Dodicesima puntata della rubrica “Quindicina Internazionale. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Antonio Campati

Le recenti elezioni tedesche hanno certificato ancora una volta le difficoltà nel definire con nettezza le tendenze di lungo periodo della politica interna e internazionale. Gli scenari ipotizzati prima del voto hanno rispecchiato solo in parte gli effettivi esiti e non tanto perché in alcuni casi i partiti non hanno ottenuto le percentuali di consenso attese, ma soprattutto perché non sono riusciti a focalizzare appieno il quadro politico-istituzionale venutosi a creare dopo la chiusura delle urne. In effetti, sarebbe stata necessaria una dose non indifferente di capacità analitica per ipotizzare quello che oggi abbiamo davanti agli occhi dal momento che l’esito delle elezioni tedesche apre una riflessione che va ben oltre il mero risultato ottenuto dalle singole formazioni politiche in corsa.

La vittoria annunciata di Angela Merkel si è effettivamente verificata, ma con un calo di consensi che, nonostante consacri la CDU/CSU come il primo partito, non le consente di formare un governo con una sola delle due forze che alla vigilia del voto erano considerate le papabili alleate dei democristiani tedeschi, ossia i socialdemocratici e i liberali. È allora molto probabile che la Merkel provi a costruire una colazione di tre partiti CDU/FDP/Verdi – ribattezzata “coalizione giamaica” per via dei colori rappresentativi delle tre forze politiche (nero, giallo, verde) – che già nella sua composizione segna un cambiamento di non poco conto, in quanto appunto composta da tre partiti e non da due, come invece è consuetudine in Germania.

I risultati elettorali, dunque, confermano la centralità della CDU/CSU (che tuttavia, nonostante il calo di consensi, ha stravinto la competizione maggioritaria conquistando 231 collegi su 299), determinano un calo drastico dei socialdemocratici della SPD che ottengono il risultato più magro dal 1949, fanno emergere come terzo partito per numero di consensi Alternative für Deutschland, la formazione euroscettica, nata sull’onda della crisi economica e della critica alla gestione dell’immigrazione, che già nelle elezioni del 2013 aveva sfiorato l’ingresso nel parlamento. Il dato di rilievo, per così dire, strutturale è dunque l’ingresso per la prima volta nell’arena parlamentare di ben sei partiti (CDU/CSU, SPD, AfD, Die Linke, Grüne, FDP), i quali rappresentano posizioni politiche molto distanti, ben evidenti anche tra i tre che dovrebbero andare a costituire la prossima coalizione governativa. Pertanto, come è stato sottolineato, dai dati elettorali emergono due tendenze principali: l’erosione dei partiti tradizionali (se nel 1998 i due partiti principali – SPD e CDU/CSU si spartivano più del 75% dei suffragi, oggi questa percentuale si è ridotta a poco più del 50%); e la spinta alla polarizzazione, ossia la propensione degli elettori a scegliere formazioni politiche poste alle estreme dello spettro politico (D. Palano, Anche la Germania perde il centro in CattolicaNews, 25 settembre 2017).

In un quadro piuttosto complesso e in parte inatteso, queste considerazioni possono apparire legate alla stretta contingenza elettorale, ma in verità saranno utili nell’immediato futuro, specialmente rispetto a due elementi sui quali si dovrà tornare a riflettere e che, per ora, accenniamo. Il primo non può che riguardare la Cancelliera uscente. Angela Merkel ha dato prova in più occasioni di esercitare una leadership decisa all’interno e all’esterno (Europa) del suo paese e ne è conferma la sua quarta vittoria elettorale consecutiva. Ma proprio i successi conquistati con tanta determinazione in uno scenario così eterogeneo come l’attuale – e a maggior ragione dopo il recente risultato elettorale – fanno tornare alla luce una delle più antiche qualità che dovrebbero appartenere a ogni capo politico, quella della mediazione. Se vorrà costruire un governo stabile, la Merkel dovrà ancor più mettere in gioco le sue capacità di mediazione per trovare una sintesi convincente tra posizioni spesso diametralmente opposte. Nell’era dell’immediatezza e della tempestività delle decisioni, abbiamo finalmente riscoperto una delle più importanti qualità del leader politico, quella che concentra nelle sue mani la capacità di saper trovare sintesi tra attitudini e aspettative differenti. Il che ovviamente non significa che il capo di governo debba necessariamente trovare soluzioni compromissorie capaci soltanto di indebolire i disegni di legge costruiti seguendo una precisa determinazione ideale. Bensì, ci ricordano che la capacità di mediare è una delle caratteristiche indispensabili per un capo dell’esecutivo e, prima ancora, per un leader politico di una democrazia parlamentare, dove è nella dimensione del confronto dialettico tra le forze politiche che risiede gran parte del processo decisionale.

