Di Emanuele Lorenzetti

“La bolla del carbonio è la più grande bolla economica della storia”.[1] Sono le parole di Jeremy Rifkin, eminente accademico e presidente della Foundation on Economic Trends di Washington, il quale pone serie riflessioni sul momento cruciale che stiamo vivendo in tema di Green Economy e le sfide connesse che la comunità internazionale è chiamata ad affrontare.

La società post-industriale pone serie questioni sul futuro dell’umanità in rapporto con l’ambiente. È il tempo della cosiddetta “terza rivoluzione industriale”, cioè del passaggio da un’economia di mercato fondamentalmente basata su energie non rinnovabili (gas naturale e combustibili fossili) a quelle rinnovabili, come ad esempio l’energia eolica e solare.

È un tema che rappresenta un punto di svolta e come tale è oggi presente in ogni tavolo di politica internazionale sia degli stati che delle organizzazioni internazionali (OI). L’Unione Europea particolare è alla testa di questo processo verde e intelligente come si può notare dall’European Green Deal lanciato l’11 dicembre scorso. Un processo di radicale cambiamento quello Green che è sì di pensiero, ma anche di tipo infrastrutturale.

Ogni grande rivoluzione nella storia, infatti, ha portato una trasformazione del sistema organizzativo dell’industria e della città. Mentre la prima e la seconda rivoluzione industriale hanno insistito su di un’infrastruttura centralizzata, quella dei nostri tempi invece introduce il concetto di decentralizzazione. È un tema caro sempre a Rifkin, il quale parla per l’appunto di “power to the people” che avviene a seguito del processo di democratizzazione del mercato che la terza rivoluzione industriale porterebbe con sé.

Un’area molto importante interessata al cambiamento di paradigma è il campo dell’energia. Da un sistema basato su industrie che trasformano materie prime per realizzare prodotti si richiederebbe il passaggio ad un sistema economico-produttivo intelligente chiamato “internet dell’energia”. La bolla di carbonio risulterebbe infatti dall’emergere degli stranded assests, cioè di “beni immobilizzati” come i combustibili fossili che rimarranno nel sottosuolo a causa di un forte calo della domanda a favore delle rinnovabili. Il calo della domanda sarebbe favorito dall’emergere di un generale convogliamento delle industrie verso le energie rinnovabili, eoliche e solari, a causa dei minori costi di produzione che queste ultime rappresenterebbero.

L’Italia è uno dei Paesi europei più impegnati in questo processo di transazione carbonica. L’ENI, come emerge dalla sua recente strategy di lungo termine presentata il 28 febbraio, annuncia una diminuzione di emissioni dirette e indirette all’80 % entro il 2050. Così facendo l’italiana ENI si presenterebbe in linea con le tempistiche prefissate, anzi le supererebbe, disegnando la sua evoluzione nei prossimi trent’anni con l’obiettivo ultimo di divenire uno dei principali player actors nel sistema energetico internazionale. Con le parole del suo Amministratore Delegato Claudio Descalzi, il piano strategico di lungo termine entro il 2050 consentirebbe all’ENI “di essere un leader nel mercato a cui fornirà prodotti energetici fortemente decarbonizzati contribuendo attivamente al processo di transizione energetica.”[2] È un esempio vincente di come gli stati e le Organizzazioni Internazionali (OI) componenti la comunità internazionale possano e debbano impegnarsi per operare un piano economico di investimento nazionale, internazionale e mondiale che consenta un’uniformità di azione sul cammino comune del Green New Deal.

[1] J. Rifkin, Un Green New Deal globale, Mondadori, 2019

[2] Cfr. il Piano Strategico ENI di lungo termine entro il 2050 dal sito www.eni.com https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2020/02/piano-strategico-di-lungo-termine-al-2050-e-piano-d-azione-2020-2023.html