Quinta puntata della rubrica “Quindicina Internazionale“. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Nicola Pedde*

La cronaca degli eventi in Siria e l’evoluzione delle sinergie che hanno visto il regime di Bashar al-Asad tornare concretamente all’offensiva a partire dai primi mesi del 2016, impone una ragionata riflessione sulla reale natura di quelle che troppo spesso la stampa si è affrettata a definire come alleanze.

In particolar modo è stato oggetto di ampia trattazione da parte dei media il sostegno fornito dalla Russia e dalla Repubblica Islamica dell’Iran alla Siria, ipotizzando la sussistenza di una rinnovata formula di alleanze che vedrebbe Mosca e Tehran condividere pienamente non solo il piano tattico ma anche l’obiettivo strategico del proprio intervento al fianco di Bashar al-Asad.

Il rapporto tra Iran e Russia ha radici antiche, soprattutto in conseguenza del lungo periodo di condivisione delle frontiere terminato solo nei primi anni Novanta con la dissoluzione dell’URSS e l’indipendenza delle repubbliche ex-sovietiche.

A dispetto delle apparenze, la storia delle relazioni russo-iraniane non è mai stata particolarmente costruttiva e pacifica, sia in epoca zarista che in quella sovietica e post-sovietica.

L’Iran non ha mai dimenticato – né tantomeno perdonato – come l’ex Unione Sovietica sia stata di fatto responsabile non solo di una prolungata ed ingiustificata occupazione militare del territorio iraniano nel corso del secondo conflitto mondiale, ma anche e soprattutto artefice di una politica di arbitraria appropriazione di territori storicamente facenti parte dell’insieme geografico e politico iraniano.

Sia in epoca monarchica che rivoluzionaria, quindi, il generale atteggiamento nei confronti dell’URSS è stato caratterizzato dal timore di ulteriori ambizioni territoriali e politiche, determinando l’adozione di una cauta politica di vicinato mai sfociata in formule di concreta  cooperazione politica e commerciale.

Particolarmente traumatica è stata l’interpretazione a Tehran dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1980, percepita per lungo tempo come manovra preliminare per un’espansione verso l’Iran delle mire egemoniche sovietiche e per la ricerca dello storico sbocco meridionale al mare che da sempre i russi avevano teorizzato nella definizione delle proprie ambizioni di proiezione.

Con il crollo dell’ex URSS e il venir meno della minaccia diretta rappresentata dalla condivisione dei confini, i rapporti tra Iran e Russia sono transitati in una dimensione certamente migliore e più costruttiva, senza tuttavia mai innalzarsi al livello di vera e propria alleanza o di condivisione della rispettiva visione strategica.

L’Iran e la Russia, al contrario, si sono di fatto reciprocamente serviti l’uno dell’altra nella gestione del complesso e sempre conflittuale rapporto individuale con gli Stati Uniti. La gran parte delle manifestazioni di reciproco interesse o la condivisione di specifici dossier ha quasi sempre avuti come reale obiettivo quello di alimentare la tensione dei rapporti della controparte con Washington, senza quindi costruire alcun concreto elemento di sinergia e collaborazione.

Anche sul piano economico, a dispetto di quanto spesso ipotizzato dai media, la collaborazione tra Mosca e Tehran è caratterizzata da valori non significativi, così come sul piano degli investimenti e delle joint-venture.

Anche la cooperazione militare non è mai sfociata in un reale sviluppo di sinergie, come dimostrato dall’assenza sostanziale di rapporti e dalla limitatissima sfera delle sinergie commerciali sul piano della tecnologia e degli armamenti. Il caso della fornitura delle batterie antiaeree S300 all’Iran è infatti esemplificativo della riluttanza di Mosca ad instaurare una reale politica di cooperazione con l’Iran.

Il più recente caso della crisi in Siria offre anch’esso un ottimo strumento per interpretare in modo corretto i rapporti tra Iran e Russia. Quella che infatti viene spesso descritta come un’alleanza strategica per favorire la vittoria delle forze governative siriane, è al contrario il prodotto di una divergente visione politica regionale ed una altrettanto complessa formula di cooperazione militare sul terreno.

Mentre la difesa dell’integrità territoriale siriana e la transizione politica inclusiva delle attuali forze di governo costituisce una priorità assoluta per gli iraniani, in funzione del loro interesse nazionale e della capacità di mantenere intatta la credibilità difensiva del proprio apparato di deterrenza, per i russi la guerra in Siria rappresenta un’opportunità negoziale con la comunità internazionale, per segnare i limiti della sfera di influenza occidentale in Medio Oriente ma soprattutto per sfruttare la tensione militare a favore di un ammorbidimento delle posizioni della comunità internazionale sull’Ucraina e sulle politiche sanzionatorie imposte alla Russia.

Mentre quindi per l’Iran è di vitale importanza garantire l’integrità territoriale della Siria e la continuità di una politica nazionale che non orienti il proprio interesse prioritariamente in direzione del mondo arabo e dell’occidente, per la Russia la Siria rappresenta una variabile con minori fattori di rigidità e con un alto potenziale negoziale con gli Stati Uniti e l’Europa.

La cooperazione militare sul terreno siriano tra le forze governative, russe, iraniane e delle milizie libanesi di Hezbollah è quindi regolata da una sostanziale temporanea formula di accordo sul piano tattico – è necessario per tutti vincere il conflitto, ristabilendo il predominio del ruolo di Damasco – ma al tempo stesso da una sempre più evidente divergenza sul piano strategico, dove gli interessi dei singoli attori tendono a mostrare le proprie peculiarità e soprattutto le loro profonde differenze.

Non deve quindi stupire la recente frizione politica tra Iran e Russia in relazione all’utilizzo della base aerea di Hamedan da parte dei bombardieri russi impegnati nelle operazioni sulla città siriana di Aleppo. Lo stazionamento degli aerei russi, durato solo sei giorni, è stato bruscamente revocato dall’Iran, in seguito ad una crescente ondata di proteste a livello parlamentare – dove è stata denunciata la violazione della costituzione, che impedisce la concessione in uso del territorio a forze straniere – e più generiche accuse alla Russia di aver diramato informazioni circa la segretezza dell’accordo di utilizzo, violando la rigida disciplina del segreto militare iraniano.

La natura della frizione tra Mosca e Tehran sembra tuttavia essere connessa al rifiuto dell’Iran di concedere ai russi l’uso prolungato della base, trasformandola di fatto in una postazione avanzata di attacco oggi necessaria per l’intervento in Siria ed un domani potenzialmente utile a rappresentare un deterrente nell’area del Golfo.

Il rapporto tra Russia e Iran, in sintesi, è da sempre condizionato da antichi livori e dal più recente pragmatismo che impone una temporanea cooperazione per il perseguimento di comuni interessi tattici e per la reciproca gestione del rapporto con gli Stati Uniti. Tutt’altro che un’alleanza, quindi, e anche fortemente suscettibile di influenze sul piano delle relazioni regionali e globali dei due attori, con il risultato di rendere il rapporto alquanto particolare, delicato e certamente mutevole.

* Direttore Institute for Global Studies

Puntate precedenti:

  1. | Damiano Palano – La «guerra a pezzi» di un mondo in disordine
  2. | Riccardo Redaelli – Il processo di pace in Libia tra interessi particolari e bene comune
  3. | Simona Beretta – TTIP, allargare lo sguardo
  4. | Antonio CampatiTempo scaduto. Dalla crisi nuove élite per l’Europa