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podcast

Le Figlie della Repubblica - Stagione 2

#Episodio 2

Luisa La Malfa racconta il padre Ugo

SINOSSI

“Sacrifici oggi per dare ai nostri figli un futuro migliore”. Questa frase sintetizza bene l’impegno politico e di governo di Ugo La Malfa. Nato in una famiglia con pochi mezzi, seppe farsi strada fino ai vertici della Repubblica, facendo del merito, del rigore e del riscatto del Mezzogiorno il cuore della sua battaglia.
Luisa La Malfa racconta nella puntata di oggi del padre Ugo, padre costituente, più volte ministro e leader del Partito Repubblicano.


BIOGRAFIA

Ugo La Malfa (Palermo, 16 maggio 1903 – Roma, 26 marzo 1979) – segretario del Partito repubblicano italiano, più volte ministro, vicepresidente del Consiglio nei governi Moro IV e Andreotti V.

La formazione e le prime esperienze politiche

Nato nel 1903 a Palermo da una famiglia della piccola borghesia siciliana, La Malfa frequentò le Università di Palermo e Venezia sviluppando negli anni giovanili un vivo interesse per il liberalismo di Croce e per la tradizione democratico-repubblicana risalente al Partito d’Azione di Mazzini.

Nel corso della sua carriera universitaria entrò in contatto con gli ambienti antifascisti avvicinandosi alle posizioni di Giovanni Amendola e maturando la convinzione che fosse necessario un partito di ceti medi, di forte ispirazione democratica, al fine di stabilizzare in senso progressivo il paese.

Con l’avvento della dittatura, le sue capacità furono notate da Giovanni Gentile che lo volle alla redazione dell’Enciclopedia Italiana. Qui incontrò Orsola Corrado, siciliana, addetta allo schedario, che sposò nel luglio 1934 e da cui avrebbe avuto due figli, Luisa e Giorgio ed ebbe occasione di mantenere alcuni contatti con giovani intellettuali antifascisti e riflettere sulle conseguenze della crisi del 1929. Fu nel corso degli anni Trenta che La Malfa ampliò le basi del suo pensiero economico, interessandosi ai principi dell’“economia programmata”, al superamento dell’ortodossia liberista e alle politiche keynesiane del New Deal rooseveltiano, posizioni che approfondì una volta divenuto direttore dell’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana nel 1938.

Percependo l’approssimarsi della crisi del regime, nel 1942 partecipò alla fondazione del Partito d’Azione (PdA), prendendo parte alla Resistenza. Nel 1946, dopo le prime deludenti prove elettorali e in rotta con le componenti socialiste, La Malfa abbandonerà il PdA per confluire nel Partito repubblicano italiano (Pri).

Gli anni del secondo dopoguerra videro accrescersi il prestigio di La Malfa come personalità politica e di governo. Dopo le prime esperienze ministeriali nel governo Parri come titolare dei Trasporti (1945), fu eletto alla Costituente, rappresentò l’Italia al Fondo Monetario Internazionale (1947) e assunse l’incarico di ministro senza portafoglio con il compito di procedere alla riorganizzazione dell’Iri (1950). Divenuto ministro del Commercio con l’estero (1951-53), si fece promotore della liberalizzazione degli scambi commerciali con i partner europei, sopprimendo i dazi alle importazioni e ponendo le basi per il successivo “boom economico”.

Dalla programmazione economica alla crisi degli anni Settanta

La Malfa tornò al governo con il centro-sinistra, come ministro del Bilancio e della Programmazione economica dei governi Fanfani. In queste vesti, presentò nel 1962 la cosiddetta “Nota aggiuntiva”, un vero e proprio manifesto della cultura keynesiana e roosveltiana della programmazione economica, che si affiancava alla versione fornite dai socialisti. Con la programmazione economica, i governi di centro-sinistra si candidavano a governare l’impetuosa modernizzazione del paese di quegli anni, nel tentativo di ridurre gli squilibri sociali, i divari territoriali e le grandi differenze tra consumi privati in crescita (che denotavano l’arricchimento di alcuni strati della popolazione a scapito di altri) e consumi collettivi scarsi (diritto alla casa, trasporti pubblici, scuola, sanità).

La fine del boom economico e i timori della Dc spensero però gli accenti più ambiziosi del riformismo del centro-sinistra. La seconda metà degli anni Sessanta vide La Malfa allontanarsi nuovamente dal governo e assumere la guida della segreteria del Pri, stretto tra governi di centro-sinistra ormai incapaci di attuare un’adeguata strategia riformatrice e l’esercizio di un ruolo di critica privo di sostanziali approdi politici.

L’ultima stagione politica di La Malfa si aprì nel 1973, con la ricostruzione di una coalizione di centro-sinistra a seguito del fallimento dell’esperimento neocentrista dell’esecutivo Andreotti-Malagodi (Dc-Pli). Fu al governo come ministro del Tesoro e come vicepresidente del Consiglio dei ministri, prima con Rumor (1973-74) poi con Moro (1974-76), fino dunque alle soglie della stagione della “solidarietà nazionale”.

Di fronte all’emergere del terrorismo, La Malfa divenne uno degli esponenti più impegnati nella linea di difesa dello Stato. Nel marzo 1978, il rapimento di Moro – figura con cui aveva stretto una solida collaborazione di governo, soprattutto nella prima metà del decennio – non mutò questo atteggiamento, tanto che La Malfa si schierò tra i più decisi fautori della linea della “fermezza”, del rifiuto cioè di ogni trattativa coi brigatisti.

Dopo le dimissioni di Andreotti, nel febbraio 1979, La Malfa fu incaricato da Sandro Pertini di formare un nuovo governo: era la prima volta dal 1947 che un tale incarico era assegnato a un politico non democristiano. Dopo alcuni giorni, di fronte all’emergere di difficoltà, La Malfa rinunziò all’incarico, ma venne nominato vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio nel V governo Andreotti (marzo 1979), suo ultimo incarico prima della morte.


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