di Claudio Ricci

Il Covid-19 ha paralizzato quasi totalmente l’attività mondiale. L’emergenza del coronavirus ha colpito ciecamente, valicando confini ed oceani. Il ventunesimo secolo, valorizzato dall’assenza di distanze e da velocità pressoché fulminee, ha dovuto frenare la sua corsa forsennata. Oltre ai profondi mutamenti legati alla globalizzazione che, inevitabilmente, si verificheranno, può essere d’aiuto analizzare il ruolo interpretato dai diretti interessati all’interno delle dinamiche di questa tragedia. Pertanto, è necessario tentare di prevedere come si muoveranno le grandi potenze dopo questo forzato pit stop. Ci dovremo imbattere in una situazione di squilibrio a livello internazionale? Come ne uscirà l’Europa? Per rispondere a queste domande si possono ricavare delle riflessioni in merito alla collocazione dei Paesi nel dopovirus e nella salvaguardia della sicurezza internazionale.

In primo luogo, la Cina è riuscita a passare in brevissimo tempo da “untore” da respingere a “salvatore” da accogliere. Essa è oramai dipinta non più come la terra natia del Covid-19, ma come il Paese che, dopo aver sofferto la prima ondata del virus, è riuscito a riemergere ed ora intende “regalare” la propria esperienza ai teatri più colpiti. La Cina, approfittando del silenzio di Washington e della titubanza di Bruxelles, ha iniziato ad inviare, nel vecchio continente, carichi di aiuti seguiti dai medici volontari. Ciononostante, il termine “virus di Wuhan” ha quasi definitivamente sostituito “Covid-19”, soprattutto nel mondo anglofono. Malgrado la tardiva reazione di Trump (“We love Italy”), è stata la Cina a monopolizzare il discorso pubblico-mediatico in Italia. I cinesi, favoriti dalle posizioni del Movimento 5 Stelle, mirano ad un rafforzamento della Nuova via della seta nel breve- medio periodo. Tuttavia, essendo l’Italia uno dei Paesi fondatori del blocco euroatlantico, risulta chiaro come l’interesse cinese verso il belpaese possa andare ben oltre il tema della semplice “solidarietà”.

Il velato scontro tra Stati Uniti e Cina è facilmente prevedibile. Il terreno di scontro non è univoco: dal commercio, alla tecnologia, passando per la propaganda “amichevole” del coronavirus. Dal canto loro, gli americani hanno voluto limitare il protagonismo cinese attraverso una fioca volontà di cooperare per fermare il virus. Dopo un colloquio telefonico, il Presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping hanno manifestato uno sbocco verso la collaborazione da ambo le parti. Sul virus, le misure adottate dagli americani potrebbero rassomigliare a quelle adottate in Europa, ma l’amministrazione federale ritiene che questo periodo di quarantena (non esteso a tutti gli Stati) non dovrà dilungarsi oltre la metà di aprile. È altresì vero che dal Paese leader del blocco occidentale ci si sarebbe aspettato qualcosa di più, perlomeno legata ai tempi di reazione, soprattutto laddove si sta profilando un mutamento dello scacchiere internazionale. È ancora troppo presto tuttavia, per sancire la sconfitta degli Stati Uniti. Potrebbe profilarsi dunque, una Seconda Guerra Fredda (ammesso che già non vi sia) con protagonisti Stati Uniti e Cina, e con la Russia di Putin a far da deuteragonista. Nel malaugurato caso che tale scenario si verifichi, che posto occuperà l’Europa?

Per quanto concerne l’Unione Europea appunto, il confuso silenzio da un lato e l’acceso dibattito Eurobond contro Mes dall’altro, hanno fatto da eco ad una prova d’esame che per ora risulta insufficiente. “Una comunità che lascia cadere i suoi membri nel momento di maggior bisogno non merita questo nome”: così ha scritto la versione online del “Die Zeit” dopo la riunione del Consiglio Europeo del 26 marzo. Se l’Europa doveva mostrarsi unita e decisa sin dall’inizio, questo era il momento adatto. La pandemia del coronavirus avrebbe dovuto dare forma a quel concetto di solidarietà auspicato dai padri fondatori, ma invece ha ricoperto il ruolo di leitmotiv per l’effetto domino legato alla chiusura dell’area Schengen. È pressoché certo che l’europeismo dovrà affrontare una forte ondata di euroscetticismo nel dopocrisi. A tal proposito, auspichiamo che l’Unione Europea non diventi la grande sconfitta.

L’Italia, l’Europa e la NATO dovranno essere in grado di sapersi barcamenare tra gli appuntiti sassi del dopovirus, al fine di tentare una rapida ricostruzione economica, politica e sociale. Sforzandoci di tralasciare la sofferenza che sta diffondendo, la lotta al coronavirus deve essere La sfida per incoraggiare un restauro italiano ed occidentale.

Per concludere: non può sussistere un’unione che non sia al contempo politica, economica e soprattutto solidale.