Tra le cause del degrado della vita pubblica Luigi Sturzo annoverava “statalismo, partitocrazia e sperpero del denaro pubblico”, che definiva “le tre male bestie”.

Il sacerdote siciliano riteneva lo statalismo la degenerazione del legittimo potere dello Stato, sia per la sua attitudine a occupare spazi di libertà dei cittadini, delle imprese e degli organismi pubblici territoriali, sia per la sua tendenza a trasmodare in occasione di malaffare o, comunque, di mala gestio delle risorse pubbliche.

Si tratta di ragioni ontologiche che, come tali, conservano nel tempo la loro validità.

Per quanto i rischi segnalati possano essere contenuti con un intelligente sistema di check and balance, la debordante presenza dello Stato nella vita del Paese contiene, in sé, un’ineliminabile spinta all’alterazione degli ambiti naturali delle libertà economiche e personali, oltre chè un pericolo di malversazioni.

Ancorchè le culture politiche dominanti siano state nel novecento (quasi tutte) governate da una concezione di favore per l’espansione della sfera pubblica, il mercato ha progressivamente guadagnato spazi di azione (prima sottratti alla concorrenza) e lo Stato si è così attestato su (più appropriate) posizioni (quasi solo) di regolazione e di vigilanza, in coerenza con il monito di De Gasperi: “la costituzione economica di uomini liberi non si crea però con cieco automatismo delle forze in libera gara…ma si forma sotto vigile controllo dello Stato”.

Quando, tuttavia, la misura dei rapporti tra Stato e mercato sembrava aver trovato un assetto piuttosto bilanciato, è arrivato il cigno nero della pandemia e quell’equilibrio è tornato in tensione.

Si assiste, negli ultimi giorni, alla ricerca frenetica di soluzioni “pubblicistiche” (poi cristallizzate nel decreto legge appena approvato) alla crisi indotta dall’emergenza sanitaria.

Come seguendo un riflesso pavloviano, la politica chiede aiuto allo Stato, nella difficoltà di trovare rimedi alternativi.

Si comporta come un bambino che, istintivamente, in un momento di difficoltà e di disperazione torna dal padre e invoca il suo soccorso (come il figliuol prodigo). Ma lo Stato è sempre un buon padre? Dipende.

E’ più buono un padre che accompagna il figlio alla maturità, lo incoraggia e gli insegna l’assunzione di doveri e responsabilità o quello che gli toglie ogni pensiero, gli risolve ogni problema, ma gli impedisce di crescere, creare, costruire la sua vita?

La risposta è nella domanda.

Si dirà, tuttavia, che, in una situazione di estrema difficoltà, la pedagogia deve cedere il passo all’urgenza del soccorso (primum vivere, deinde philosophari).

Vero, ma fino a che punto? E con quali effetti conseguenti?

Non è agevole, in questi giorni così difficili, analizzare la consistenza della trasformazione del ruolo dello Stato che si va configurando.

Si ricorre, infatti, all’àncora salvifica dello Stato e, contestualmente, la si respinge, in uno strano conflitto logico.

Si invoca l’intervento dello Stato nel capitale delle aziende, nel sostegno ai redditi, nei finanziamenti alle imprese, ma si tende a rifiutare o a smantellare i controlli pubblici sull’esercizio delle attività economiche e a declinare la verifica giurisdizionale sul corretto esercizio delle funzioni che le amministrano; per altro verso, si vuole introdurre il tracciamento pubblico dei movimenti dei cittadini, ma si eludono le istanze di controllo sulla genesi e sul funzionamento di tale meccanismo.

Se ne ricava l’impressione di un nuovo statalismo schizofrenico e confuso e, forse, proprio per questo, ancora più pericoloso: più Stato e più deregulation.

I rapporti tra Stato e cittadini, tra Stato e mercato, sembrano affidati a frontiere mobili e contraddittorie: lo Stato à la carte.

In questo momento di inedita revisione del ruolo dello Stato (non solo in economia), torna allora utile la lezione di Einaudi: “la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica”.

Lo Stato del laissez faire, se ben amministrato, permette ai cittadini e alle imprese di esprimere le loro energie migliori, produce la vitalità virtuosa delle società libere e favorisce, con un’assistenza pubblica mirata e intelligente, lo sviluppo di idee e la diffusione del benessere.

Al contrario, lo Stato assistenziale produce dipendenza e parassitismo e induce all’inerzia. Soffoca e scoraggia le iniziative private. Quando, poi, pretende di gestire le imprese, oltre la misura fisiologica della partecipazione a quelle che erogano servizi alla collettività, rischia di produrre effetti perversi come i traffici delle cariche o l’amministrazione opaca delle aziende.

Se una concezione paternalistica dello Stato genera inefficienza, interventi pubblici finalizzati al sostegno, e non alla sostituzione, del mercato, servono a spingere, secondo una dinamica virtuosa, la rinascita, ma non a drogarla.

In questa prospettiva, appaiono senz’altro utili interventi pubblici di supporto e di garanzia alle imprese, così come di semplificazione amministrativa, nella misura in cui valgono ad accompagnare le imprese verso la ripresa, che deve, tuttavia, restare poi affidata alla loro forza autonoma.

Attengono, invece, a una logora logica statalista misure di ricapitalizzazione e di gestione pubblica delle aziende, che finiscono per riproporre inevitabilmente i difetti già sperimentati di una partecipazione impropria dello Stato alle attività d’impresa.

Se, poi, l’intervento dello Stato genera nuovo indebitamento, il futuro del Paese resta ipotecato a obbligazioni insostenibili, con ineluttabile e prevedibile sottrazione futura di ricchezza e di libertà.

La crisi che stiamo vivendo ammette senz’altro una temporanea trasformazione del ruolo dello Stato e un suo intervento extra ordinem, purchè, tuttavia, resti eccezionale e non getti le fondamenta di uno stabile assetto neostatalista.

Evitiamo che lo Stato si trasformi nel Leviatano insaziabile evocato da Buchanan.

 

Carlo Deodato

Presidente di sezione del Consiglio di Stato

Membro del comitato scientifico della Fondazione De Gasperi

(articolo uscito sul Il Foglio il 24/5)