Prima puntata della rubrica “Quindicina Internazionale“. A fondo pagina le puntate precedenti.

di Damiano Palano*

Sono passati venticinque anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dal momento in cui il mondo scoprì di essere diventato «unipolare». Con la fine del Patto di Varsavia e la disgregazione dell’Urss, la politica globale non perse infatti semplicemente una delle due «superpotenze» protagoniste dalla «guerra fredda», ma le basi stesse su cui per quasi mezzo secolo si era retto l’equilibrio bipolare. Nel corso di questi venticinque anni il dibattito politologico ha cercato di fissare i tratti distintivi del «nuovo ordine mondiale», soprattutto nel tentativo di trovare precedenti storici e così di prevedere le possibili traiettorie di sviluppo. Realisti come Kenneth Waltz e John Mearsheimer formularono per esempio previsioni che – pur procedendo in una direzione diversa – concordavano sull’idea che si sarebbero riproposte le classiche dinamiche dell’equilibrio di potenza, e che dunque la riconquista di un nuovo ordine sarebbe giunta a seguito di un (problematico) processo di bilanciamento e ridefinizione delle alleanze consolidate. Altri osservatori ritennero invece che la novità del quadro emerso dopo il 1989 e il 1991 fosse tale da rendere del tutto inservibili le chiavi di lettura tradizionali. Francis Fukuyama – con una formula spesso fraintesa, eppure destinata a fissare rapidamente lo Zeitgeist degli anni Novanta – scrisse che la «Storia» (nel suo significato hegeliano) si era conclusa, perché la liberaldemocrazia occidentale aveva sconfitto per sempre i suoi storici avversari, ponendo dunque termine alla stessa «evoluzione ideologica» del genere umano. Sottolineando invece che, per la prima volta nella storia moderna, la politica mondiale era dominata da un’unica potenza, Charles Krauthammer scrisse che la nuova fase politica poteva essere descritta come un «momento unipolare». Negli anni seguenti non pochi si spinsero d’altronde a prevedere che quel «momento» era destinato a trasformarsi in una duratura «era unipolare». E qualcuno proposte anche più o meno ingegnose analogie tra l’Impero di Roma e il ‘nuovo Impero’ di Washington, o tra la lunga Pax Augustea e la stagione della Pax Americana che sembrava profilarsi dopo la conclusione della Guerra Fredda. Pur senza disconoscere almeno alcuni tratti dell’assetto «unipolare», Samuel Huntigton attirò invece l’attenzione sul ruolo che le «civiltà» – e non più gli Stati – avrebbero avuto nei conflitti del futuro. E proprio questa lettura, fissata nella formula dello «scontro delle civiltà», avrebbe fornito forse la chiave di lettura mediaticamente più efficace per interpretare gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

Nel quarto di secolo trascorso dalla fine dell’Urss, come sappiamo molto bene, il lungo dopoguerra non ha generato uno stabile ordine internazionale. Dopo il 2001 gli scenari di crisi non hanno anzi cessato di estendersi, giungendo fino alle porte dell’Europa, senza che neppure si siano profilate ipotesi realistiche di soluzioni durature. E anche se alcune tracce della ‘vecchia’ politica di potenza hanno fatto nuovamente la loro comparsa in Europa, le alleanze ereditate dalla Guerra fredda non sono state messe sostanzialmente in questione. Anche se l’immaginario dell’Occidente continua a essere molto simile a quello di un mondo «post-storico», la «Storia» non si è mai davvero fermata. L’«era unipolare» probabilmente non è mai neppure cominciata, e sicuramente non ha consegnato agli Stati Uniti quel ruolo di unica superpotenza globale, che avrebbe consentito di garantire la stabilità di un «impero liberale», fondato sui principi democratici e sulla libertà di mercato. Ma anche lo spettro dello «scontro delle civiltà» diventa sempre più evanescente, perché la sensazione – di fronte soprattutto ai conflitti che lacerano il Nord-Africa e il Medio Oriente – è piuttosto di avere a che fare con scontri ‘dentro’ le civiltà.

