Sesta puntata della rubrica “Quindicina Internazionale“. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Paolo Alli*

Le recenti elezioni politiche in Georgia hanno riportato l’attenzione internazionale su un quadrante geografico assai trascurato, quello della regione caucasica. Si tratta di un’area strategicamente importantissima, in quanto costituisce una cerniera naturale tra la Russia di Putin e le sue strategie espansionistiche, l’Iran e il suo rinato protagonismo e la Turchia, la cui immagine internazionale appare per lo meno appannata dopo il fallito colpo di stato.

La campagna elettorale georgiana è stata estremamente aspra, l’afflusso alle urne di poco superiore al 50%, e le elezioni hanno sancito il trionfo dell’attuale partito di governo, il Georgian Dream, che potrebbe addirittura arrivare ad avere in Parlamento la maggioranza necessaria per la riforma costituzionale. Lo United National Movement (UNM), il secondo partito, ha annunciato la propria intenzione di boicottaggio sulla base di presunti brogli elettorali.

In realtà, gli osservatori internazionali, dei quali ho avuto la possibilità di far parte come capo della delegazione dell’Assemblea Parlamentare della Nato, non hanno rilevato significative irregolarità, al di là della presa d’atto di sporadici incidenti al di fuori di alcuni seggi. L’impressione che ho ricavato dal monitoraggio elettorale è legata alla maturità del popolo georgiano, probabilmente superiore a quella dei propri governanti.

In ogni caso, il dato politico rimane legato al fatto che il 90% degli elettori ha votato per partiti che hanno dei propri programmi l’adesione all’Unione Europea e alla NATO. Non si è trattato, pertanto, di un risultato che in qualche modo abbia decretato significativi cambiamenti nella linea politica del Paese ma, al contrario, di una schiacciante conferma delle aspirazioni euroatlantiche della Georgia.

Alle elezioni, ancora una volta, non hanno partecipato le due province militarmente occupate dai russi: l’Abkhazia e il Sud Ossezia. Se, da un lato, si tratta di province relativamente poco importanti dal punto di vista della quantità di popolazione coinvolta (meno di 300.000 persone in tutto), d’altra parte questa situazione permane assai significativa, ancorchè sottovalutata, per l’Europa. La politica estera russa, infatti, da decenni mantiene sul fianco Est dell’Europa e della Nato alcuni presidi militari che si incuneano dentro territori di paesi che rifiutano l’ipotesi di un proprio ritorno nella sfera di influenza russa. È sufficiente enumerare la Transnistria, la Crimea e il Donbass in Ucraina, e, appunto, le due province della Georgia, senza dimenticare il Nagorno-Karabakh (provincia contesa tra l’Armenia e l’Azerbaijan dove il conflitto iniziato dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica ha già prodotto più di 50.000 morti).

La presenza russa in Georgia appare silenziosa ma è in realtà molto vigile e attiva: la scorsa estate i confini della parte occupata, che distano solo una cinquantina di chilometri dalla capitale Tbilisi, sono stati spostati unilateralmente in avanti dai russi con lo scopo di includere dentro l’area occupata il percorso previsto per il futuro corridoio energetico denominato Southern Stream, che dall’Azerbaijan porterà gas attraverso la Georgia e la Turchia in Europa alimentando il TAP.

Proprio in queste situazioni, apparentementre marginali ma in realtà assai significative, si svela la tattica di Putin che approfitta del ruolo che gli è stato concesso dalla assenza americana e dalla debole risposta europea per rafforzare il proprio posizionamento e cercare di ricostruirsi quel cuscinetto verso ovest, costituito un tempo dai paesi satellite dell’Unione Sovietica. La Federazione Russa è in grado di accendere e spegnere questi piccoli conflitti a suo piacimento, nell’indifferenza generale, utilizzandoli come minacce per le popolazioni caratterizzate da un forte spirito identitario e nazionalista, come l’Armenia, la Georgia, l’Ucraina e la Moldova, quasi ad ammonirli a desistere dal proprio avvicinamento verso l’Europa e l’alleanza euro-atlantica.

Appare sinceramente sbalorditivo che gli osservatori internazionali siano così distratti rispetto a una situazione così densa di pericoli. Siamo molto interessati alle ipotesi di hackeraggio che la Russia avrebbe commesso nei confronti dei sistemi informatici statunitensi o alle legittime preoccupazioni di Angela Merkel per il posizionamento di missili balistici a Kaliningrad, ma trascuriamo quelle situazioni di reale conflitto conficcate nel fianco est dell’Europa.

Un confine, quello europeo, che si allarga inevitabilmente fino alla Russia, sulla spinta del principio di autodeterminazione di popoli che vogliono assolutamente staccare il proprio destino da quello del gigante post-sovietico del quale temono la strategia di riappropriazione neo-imperialista.

Putin sa benissimo che non bastano il pragmatismo georgiano, che comunque non chiude a un dialogo almeno commerciale con la Russia, né il fatto che l’Armenia abbia accettato di aderire al trattato euroasiatico, di fatto costrettavi da una situazione di estrema difficoltà economica, per cancellare o cambiare in modo significativo lo spirito europeista di questi paesi. Quindi ha bisogno della minacciosa presenza militare per tenere sotto controllo queste situazioni ed evitare che esse degenerino in una aperta deriva di questi paesi verso l’Europa. Fatto, questo, che nella sua narrativa indica la volontà della Nato di estendersi ad est ma che in realtà rappresenta soltanto la fotografia di una realtà che dopo decenni di dominazione sovietica vuole riaffermare la propria capacità di autodeterminazione, come già altri paesi dell’ex Patto di Varsavia hanno fatto aderendo all’Unione Europea e alla NATO.

* Deputato alla Camera e Vice Presidente dell’Assemblea Parlamentare della NATO

Puntate precedenti:

      0. | Lorenzo Ornaghi – Una sfida necessaria: riallacciare azione politica e azione culturale

  1. | Damiano Palano – La «guerra a pezzi» di un mondo in disordine
  2. | Riccardo Redaelli – Il processo di pace in Libia tra interessi particolari e bene comune
  3. | Simona Beretta – TTIP, allargare lo sguardo
  4. | Antonio Campati – Tempo scaduto. Dalla crisi nuove élite per l’Europa
  5. | Nicola Pedde – Non esiste un’alleanza politico-militare tra Russia e Iran, ma solo una convergenza temporanea e selettiva di interessi