Quarta puntata della rubrica “Quindicina Internazionale“. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Antonio Campati*

Uno dei temi più discussi fra gli osservatori delle vicende internazionali è il deficit democratico dell’Unione europea. Molte analisi dedicate allo stato di salute di quest’ultima non dimenticano di sottolineare come la sola legittimazione elettorale del parlamento non sia sufficiente per un buon funzionamento degli organi legislativi e che quindi sarebbe auspicabile l’introduzione di nuove forme di rappresentanza per rivitalizzare il progetto europeo. Ancor più radicalmente, non mancano coloro che auspicano la diffusione di canali di partecipazione diretta, capaci di far sentire protagonista del processo decisionale anche il cittadino che vive a migliaia di chilometri da Bruxelles.

Dopo il referendum inglese che ha decretato la Brexit, il quadro è divenuto ancora più complesso. Infatti, per alcuni, la consultazione dei cittadini è fondamentale, ma non per le questioni più delicate e cruciali come appunto la permanenza o meno all’interno dell’Unione. In questi casi sono necessari momenti di discernimento che hanno la loro sede naturale all’interno delle assemblee, dove i rappresentanti democraticamente eletti propongono, discutono e votano le decisioni da adottare. A una simile prospettiva controbattono i critici di tale dinamica istituzionale che, a loro dire, ha accentuato l’inadeguatezza delle classi dirigenti europee, incapaci di cogliere, nella società globalizzata, l’immediatezza dei cambiamenti e quindi di soddisfare le reali esigenze dei cittadini. E dove, pertanto, l’insieme delle decisioni da adottare deve essere vagliata e confermata dalla platea di cittadini-elettori più ampia possibile.

È abbastanza prevedibile che il vivace dibattito di queste settimane non si risolverà né con la prevalenza di chi sostiene che la più classica delle forme di partecipazione diretta (il referendum) sia la panacea di tutti i mali politici europei, né con l’affermazione di chi, invece, vede nel caso inglese un grave precedente da imputare alla leadership governativa d’oltremanica. Per non rimanere intrappolati in una simile polarizzazione, è forse utile tornare a sottolineare le funzioni che le élite europee possono avere nel delineare il futuro dell’Unione. Élite europee e non élite nazionali che agiscono nell’arena europea.

La sensazione che si è avuta dopo il referendum di giugno è che l’Europa costituita da élite sia ora messa sotto accusa dai popoli. Tutto ciò che si è sviluppato dall’azione lungimirante di De Gasperi, Schuman, Adenauer è oggetto di una condanna senza precedenti da parte degli elettori: dal rifiuto del Trattato che istituisce una Costituzione europea alla richiesta di far uscire il proprio paese dal recinto comunitario. Un’inedita (e neppure troppo inaspettata) edizione dell’eterna disputa fra l’azione dei «pochi» e le aspettative dei «molti».

Seppur suggestiva perché semplificatoria, una simile rappresentazione della crisi europea potrebbe indurci a compiere un errore prospettico. Giacché continueremmo ad avallare lo scontro che vede protagonisti, da un lato, i «popoli» europei e, dall’altro, le oligarchie dei pochi che operano a Bruxelles. Questa contrapposizione offusca però quella che deve (o dovrebbe) essere l’azione delle élite. Proprio trascurando il ruolo di quest’ultime, si è alimentata l’illusione di poterne fare a meno, ovvero di poter creare un sistema istituzionale senza attori intermedi. Che sia in atto un processo che accentua l’immediatezza nel processo decisionale è fuor di dubbio. Ma credere che questa tendenza possa evitare di fare i conti con l’azione dei «pochi» è illusorio, non per altro perché a prevederne la presenza è innanzitutto il particolare tipo di democrazia che abbiamo adottato.

In altre parole, se da un lato si sono trascurate le procedure di formazione e selezione di una élite politica realmente europea, dall’altro, i normali meccanismi democratici ne hanno restituita una che è figlia, inevitabilmente, della somma dei singoli interessi e collettività statali. E, per questo, molto spesso propensa a operare come un’oligarchia autoreferenziale, la cui colpa principale è quella di non agire avendo presente il senso della prospettiva.

L’Europa deve investire su una virtuosa circolazione di élite politiche, che può attivarsi per mezzo di partiti veramente europei, con una rigorosa formazione erogata da università e think tank e all’interno di una cornice istituzionale rinnovata e includente. Gli esiti del referendum inglese e ancor più le trasformazioni dentro e fuori i suoi confini ci inducono a investire ulteriori risorse sul Vecchio continente. E farlo oggi quando esso è in crisi ci offre un’opportunità preziosa dal momento che è proprio nei momenti di difficoltà che emergono le élite più autentiche e durature, dotate di quella speciale capacità che consente loro di gestire il contingente con lo sguardo sul futuro.

* Dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton e membro del Comitato di redazione della Rivista di Politica

Puntate precedenti:

      0. | Lorenzo Ornaghi – Una sfida necessaria: riallacciare azione politica e azione culturale

  1. | Damiano Palano – La «guerra a pezzi» di un mondo in disordine
  2. | Riccardo Redaelli – Il processo di pace in Libia tra interessi particolari e bene comune
  3. | Simona Beretta – TTIP, allargare lo sguardo