Proprio di fronte a questo quadro, la formula della «guerra mondiale a pezzi», che Papa Francesco ha proposto in diverse occasioni, deve essere presa sul serio anche sul piano teorico. «Siamo entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli», disse Francesco nell’agosto 2014. E non si trattava semplicemente di una provocazione, perché il Papa è tornato in altre occasione, anche di recente, su questa lettura. L’immagine della «terza guerra mondiale a pezzi» contiene infatti una vera e propria interpretazione generale, capace di tenere insieme i diversi ‘frammenti’ di un mondo in conflittoMa, soprattutto, è un’immagine che ci consente di cogliere le principali dimensioni problematiche che attraversano lo scenario contemporaneo. E che per molti versi rendono la costruzione di un ordine non solo ‘politicamente’ complesso, ma ‘strutturalmente’ davvero difficile, sia in virtù del carattere ‘multipolare’, se non addirittura ‘apolare’, del sistema internazionale odierno, sia per il venir meno della possibilità di conflitti generali che non implichino rischi fatali per la stessa sopravvivenza dell’intero genere umano.

In primo luogo, nessuna analisi e nessuna previsione sul prossimo futuro può fare a meno di considerare, più che semplicemente il ‘declino’ relativo degli Stati Uniti, l’ascesa della Cina e di nuove importanti potenze regionali, come l’India, il Brasile, il Sudafrica, oltre che la ‘vecchia’ Russia: e proprio questa ascesa renderà inevitabilmente ‘multipolare’ il sistema dei prossimi decenni. Ma questo probabilmente non comporterà – come spesso si sostiene, pensando alla transizione egemonica tra Impero britannico e Stati Uniti – che il XXI secolo sia destinato a essere il «secolo cinese». Piuttosto, come ha scritto per esempio Charles Kupchan, il mondo del futuro non apparterrà a nessuno, nel senso che sarà al tempo stesso multipolare e politicamente plurale. Il numero delle grandi potenze sarà dunque molto elevato (comunque più elevato di quanto non sia mai stato). E ognuna di esse, sulla base dei propri valori e interessi, si farà portatrice di una specifica visione di cosa sia un ordine internazionale ‘giusto’. Un nuovo ordine – la cui conquista è però tutt’altro che scontata – non potrà allora che implicare una ridefinizione degli standard che stabiliscono la legittimità e la rispettabilità internazionale di uno Stato. In secondo luogo, non si può però trascurare il fatto che la costruzione del nuovo ordine è resa oggi ‘strutturalmente’ difficile, oltre che dal multipolarismo, anche dell’ingresso del mondo in un’era in cui diventa tecnicamente possibile l’autodistruzione nucleare. È infatti proprio l’impossibilità di ricorrere alla guerra generale, come estrema risorsa strategica degli attori, a rendere il sistema davvero ‘anarchico’ e a rendere fragile qualsiasi ordine. E proprio per questo, come ha osservato Luigi Bonanate, i «pezzi» di guerra di cui Francesco ha colto le connessioni possono anche essere letti come l’annuncio di «un mondo in pezzi», e cioè come il segnale della «totale perdita di un’idea di ordine internazionale che possa ricomporre una vita politica pacifica» (Un mondo nuovo a ‘pezzi’ tra incubo e speranza, in «Vita e Pensiero», 2/2016).

Nel mondo multipolare e ‘disordinato’ che ci attende, non possiamo così affatto escludere l’eventualità che i diversi «pezzi» della «guerra mondiale» non possano ricomporsi in un conflitto più ampio. Ciò nondimeno, è dalla rassegnazione alla guerra e dalle tentazioni del millenarismo apocalittico che bisogna guardarsi, se non altro per evitare di adottare quelle chiavi di lettura – come quelle offerte dalla tesi dello «scontro delle civiltà» – destinate a diventare profezie autoavverantesi. Perché è solo prendendo atto della complessità degli scenari, ma resistendo alla seduzione del millenarismo, che può essere ripensata, e politicamente coltivata, la possibilità di un nuovo ordine internazionale.

*Docente di Scienza politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

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