Che la politica – poco importa se nazionale o europea – sembri costretta sempre di più dentro una sorta di letto di Procuste, non è soltanto una di quelle umorali rappresentazioni da cui sono manifestamente propiziati gli atteggiamenti di indifferenza, pesante critica o permanente sospetto, nei confronti di ogni istituzione e ceto politico. È anche, ormai, la constatazione frequente da parte di chi, consapevole che la politica non è un’attività superflua o di quart’ordine, con attenzione e crescente preoccupazione scruta il senso – ossia la direzione e il significato – di ciò che sta mutando o di ciò che per la prima volta sta avvenendo in Europa. E a una simile constatazione si accompagna, con altrettanta frequenza, la sottolineatura che quelle che realmente sono o appaiono essere le più pericolose lentezze, indecisioni e condizioni di malessere o affanno delle democrazie d’Europa, dipendono soprattutto dal restringersi, se non addirittura dal progressivo affievolirsi, di una visione culturale in grado non solo di cogliere l’orientamento delle trasformazioni in corso, ma anche di far comprendere quanto la politica – proprio rispetto allo stato di incertezze e inquietudini in cui versiamo – possa risultare utile, oltre ad essere necessaria.

Il richiamo al ruolo che il rapporto fra politica e cultura ha sempre avuto nelle età di grande trasformazione, però, quando si faccia troppo insistente rischia di diventare evasivo. E di essere facilmente scambiato con l’ammissione definitiva di impotenza nei confronti di quella ‘migliorabilità’ (o, se si preferisce, ‘riqualificazione’, ‘riabilitazione’) della politica odierna, i cui ristretti tempi residui male si coniugano con le esigenze temporali che contrassegnano svolgimenti e risultati dell’azione culturale. E quasi certamente così sarebbe, in effetti, qualora considerassimo il ridursi o l’indebolirsi della visione culturale esclusivamente come una caratteristica negativa delle attuali classi politiche e dirigenti, come un deficit che automaticamente si estende ai governati e di cui noi cittadini, semplicemente e senza possibilità di alternativa, paghiamo lo scotto. No; l’accorciata visione culturale, che sembra affliggere proposte e decisioni dei principali attori delle democrazie europee, è invece la faccia solo maggiormente visibile di quel più ampio e profondo processo che sta atrofizzando ciò che rende viva e vitale la cultura: vale a dire, la sua capacità di farsi tutt’uno con la condotta individuale e con i comportamenti collettivi, rendendo la libertà di ciascuna persona un’occasione continua (e in ogni campo dell’agire umano) di positiva creatività.

«Quindicina internazionale» – la nuova sezione on line che la Fondazione Alcide De Gasperi dedica, sul proprio sito, alla chiarificazione e all’approfondimento dei temi e delle questioni di maggiore rilevanza e attualità – intende mostrare che questa capacità della cultura italiana ed europea è ben lungi dall’essersi esaurita. E che, affinché si allarghi nuovamente la visione culturale delle classi politiche e dirigenti, incominciando nel contempo a lavorare alla preparazione di quelle di un futuro che è già parte del nostro presente, occorre ripartire con onestà e semplicità dai principi e dai valori di cui si alimenta, e che a sua volta nutre e promuove, una cultura viva e autenticamente vitale.

Com’è noto, «Quindicina internazionale» era il titolo della rubrica di politica estera che Alcide De Gasperi tenne su «Illustrazione Vaticana» dal 1933 al 1938. Riproporre oggi quel titolo e farne – per ciascun lettore, oltre che per i giovani collaboratori che si dedicheranno alla redazione della nuova sezione del sito della Fondazione – la stella di continuo riferimento, è anch’esso il segno, nonostante ogni apparenza contraria, degli intendimenti semplici e onesti con cui la nuova rubrica nasce. Dei principi e valori, cristiani e popolari, che guidarono convinzioni e azione politica di De Gasperi, quando ne lamentiamo l’odierna carenza sentiamo simultaneamente l’intatta forza. E, ogniqualvolta più greve sembra diventare il peso della politica o incomprensibile la logica di quest’ultima, sono proprio tali valori e principi a restituirci la ragionata confidenza nel fatto che, se talvolta o troppo spesso la politica inquina e degrada l’esistenza di una collettività, essa è anche il solo strumento per cercare il bene comune, per rendere meno incerto il futuro assicurando il presente, per far fronte a ogni grande trasformazione prevista o inattesa.

La «Quindicina internazionale» cercherà di destare, innanzi tutto, interesse e curiosità del lettore. L’attenzione si appunterà su fatti e notizie che rischiano di restare tra le pieghe dell’informazione prevalente o più replicata. E i commenti, per quanto possibile, metteranno sotto osservazione le tendenze sotterranee da cui sono mossi i più importanti cambiamenti in atto. La costruzione politica europea – con tutte le sue difficoltà, con le disillusioni mescolate alle aspettative ancora fiduciose, con le perduranti potenzialità di avanzamento – sarà naturalmente al cuore della «Quindicina». In parallelo alla rubrica, il sito internet della Fondazione De Gasperi si arricchirà di articoli, focus paper, ricerche e studi inediti o ripresi dai siti dei principali network dedicati allo studio e all’approfondimento di tematiche politiche, economiche, sociali, con particolare riguardo per i lavori presentati nell’ambito del Martens Centre for European Studies.

Riallacciare proficuamente fra loro azione politica e azione culturale è di sicuro, oggi, impresa non solo tanto complessa da apparire temeraria, ma anche esposta sin dai suoi primi passi al rischio di autoconsumarsi in una banale, retorica convenzionalità. Per la Fondazione Alcide De Gasperi, quello di incominciare una simile impresa è però un dovere. Come le odierne, larghe fratture fra cittadini e ceto politico non potranno mai essere stabilmente ricomposte con rozze manipolazioni demagogiche o con sovradosaggi continui di personalizzazione del potere, allo stesso modo non si riuscirà a migliorare, o riqualificare, o riabilitare la politica, se non ripopolandola culturalmente di principi e valori. E mettendola maggiormente in grado, così, di adempiere il suo compito, indispensabile e utile, nei riguardi dell’intero Paese, delle comunità e dei gruppi sociali che lo compongono, di ciascun cittadino.

Lorenzo Ornaghi

Presidente del Comitato Scientifico Fondazione De Gasperi

Membro Academic Council, Martens Centre for European Studies