di Emanuele Lorenzetti

Eurobond, Coronabond, scudo del Mes contro la crisi da COVID-19. Sono i temi ricorrenti che fanno da sfondo all’indirizzo di politica economica verso cui l’UE dovrebbe andare per risolvere la fase di emergenza sanitaria e sociale provocata dal Coronavirus. La Fondazione De Gasperi ha sentito il parere di Federico Carli, economista e presidente dell’Associazione di cultura economica e politica Guido Carli.

 

Dottor Carli, in questi giorni è tornato in auge il tema degli ‘EuroUnionBond’ come risposta al Coronavirus. Dal Commissario Ue per l’Economia Paolo Gentiloni al Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, sono in molti ad unirsi lungo questo filone di pensiero. Lei è uno di questi e in proposito ha coniato il termine “solidarity bond”. Ci spieghi in cosa consiste e qual è l’importanza di implementare una simile scelta di politica economica?

Credo che sia giunto il tempo di utilizzare il linguaggio della verità, e non per distruggere bensì per costruire un percorso europeo che torni a diffondere la speranza di un futuro di progresso per i popoli del Continente. Ebbene, l’emergenza sanitaria, gravissima di per sé, ha messo in luce problemi già esistenti e già evidenti a chi avesse voluto vederli ben prima che il coronavirus ci colpisse: la debolezza dell’economia italiana, la fragilità dei suoi assetti istituzionali, lo scollamento della società, che era già vicina a un punto di rottura quando l’epidemia era un evento inimmaginabile. Soprattutto, ha messo in luce l’incompiutezza e l’inadeguatezza attuali dell’UE. In occasione di un convegno organizzato dall’Associazione Guido Carli alla fine dell’estate 2019, il Presidente della Consob ha ricordato, per esempio, che già “lo scorso 7 settembre il Presidente della Repubblica Mattarella aveva ribadito i punti sollevati nella sua illuminante prolusione all’Università di Lund del novembre 2018, quando affermò che «fosse dirimente un chiarimento introspettivo sulla direzione di marcia che i popoli europei intendono percorrere» di comune accordo, secondo il principio di sussidiarietà. L’idea di un’Europa unita riprenderà vigore il giorno in cui sarà possibile discutere seriamente dei contenuti da dare alla richiesta di riesame o di completamento, senza che i partecipanti al dibattito incappino nella consueta distinzione tra europeisti e antieuropeisti”. In questa cornice deve essere inquadrata la proposta dei “solidarity-bond”, che ho formulato il 7 marzo in un’intervista concessa a Avvenire, che è stata poi ripresa da vari economisti italiani e infine fatta propria dal nostro governo che l’ha formalmente avanzata (con un altro nome, meno bello in verità…) in sede europea. Nella mia visione, il punto è duplice: 1) far affluire risorse all’economia reale, segnatamente agli investimenti di cui c’è evidente bisogno dopo la spinta contenitiva degli ultimi anni; 2) rivitalizzare su nuove basi il disegno europeo. I “solidarity-bond” costituiscono uno strumento tecnico che ha un obiettivo politico: rilanciare un’Europa carente e ingessata, che, di fronte alla crisi del coronavirus, ha manifestato tutti i suoi limiti e rischia la disgregazione. Essi sono pensati per consentire il finanziamento di indispensabili piani d’investimento senza gravare sul debito dei singoli Stati e per dare un impulso affinché le istituzioni di Bruxelles e i governi dei Paesi membri tornino a ispirare le proprie azioni secondo i principi della solidarietà, della cooperazione e della sussidiarietà. Sotto il profilo strettamente economico, queste obbligazioni di scopo, volte a finanziare investimenti per l’adeguamento delle strutture sanitarie europee, insieme con l’introduzione della “golden rule”, altro obiettivo di cui il governo italiano deve farsi portabandiera, mirano a distinguere tra spese correnti e spese in conto capitale affinché solo le prime siano assoggettate ai vincoli di bilancio stabiliti dall’UE. La realizzazione di piani pluriennali d’investimenti per l’adeguamento delle nostre strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale, per favorire la transizione ecologica, per la messa in sicurezza del territorio, per la modernizzazione delle reti infrastrutturali (materiali e immateriali), per la scuola, non solo rappresenta un’indispensabile forma di sostegno per l’economia reale (imprenditori, lavoratori, famiglie) colpita duramente dalla crisi scaturita dall’epidemia Covid-19, ma costituisce altresì una strategia politica per attenuare gli inaccettabili squilibri e disuguaglianze tra gruppi di cittadini e tra territori, per tutelare e per dare piena dignità alla vita stessa delle persone. In altri termini, per rivitalizzare l’Europa riportandola nel solco pensato e tracciato dai padri fondatori, tra i quali spicca in tutta la sua grandezza la figura di Alcide De Gasperi.

