’ho mai visto così disperato come al momento dell’uccisione di Moro. 

Nell’ultima fase della carriera politica Fanfani è per due volte presidente del Senato e guida due brevi governi di transizione il primo nell’82-83 e il secondo nell’87. Appoggia le elezioni alla segreteria nazionale della DC di De Mita e negli anni del pentapartito assume un ruolo istituzionale e defilato. Con il tracollo elettorale della DC nel 92 inizia la crisi del partito tradizionali che vengono poi spazzati via dall’inchiesta di “Mani Pulite”. Fanfani assiste impotente a questa crisi e decide di tagliare con la politica dedicandosi sempre più alla pittura. 

Ovunque lui sia andato importante o meno importante che sia, lui voleva lasciare qualcosa, questo era proprio una fissazione. Era molto attivo, fattivo per creare un’Italia produttiva e in cui non ci fossero diseguaglianze, torniamo a La Pira Dossetti che gli hanno dato il senso della comunità senza diseguaglianze. Allora il papà ha avuto questo concetto sempre, il fare. Da sempre fare era molto attivo, alla fine poveretto stava sulla sedia a rotelle. Ma papà anche sulla sedia a rotelle dipingeva, non stava senza fare niente. È un padre che non ha saputo darci la dolcezza, ma noi capivamo. Per me è un ottimo padre, anche per i miei fratelli, è vero severo però ci ha dato dei principi con una naturalezza ma con un ingenuità perché non ci pensava nemmeno. È per questo io anche ho un ricordo giocondo, allegro. Se oggi mi dovesse dire mai “ma chi sceglieresti come padre?” direi ancora mio padre, ha vinto responsabile. 

È stato un uomo e un padre difficile, severo e intransigente eppure dal racconto che ci ha donato sua figlia sentiamo un senso di calore e di gratitudine e sentiamo tutta la passione politica di una figura che ha voluto con tutta la forza dei propri ideali lasciare un segno nella storia del nostro paese. 

Le figlie della Repubblica è una delle iniziative che trovate su fondazionedegasperi.org, grazie al contributo di Fondazione Cariplo e al sostegno dell’Istituto Gentili, nata da un’idea di Martina Bacigalupi e realizzata da WIP Italia. È stato raccontato da me, Alessandro Banfi, ed è stato scritto e diretto da Emmanuel Exitu. Con la supervisione storica di Antonio Bonatesta e la collaborazione degli amici giovani della Fondazione De Gasperi nelle persone di Martina Bartocci, Iacopo Bulgarini, Miriana Fazzi, Federico Andrea Perinetti, Gaia Proietti, Luca Rosati, Sound Design di Valeria Cocuzza, registrazione in studio di Marco Gandolfo, per una produzione WIP Italia.


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