Pertanto – ecco il secondo aspetto – le elezioni tedesche ci hanno ricordato come l’immediatezza politica che sembra essere la cifra distintiva delle democrazie contemporanee debba fare i conti con la complessità delle assemblee parlamentari. Una complessità, per così dire, naturale poiché figlia di una conformazione istituzionale che è intrinsecamente costruita attorno alla rappresentatività e al confronto partitico. Inoltre, l’aumento di cinque punti rispetto alle elezioni del 2013 della percentuale di votanti (che si è attestata al 76,2%) e il quasi conseguente ingresso di sei partiti nel Bundestag sono solo i due principali fattori che smentiscono le fin troppo facili profezie sull’inesorabile caduta del tasso di partecipazione politica. Il regime democratico rappresentativo – anche quello che si vorrebbe costruire sulla partecipazione attraverso un clic o con un like inviato tramite lo smartphone – richiede una particolarissima capacità di sintesi proprio in quanto le decisioni nazionali e internazionali sono sempre più complesse e quindi il capo di governo deve essere sempre più in grado di comprendere e di mediare le aspettative degli elettori e, poi, di renderle effettive con la necessaria dose di immediatezza.
Come ha rilevato Riccardo Pennisi, il sistema politico tedesco esce scosso da queste elezioni in misura talmente evidente da poter decretare la fine di quella “eccezione tedesca” basata su un sistema di partiti e di istituzioni stabile e inossidabile (R. Pennisi, La fine dell’eccezione tedesca in Aspenia online, 26 settembre 2017). Se questa analisi venisse confermata nelle prossime settimane, si potrà dire con ragionevole certezza che queste elezioni, da un lato, hanno svelato un disagio nei confronti dei partiti tradizionali anche nel paese europeo che più di ogni altro sembrava non volerne fare a meno e, dall’altro, hanno indotto gli osservatori e – allo stesso tempo – gli attori politici a interrogarsi sull’impellente necessità di trovare nuove forme di azione politica in grado di coniugare la necessaria mediazione parlamentare (e non solo) con l’altrettanto necessaria esigenza di offrire risposte governative immediate. In sostanza, le elezioni tedesche possono rappresentare l’occasione per portare alla luce alcune fondamentali dinamiche politiche e istituzionali oggi ben nascoste dal confuso dibattito animato da quello che Byung-Chul Han ha definito lo «sciame digitale» e che invece sono indispensabili per una riflessione più completa sul futuro delle nostre democrazie.

* Assegnista di ricerca in Filosofia politica, Università Cattolica del Sacro Cuore

Puntate precedenti:

      0. | Lorenzo Ornaghi – Una sfida necessaria: riallacciare azione politica e azione culturale

  1. | Damiano Palano – La «guerra a pezzi» di un mondo in disordine
  2. | Riccardo Redaelli – Il processo di pace in Libia tra interessi particolari e bene comune
  3. | Simona Beretta – TTIP, allargare lo sguardo
  4. | Antonio Campati – Tempo scaduto. Dalla crisi nuove élite per l’Europa
  5. | Nicola Pedde – Non esiste un’alleanza politico-militare tra Russia e Iran, ma solo una convergenza temporanea e selettiva di interessi
  6. | Paolo Alli – La Russia di Putin alla luce delle elezioni georgiane
  7. | Gabriele Natalizia – Una “nuova” Guerra Fredda?
  8. | Tomi Huhtanen – Populist influence and how to fight it
  9. | Hasan Abu Nimah – Should the Arab world follow the European unification model?
  10. | Ettore PrimoPetrolio, da motore delle guerre a carburante del cambiamento