Il presidente del Consiglio Conte, in un’intervista rilasciata al Financial Times, ha chiesto lo scudo del MES contro la crisi da Coronavirus. Cosa ne pensa e quali sono i dubbi sull’applicabilità del Fondo salva-stati?

Il punto è politico, non tecnico. Pensare di far evolvere la costruzione europea attraverso l’istituzione progressiva di meccanismi tecnici, prevalentemente orientati a regolamentare i mercati bancari e finanziari e i bilanci pubblici degli Stati, è un errore mortale. Continuare a discutere nelle sedi ufficiali e quindi, inevitabilmente, sulla stampa di MES, Fondo salva-stati, Basilea4, Patto di Stabilità, 3%, MiFID3, etc… porterà alla liquefazione dell’Unione Europea. Penso che questo non sia il momento più opportuno per spingere avanti negoziazioni tecniche su meccanismi che suscitano la preoccupazione di larghi strati dell’opinione pubblica di diversi paesi; i solidarity-bond possono essere tranquillamente emessi dalla BEI, non c’è bisogno di forzare la mano sul MES in questo momento. Lo stesso nome “Fondo salva-stati” evoca una battaglia di retroguardia e non un piano di largo respiro volto a promuovere il progresso delle Nazioni d’Europa, ritengo che il linguaggio sia più importante di quanto normalmente si pensi perché la forma è sostanza. Il linguaggio non è semplicemente un mezzo per esprimere il proprio pensiero, ma ne è anche il nutrimento di cui il pensiero si alimenta per prendere corpo e da cui quindi trae origine. Non limitiamoci a ergere muri per la conservazione di posizioni difensive, a cominciare dalla scelta stessa delle parole. Iniziamo, noi tutti, a modificare il linguaggio e a utilizzare frasi che mostrino l’esistenza di una visione nuova, in grado di scaldare i cuori intorno a progetti alti. Apriamo piuttosto un tavolo ufficiale di discussione volto a dirimere quale sia la “direzione di marcia che i popoli europei intendono percorrere” affinché ne scaturiscano sviluppo, coesione e stabilità. È giunta l’ora di sostituire agli sterili temi tecnici posti sul tavolo dai funzionari amministrativi di Bruxelles, i temi di vitale importanza attorno ai quali è nata l’Unione Europea: temi propriamente politici, che richiedono l’ardimento, la visione e la risolutezza di una classe politica all’altezza del proprio ruolo. Solo in questo modo sarà possibile dare un rinnovato slancio alla costruzione europea.

L’UE sta subendo una forte crisi di fiducia e sempre più rilevanti sono le derive antieuropeiste. I “solidarity-bond” perché potrebbero essere il trampolino di lancio per una ripresa del processo d’integrazione europea?

Risollevare l’economia, rivitalizzare l’Europa, favorire l’emersione di una nuova classe politica: questi sono gli obiettivi che dobbiamo porci. I “solidarity-bond” possono essere il trampolino di lancio per una ripresa del processo d’integrazione non solo e non tanto perché costituiscono uno strumento per assicurare il bene supremo della salute, ridurre gli squilibri tra classi di cittadini e tra regioni d’Europa, sostenere l’economia reale e l’occupazione in un momento così difficile, colmare la carenza di capitale sociale che in alcune aree del Continente è drammatica, incluso qui in Italia, bensì perché, sotto il profilo del metodo, essi si prestano a capovolgere l’impostazione tutta tecnica su cui si sono fondati il dibattito e l’azione europei negli ultimi trent’anni. I “solidarity-bond”, rappresentano un grimaldello per riportare la politica al centro della scena e, con essa, i temi che davvero rilevano ai fini di una vita piena e degna delle persone. Occorre lavorare affinché emergano una nuova impostazione, non tecnica bensì politica, e una nuova visione per l’Europa. E con esse, emergeranno uomini nuovi all’altezza della sfida che abbiamo davanti. Per uscire dalla crisi dell’Europa, occorre far nascere una nuova classe dirigente, competente e portatrice di un pensiero nuovo, che sappia evitare gli errori compiuti da coloro i quali hanno governato il Paese e l’Europa negli ultimi trent’anni. Questa è l’unica speranza, perché non possiamo immaginare che a risolvere il problema siano coloro i quali lo hanno creato.