di Nicolò Tozzi

 
Con la dichiarazione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella quale il covid-19 viene definito una pandemia, la globalizzazione è stata posta in “quarantena”. Con il rientro dell’emergenza sanitaria, il futuro del fenomeno sarà un inevitabile ridimensionamento?
La decrescita e il ridimensionamento della globalizzazione, definita dall’Economist “slowbalisation”; era in realtà già iniziata a causa dei dazi e delle guerre commerciali tra Cina e Stati Uniti per la supremazia tecnologica ma con la diffusione del virus, che ha come focolaio iniziale la Cina che della globalizzazione è il vero motore, la situazione sta degenerando rapidamente mostrando la falla del modello economico occidentale basato sulle interconnessioni. Il progresso tecnologico, la digitalizzazione del mondo, la facilità nello spostamento di uomini e merci, tutto ciò che ha contribuito a ridurre le distanze rendendo il nostro mondo un villaggio globale ha al contempo portato rischi che adesso son ben visibili. La possibilità di spostarsi con facilità dai paesi asiatici ha aumentato i rischi della diffusione del covid-19, rendendo evidente l’equivalenza tra facilità, frequenza e numero di spostamenti, e il rischio di aumentare contagi. Come la storia ci insegna, anche in passato le epidemie sono riuscite a diffondersi in continenti lontani, basti pensare alla peste nera del 1348 il cui focolaio d’origine era presumibilmente situato nella regione del lago Bajkal in Asia centrale, ma con la differenza che il contagio avveniva con tempistiche diverse e frequenze minori. Normale se pensiamo, ad esempio, a quanto tempo in termini di mesi occorse a Colombo per attraversare l’Oceano Atlantico, mentre adesso si va da Roma a New York in circa nove ore. Ma oltre al danno ben visibile, il trasporto fisico del virus, si registrano danni indiretti che mostrano i limiti della globalizzazione che per anni è stata considerata simbolo della modernità e ritenuta processo irreversibile. L’economia liberista è fortemente messa in ginocchio dalla paura che sta paralizzando la circolazione di merci, persone e capitali con una prospettiva di recessione ancora più dura di quella del 2008 perché si fonda su una paura che non si limita alla comunità, pur estesissima, dei mercati finanziari. Ora la paura è davvero globalizzata perché corre attraverso la rete, i social e i media che ne aumentano la risonanza, provocando la paralisi delle forme dell’economia contemporanea.

 

La globalizzazione, quando l’emergenza rientrerà, sembra trovarsi di fronte ad un bivio: da una parte, una vera e propria deglobalizzazione dove, decrescita, protezionismo e il ritorno alle comunità chiuse sembrano essere effetti inevitabili. Dall’altra parte , come scritto nell’articolo “Far from making nations more insular, the coronavirus outbreak will transform globalisation”, invece di una deglobalizzazione infelice si ipotizza una società aperta in grado di garantire tutti gli strumenti capaci di combattere e ribaltare l’effetto economico del covid-19. Certo è che a prescindere dalla strada che prenderà la globalizzazione, la diffusione del virus, ci mette davanti all’idea, citando corsi e i ricorsi storici di Giovanni Battista Vico, che non sempre al futuro corrisponda il progresso e che la linearità portatrice di miglioramento forse non sia la giusta chiave di lettura del futuro che abbiamo davanti.