di Matteo Briotti

Ogni comunità, in ogni epoca, ha conosciuto, sulla propria identità, ponderose crisi e drastiche situazioni di squilibrio sociale che ne hanno determinato, spesso in modo nettamente significativo e prorompente, non solo una modifica importante ed evidente, ma altresì, una acquisizione profonda della conoscenza di quei valori che accomunano ogni individuo, ogni singolo e libero cittadino che è inserito in un contesto giuridico e psicologico più grande, quale quello di una società basata su concezioni moderne. È, però, quanto mai evidente che, nella storia dell’Italia repubblicana, ci si trovi dinanzi ad una importante, quanto nuova, situazione emergenziale, nella quale trova spazio una difficile comprensione del fenomeno anche da parte delle autorità competenti e protagoniste nell’ardua gestione della stessa. Una situazione che ha mostrato grandi ricadute sul fronte socio-economico del nostro Paese, alimentando sentimenti di incertezza, paura e impotenza soprattutto all’interno del tessuto sociale della nostra collettività. Sin dai primi giorni del mese di marzo, le autorità di Governo hanno necessariamente elaborato una serie di provvedimenti stringenti e rigorosi, volti a contrastare il dilagare dei contagi da COVID-19. Si tratta di provvedimenti composti da una serie di prescrizioni fortemente perentorie che, tra le varie argomentazioni, dispongono l’assoluto divieto di spostamento delle persone fisiche se non per comprovate esigenze di carattere medico o lavorativo. Appare chiaro come queste misure modifichino inevitabilmente le abitudini di tutto il corpo sociale, limitando una delle più importanti e “sacre” garanzie costituzionali: la libertà individuale. Viene chiesto, in questo tempo, un radicale cambiamento della quotidianità collettiva e un interfaccio certo con la paura. La paura di ciò che ci è ignoto, la paura di una sconfortante indeterminatezza, la paura del mettere alla prova i nostri valori e la nostra identità nazionale, ovvero ciò che ci accomuna. A tal riguardo, trovo importante ricordare le parole del giudice antimafia Giovanni Falcone, assassinato nel 1992, che affermava:

“L’importante non è stabilire se una persona ha paura o meno; l’importante è saper convivere con la propria paura e non farsi dominare dalla stessa, altrimenti sarebbe incoscienza.”

In un momento così incerto e preoccupante, l’inevitabile tensione provocata dalla paura può, però, essere funzionale, poiché può trasformarsi in attivazione alla collaborazione e alla responsabilità nel rispettare al meglio le indicazioni igienico-sanitarie e preventive. Ma la paura, in questo momento, deve necessariamente farci rendere conto che siamo spettatori della nostra storia, del nostro tempo; spettatori di un tempo senza dubbio difficile, certo, è inutile nasconderlo, ma al quale è necessario rivolgerci con coraggio e determinazione.

Un tempo nel quale ci sentiamo prigionieri di un carceriere invisibile e meschino; un tempo dove i nostri cuori si uniscono agli sforzi dei tanti medici, infermieri e tutori dell’ordine che si sono ritrovati ad essere, ora più che mai, “soldati di trincea” in questa difficile ed incomprensibile guerra; un tempo nel quale l’appartenenza europea rappresenta il fondamento per la ricostruzione soprattutto del nostro sistema economico gravemente danneggiato, perché è evidente che per fronteggiare al meglio una crisi senza precedenti, occorre mettere in campo tutte quelle misure finanziarie, di concerto con le istituzioni europee, che salvaguardino le economie di tutti noi; un tempo dove il grido di “coesione e solidarietà” si erge a faro per il nostro avvenire, udito oggi da tutti coloro che non si fermano, che non si arrendono e che sostengono la catena produttiva italiana. Solamente così, solo uniti, coesi e solidali comprenderemo che, come la storia ci insegna, l’unione ci consentirà di progredire e di debellare tutti quei vincoli che oggi angosciano il nostro animo. Non si tratta di uno slogan, ma di una concreta certezza. Si tratta di una chiamata ad un comune sentimento responsabile, in un’ottica più ampia, soprattutto europea, in quanto, tutti gli Stati membri devono sentirsi, ora più che mai, uniti e pronti a farsi carico anche delle determinazioni risolutive.

In tempi non lontani dal nostro presente, dove lo spirito democratico nazionale veniva sottoposto a frustranti tensioni, lo statista Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana e tessitore di un nuovo modello di coesione sociale nazionale ed internazionale, pronunciò le seguenti, incoraggianti, parole, sulle quali dovremmo far soffermare tutti una sensibile riflessione:

“[…] Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremo di farlo. Ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso; si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà […]”.

Quanto di più attuale? La forza sta nella consapevolezza della responsabilità del singolo nel proprio tempo; la responsabilità di rimanere uniti, anche a distanza. L’Italia sta reagendo bene, questo va riconosciuto; sia per quel che riguarda la gestione dell’emergenza, che vede come protagonisti sia gli attori della compagine governativa, costantemente protesi al dialogo costruttivo con le diverse parti che compongono il sistema Paese e con le istituzioni europee, sia per coloro che gestiscono l’emergenza dal punto di vista logistico e territoriale, come il sistema di Protezione Civile ed il sistema sanitario, ai quali va il mio personale ringraziamento, e, infine, sia per tutti quei cittadini che non si lasciano sopraffare dallo sconforto, ma reagiscono e cantano l’Inno nazionale.

L’Italia ne uscirà, ce la farà e si rialzerà. Noi tutti ce la faremo, ricordando, prima di tutto a noi stessi, che siamo un grande Paese e che risulta nodale mantenere alto l’amore per la nostra comunità, la nostra identità e la nostra libertà.