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podcast

Le Figlie della Repubblica - Stagione 2

#Episodio 1

Anna Maria Cossiga racconta il padre Francesco

SINOSSI

Dalla conflittualità delle piazze degli anni Settanta alla Presidenza della Repubblica, passando dalla tragedia di Moro. Cossiga è stata una figura centrale della Prima Repubblica, in un’altalena di grandi responsabilità e di momenti di riserbo. Questo podcast ci racconta, attraverso il generoso ricordo della figlia Anna Maria, il percorso politico di una personalità di grande acume e intelligenza, speso tra la militanza democristiana, la drammaticità di alcuni passaggi della vita nazionale e le aspirazioni a un profondo rinnovamento del sistema dei partiti dopo la fine del sistema bipolare.


BIOGRAFIA

Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928 – Roma, 17 agosto 2010). Uomo politico e giurista italiano, deputato e senatore della Democrazia cristiana, ministro, presidente del Consiglio e della Repubblica.

Dalla formazione alla solidarietà nazionale

Proveniente da una famiglia di estrazione medio-borghese, repubblicana e antifascista, il padre Giuseppe era stato militante del Partito sardo d’azione mentre la madre, Mariuccia Zanfarino, aveva alle spalle una cultura radicale e massonica.

Figura brillante e di grande intelligenza, una volta ottenuta la maturità a soli sedici anni presso il liceo classico Azuni iniziò un’accidentata carriera universitaria che lo vide iscritto inizialmente all’Università di Sassari, quindi alla Cattolica di Milano, poi a Pisa, per fare definitivamente ritorno alla facoltà di Giurisprudenza di Sassari, dove conseguì la laurea con il massimo dei voti. Divenuto assistente volontario alla cattedra di Diritto costituzionale, ottenne la libera docenza nel 1959 e insegnò fino al 1974 quando, con la prima nomina a ministro, si mise in aspettativa dal mondo accademico.

Cossiga si impegnò fin dall’adolescenza nell’associazionismo cattolico, dando vita a circoli giovanili di preghiera e meditazione e aderendo sia all’Azione cattolica che alla Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci). Nel 1945 decise di iscriversi alla Dc, inizialmente vicino alle posizioni di Dossetti e della rivista “Cronache sociali”, e nel marzo 1956 fu protagonista della rivolta dei ‘Giovani turchi’, culminata con l’emarginazione delle vecchie figure notabilari del partito e l’elezione a segretario provinciale.

Eletto per la prima volta deputato nel 1958, Cossiga contribuì dapprima alla fondazione della corrente “dorotea”, per poi divenire nel 1966 sottosegretario alla Difesa nel governo Moro III, il più giovane parlamentare a ricoprire questa carica. In questi anni sovrintese all’organizzazione di Gladio, una rete militare segreta legata alla Nato il cui obiettivo era di avviare forme di lotta armata in caso di invasione da parte di una potenza comunista. Nel corso degli anni Settanta fu ministro della Pubblica amministrazione nel governo Moro IV (1974-1976) e soprattutto dell’Interno (1976-78), incarico quest’ultimo che lo condusse a confrontarsi con il clima di mobilitazione e violenza politica di quegli anni e ad emanare contestati provvedimenti a salvaguardia dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale.

Dall’assassinio di Moro alla Presidenza della Repubblica

Con il rapimento di Aldo Moro, Cossiga fu tra i principali fautori della cosiddetta linea della fermezza, ostile alla trattativa con i terroristi, pur essendo legato a Moro da profondi sentimenti di amicizia. L’uccisione dello statista fu considerata da Cossiga una sconfitta personale e per questo rassegnò le dimissioni da ministro degli Interni ritirandosi temporaneamente dalla vita pubblica.

A seguito delle elezioni politiche del giugno 1979 fu incaricato dal presidente Pertini di formare il nuovo esecutivo, basato sull’alleanza tra democristiani, socialdemocratici e liberali, che si distinse per l’impegno contro il terrorismo, inasprendo le disposizioni sull’ordine pubblico e varando una serie di norme che prevedevano riduzioni di pena per quanti erano disposti a collaborare con la giustizia. Una nuova crisi politica nella primavera del 1980 portò alla formazione di un nuovo governo composto questa volta da democristiani, socialisti e repubblicani, sempre guidato da Cossiga, che ebbe tuttavia vita breve e fu costretto alle dimissioni nel settembre dello stesso anno.

Dopo un nuovo, momentaneo ritiro dalla scena politica nel giugno 1983 Cossiga tornò in Parlamento e fu eletto presidente del Senato. In questo ruolo seppe distinguersi per probità e correttezza istituzionale, motivo per cui due anni più tardi, nel giugno 1985, una larga maggioranza parlamentare lo elesse alla Presidenza della Repubblica. La prima parte del settennato fu caratterizzata da un tradizionale contegno istituzionale e da un’interpretazione quasi notabile del ruolo di presidente, ma con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’ordine bipolare Cossiga cambiò radicalmente approccio, entrando in polemica con la classe politica e con il Consiglio superiore della Magistratura, che riteneva distorto da eccessive forme di politicizzazione. Cominciava dall’autunno 1990 la stagione delle cosiddette “picconate”, che culminò nel giugno 1991 con un lungo messaggio alle Camere volto a sollevare il problema della cosiddetta “partitocrazia” e delle riforme costituzionali.

Il 28 aprile 1992 decise di dimettersi, due mesi prima rispetto alla conclusione naturale del mandato, poiché credeva che un nuovo presidente, nel pieno dei poteri, potesse meglio gestire l’irrompere della crisi politica e finanziaria che stava affliggendo il paese. Rimase senatore a vita fino alla morte, avvenuta a Roma il 17 agosto 2010.


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