di Emanuele Lorenzetti

Il Coronavirus rappresenta una delle più gravi crisi mai registrate nella storia repubblicana italiana. Per un’analisi sociale e politica, bisogna partire dalla constatazione che ogni grande crisi introduce aspetti sia negativi sia positivi nella società di uno stato. La capacità di discernimento è fondamentale per saperne cogliere entrambi. Il primo e principale aspetto negativo, che certamente va registrato, è la morte di centinaia di migliaia di persone e la sofferenza fisica e interiore di altrettante persone che continuano a lottare contro il virus in ospedale, a casa e nel lavoro. Il secondo attiene alla sfera pubblica internazionale riguardo alla cecità politica concretizzatasi nell’indifferenza di taluni stati verso l’Italia, i quali hanno preferito erigere confini nazionali a scapito di uno dei caposaldi del pensiero europeo: il principio della solidarietà. Il momento di dura prova che siamo chiamati a vivere però va governato e superato. Prima delle grandi decisioni ciascun governante, oggi, è chiamato a fare una riflessione sul tempo. Possiamo farlo riprendendo le memorabili parole di un grande statista democristiano come Aldo Moro: “Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà.” Con la differenza che quelle erano parole rivolte alla sfida del terrorismo interno contro la quale l’Italia si è confrontata negli anni ’70 e ’80. La domanda che se ne desume però è chiara e attuale: comprendiamo davvero il tempo che stiamo vivendo? Ci sentiamo pronti a vivere questo tempo per indirizzarlo secondo una visione personalistica, cioè che sappia coniugare la dimensione della persona e l’innovazione tecnologica?

Oggi la principale sfida contro il Sistema Italia è rappresentata da COVID-19, un virus pericoloso che mostra lati oscuri, in quanto si presenta come virus sanitario, trasformandosi in virus economico e, potenzialmente, in virus europeo in cui l’Italia rischia di rimanere intrappolata dentro la narrazione dominante nel dibattito pubblico ed istituzionale europeo sulla dicotomia tra i Paesi del Nord e del Sud dell’Unione. La crisi del COVID-19 ha messo in luce le criticità presenti in diversi stati europei, compresa l’Italia. A cominciare dalla sua sanità pubblica la cui architettura ospedaliera ha mostrato notevoli carenze nell’affrontare una crisi epidemiologica che, secondo il parere di taluni scienziati e medici, si sarebbe potuta affrontare diversamente. Ad ogni modo, ci troviamo di fronte ad una situazione del tutto particolare perché mentre per gli aspetti negativi dobbiamo sperare in governanti che abbiano il coraggio di avviare riforme strutturali, c’è un’altra parte del Belpaese che invece risponde bene all’emergenza.

Si potrebbe parlare di un’Italia a tre velocità: la prima è quella delle grandi industrie che dimostrano di governare COVID-19 facendone anzi un’occasione per velocizzare l’adeguamento dei parametri al Piano Nazionale Industria 4.0, all’innovazione tecnologica e gestionale e al processo di transizione energetica. È il caso di Snam, impegnata nel continuare a garantire la sicurezza energetica nazionale dalla sala di controllo a San Donato Milanese, che ospita il più grande centro di dispacciamento della rete del gas in Europa. In una recente intervista rilasciata ad Avvenire il suo Ad Marco Alverà, oltre ad assicurare il piano 2019-2023 da 6,5 miliardi di euro, spiega infatti che “avere energia a basso costo in questo momento potrebbe accelerare la transizione energetica: ad esempio, con un costo del gas più basso, potrebbe essere più conveniente introdurre a livello europeo una quota del 5% di idrogeno nelle reti.”[1] Ma la Snam non è l’unica realtà positiva del tessuto produttivo italiano emersa in questo momento difficile. A fianco c’è anche ENEL, l’industria che rappresenta il 38% dell’energia elettrica venduta nel Belpaese. Qualche giorno fa anche l’Amministratore delegato di ENEL, Francesco Starace, ha posto l’accento sugli aspetti positivi che COVID-19 sta introducendo in questo caso nello sviluppo delle fonti rinnovabili, dichiarando come “per molti governi ed economie il rilancio passerà proprio dal rinnovo in chiave ecologica dell’infrastruttura dell’energia. In Europa abbiamo il Green Deal che è una grande opportunità.”[2] La seconda velocità è rappresentata dallo Stato con le sue pubbliche amministrazioni (P.A.) che si trova in una posizione mediana. È l’immagine di una macchina statale ancora divisa tra settori avanzati e settori rimasti indietro alla digitalizzazione. In questo caso l’intervento del legislatore dovrà focalizzarsi sui temi dell’innovazione infrastrutturale e tecnologica delle modalità di lavoro e dello snellimento burocratico. La terza velocità, infine, è quella delle piccole e medie imprese (PMI), dell’artigianato, del professionista – di tutte le categorie che appartengono al mondo “partita I.V.A.” – che costituiscono il 96% della struttura produttiva e che rischiano però di venire travolte dall’ondata del virus.

