Seconda puntata della rubrica “Quindicina Internazionale“. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Riccardo Redaelli*

Lo stallo politico in Libia sembra senza fine: ormai a distanza di mesi dalla nascita laboriosa del governo di al-Sarraj, non si riescono ancora a vincere le resistenze che ne ostacolano il pieno riconoscimento interno. Come noto, la nomina di questo nuovo governo di unità nazionale – fortemente voluta dalle Nazioni Unite e strenuamente appoggiata dall’Italia (che si è spesa, in questi mesi, più di ogni altro paese occidentale) – aveva lo scopo di superare la pericolosa diarchia fra i governi di Tripoli e di Tobruk e di contrastare la continua frammentazione degli schieramenti. Soprattutto era pensata come unico argine credibile contro l’ascesa di Daesh in Libia, le cui milizie stavano sfruttando il vuoto di potere e la balcanizzazione del paese.

Forti opposizioni erano state preventivate, ma vi è forse stato un eccesso di ottimismo nella capacità di superarle. In particolare, il generale Khalifa Haftar – l’uomo forte di Tobruk – si oppone a questo compromesso politico che ne mina lo stra-potere personale, certo del sostegno politico, economico e militare di Egitto e monarchie del Golfo. La determinazione (o arroganza) di Haftar è altresì rafforzata dalle ambiguità della posizione britannica e soprattutto francese, le quali – pur sostenendo ufficialmente il processo avviato dall’ONU e dall’Italia – “giocano” pericolosamente con le spinte secessioniste delle zone orientali e meridionali. La conseguenza è che la rigidità di Tobruk si riverbera sulla miriade di ambizioni e rivalità personali uscite deluse dal processo di formazione del nuovo governo di unità nazionale, fomentando gli opposti estremismi.

Anche sullo scacchiere libico, in sostanza, fatica a ricomporsi l’unità della politica estera e di sicurezza occidentale, mentre permangono i tatticismi dei tanti attori locali, regionali e internazionali, incapaci di superare logiche puramente nazionali o di corto respiro. Nonostante appaia ormai evidente come la frammentazione politica libica rappresenti un pericolo oggettivo a livello macro-regionale; si pensi, ad esempio, agli effetti destabilizzanti sui paesi confinanti (Algeria e Tunisia in primis), allo sviluppo di cellule jihadiste che si richiamano al califfato jihadista di Daesh e al ruolo in negativo che la Libia di oggi gioca nel cinico traffico di migranti verso l’Europa.

Particolarmente grave non capire come la crisi di questo paese non possa essere disgiunta dalle altre crisi mediorientali, quando al contrario il sistema internazionale abbisogna di una visione maggiormente olistica e di ampio respiro. La continua e spesso superficiale ripetizione della celebre definizione di Papa Francesco sulla “Terza guerra mondiale a pezzi” rischia di banalizzare quella che è una grande intuizione del pontefice sui nessi che collegano i troppi conflitti. E sulla necessità di mitigare i meri interessi nazionali (che esistono e di cui bisogna tenere conto) con i bisogni delle popolazioni coinvolte e con l’impegno assunto – solo formalmente? – dalle Nazioni Unite di promuovere la cosiddetta Human Security. Una sicurezza che mette al centro le popolazioni più che gli stati e che collega indissolubilmente il concetto tradizionale di sicurezza, con quello di sviluppo e di libertà. Una Human Security minacciata da molti ma soprattutto dall’ascesa della violenza religiosa di marca jihadista, con la quale il sistema internazionale deve fare di più e meglio. Anche in Libia, un paese che rappresenta la cartina di tornasole della capacità degli attori interni e internazionali di combattere il terrorismo e i trafficanti di esseri umani, promuovendo una stabilizzazione politica credibile. Anche a costo di obbligare qualche protagonista a fare “dei passi indietro” e di rinunciare all’inseguimento cinico dei soli interessi nazionali di breve respiro.

* Professore ordinario di Geopolitica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Puntate precedenti:

      0. | Ornaghi Lorenzo – Una sfida necessaria: riallacciare azione politica e azione culturale

  1. | Damiano Palano – La «guerra a pezzi» di un mondo in disordine