La chiusura di molte micro, piccole e medie imprese – il rapporto CENSIS sulla lockdown economy parla, a riguardo, di una possibile chiusura intorno al 20%, cioè pari a circa un milione di PMI – dipenderà sicuramente dalla mancanza di liquidità che è diretta conseguenza del COVID-19, ma anche dal fatto che, se consideriamo i risultati ad oggi del Piano Nazionale Industria 4.0, solo il 14% delle imprese hanno raggiunto una reale capacità innovativa.[3] Il dato appena riportato ci è utile pure per una riflessione europea, cioè per capire non solo perché paesi come la Germania, la Francia o la Gran Bretagna riescano a far fronte alla lockdown economy, ma anche per comprendere il divario che da anni separa l’Italia dal resto dei paesi OCSE in materia di sviluppo economico. Se non comprendiamo, infatti, che è sulle scelte tecnologiche e organizzative delle imprese che si gioca la competitività internazionale nei mercati, allora l’economia italiana sarà destinata al tracollo. Il tessuto produttivo italiano, quindi, risulta ancora fortemente frammentato e molto indietro rispetto alle tempistiche prefissate, sebbene il Piano negli anni abbia consentito un incremento degli investimenti in Italia. Il Coronavirus, costringendo molte realtà a ripensare la propria attività, non potrebbe rappresentare forse il motore per un rilancio industriale del Paese? Torna dunque la riflessione sul tempo. Questo è il tempo del coraggio delle scelte, il tempo per fermarsi a riflettere dove siamo e dove vogliamo andare, il tempo per decidere quale tipo di città e di relazioni sociali – alla luce dello sviluppo economico, industriale e tecnologico raggiunto – vogliamo costruire ed abitare, oggi e domani, nello spazio nazionale ed europeo. La krísis tradotta è ‘scelta’, ‘decisione’: ribaltando un ragionamento comune, crisi non significa stato degenerativo e irreversibile delle cose, bensì misurarsi con i tempi difficili in cui l’uomo è chiamato a governare il fenomeno per fare il salto di qualità.

L’Italia, oggi, è chiamata a compiere il salto di qualità per cominciare a camminare ad un’unica velocità. Deve ripartire da un intervento riformistico che operi un rilancio del Sistema Paese più digitale, più verde e intelligente, attraverso un piano nazionale di investimenti sia pubblici sia privati, di reindustrializzazione e di un intervento nella sanità concepita come bene comune. Riservando sempre la massima attenzione alla sicurezza delle reti, vera sfida del XXI secolo. Comprendere l’importanza primaria dello sviluppo economico per l’Italia è ricordare anche quanto, con tono profetico, Servan-Schreiber affermò sul concetto moderno di sicurezza nazionale: “Dans le monde moderne la défense nationale, la sécurité, ce sera en verité le développment économique et scientifique”.[4] Se c’è una lezione che ci consegna questo tempo, dunque una è evidente: il COVID-19 ha rivelato come non possa esistere la stabilità e la sicurezza di uno stato senza un forte sistema economico integrato con una sanità pubblica strutturalmente consolidata e uniforme su tutta la rete nazionale. Un nuovo piano industriale Green, che abbia una visione antropocentrica, potrebbe consentire questa integrazione per ridare slancio all’Italia.

[1] Intervista. «Sicurezza energetica garantita». Snam procura ventilatori e mascherine: https://www.avvenire.it/economia/pagine/snam-covid-19;

[2] Covid-19. Starace: «Gestiamo l’emergenza, pronti ad accelerare sulle rinnovabili»: https://www.avvenire.it/economia/pagine/starace-cos-gestiamo-lemergenza-pronti-ad-accelerare-sulle-rinnovabili

[3] Industria 4.0, in Italia solo il 14% di aziende “real innovator”: https://www.corrierecomunicazioni.it/industria-4-0/industria-4-0-in-italia-solo-il-14-di-aziende-real-innovator/

[4] J.J. Servan-Schreiber, Le défi américain, Denoël, 1967