Di Francesco De Santis

All’interno dei ragionamenti che la Fondazione De Gasperi sta portando avanti nella rubrica “Opinio Lab” non poteva mancare un approfondimento su un tema “caldo” del dibattito pubblico, quello della green economy. Per avere un approccio lontano da posizioni ideologiche abbiamo ritenuto opportuno chiedere informazioni a degli importanti studiosi che, con le loro parole, ci potranno permettere di muovere in una cornice che orienti i ragionamenti sul tema con diversi punti di vista. Ne abbiamo discusso con il prof. Emilio Colombo, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ci ha espresso le sue idee in questa intervista.

La “green economy” è al centro della scena internazionale. Porre al centro non solamente l’uomo ma il suo rapporto con le altre specie viventi è una sfida che tocca diversi settori. Questa sfida può essere l’occasione giusta per mettere in movimento l’Italia, l’Europa e il mondo in nome di un futuro migliore in cui si riescano a coniugare qualità, bellezza, efficienza e storia delle singole realtà come rilanciato anche da Papà Francesco con l’enciclica Laudato Si?

È indubbio come quella della green economy sia diventata una realtà sempre più consolidata nel panorama odierno. Da questo punto di vista, quindi, l’idea di un futuro migliore è certamente lodevole, tuttavia è fondamentale prendere coscienza del fatto che, per fare in modo che il tutto non rimanga solo su “carta”, si deve favorire e sviluppare un differente approccio che inverta la situazione che si è venuta a creare fino ad ora. Non solamente in relazione al rispetto che l’uomo, centrale in questi ragionamenti, deve avere nei confronti della natura e dell’ambiente, come ha giustamente rimarcato Papa Francesco, ma anche considerando il fatto che è proprio l’uomo che attraverso il proprio lavoro e attraverso il proprio coinvolgimento con la realtà è in grado di trasformare in senso positivo o negativo la realtà che lo circonda. La persona umana che trasforma il creato ma al tempo stesso lo preserva riconoscendone il dono, può essere dunque il vero protagonista della transizione ecologica. La green economy può essere, quindi, un volano per un futuro migliore ma la presa di coscienza non può prescindere dal tema educativo e culturale che, toccando sia le vecchie sia le nuove generazioni, deve essere riaffermato come elemento cardine per permettere lo sviluppo di un nuovo modo di intendere lo “stare al mondo”. Perché non può essere una “semplice” scelta politica ad incanalare il discorso nel segno del rispetto ambientale.

Il climatismo ufficiale, però, sembra essersi infilato in una trappola chiamata “2050”. È davvero quella, la data di vita o di morte, per realizzare le “zero emissioni”, ovvero la decarbonizzazione totale? Utopia, sogno o sfida?

Affidarsi ad una data che segni il punto di svolta definitivo per un tema così complesso non è semplice. Senza dubbio occorre affidarsi agli esperti del settore per dare un’idea concreta di quello che potrebbe accadere. Nonostante i pareri scientifici non siano univoci, la scienza appare concorde nell’affermare che il riscaldamento globale sia una realtà oramai acclarata e che in questo il contributo umano è decisivo. L’inversione di tendenza, quindi, deve essere realmente praticata e deve partire da noi. In questo processo la tecnologia, insieme alla già citata educazione, deve giocare un ruolo di primo piano. Proprio la tecnologia deve essere tenuta in grande considerazione per evitare di rincorrere delle utopie e poter, quindi, orientare il discorso sul grande tema del rispetto ambientale coniugato con quello di uno sviluppo sostenibile. La tecnologia può essere proprio parte della soluzione favorendo lo sviluppo di processi e innovazioni che conducano a un reale risparmio energetico e a una sostenibilità ambientale diffusa. La tecnologia è quindi un potente alleato anziché un nemico da attaccare
La lotta al cambiamento climatico, e più in generale il rispetto ambientale, è diventata una lotta di classe globale tra ricchi e paesi aspiranti ricchi? Può influenzare, se non lo ha già fatto, il dibattito politico ed orientare politiche economiche (vedasi “Plastic Tax” in Italia rimandata al prossimo anno)?

L’assunto di base che deve muovere i nostri ragionamenti è che le politiche “verdi” allo stato attuale sono spesso più costose delle politiche “maggiormente inquinanti”. Le fonti energetiche fossili ad esempio hanno il vantaggio di offrire un rendita elevata a costi relativamente bassi. Dunque le politiche ambientali si trasformano inevitabilmente in una “lotta di classe globale” dato che i paesi ricchi possono permettersi di sostenerne il costo mentre i paesi più poveri no. D’altro canto gli effetti delle politiche ambientali non sono circoscritti al confine nazionale: se un paese inquina le conseguenze ricadono su tutti. Quindi le politiche ambientali richiedono necessariamente un coordinamento su larga scala e una maggiore responsabilità da parte dei paesi avanzati che sono quelli che possono permettersi di sostenere maggiormente i costi della transizione verso l’economia. In tutto questo la posizione degli USA, che sembrano avere sposato la linea “negazionista” del riscaldamento globale, sorprende e appare poco comprensibile. Proprio perché gli USA, data la loro posizione nel panorama economico e politico internazionale, dovrebbero esercitare un ruolo di leadership in questo ambito anziché quello di freno di tutto il processo. Per quanto concerne le politiche è chiaro che sarebbe auspicabile ridurre drasticamente il consumo di plastica ma occorre sempre considerare i due aspetti illustrati precedentemente. Da una parte il tema educativo dall’altro quello economico legato ai costi di implementazione delle politiche. In altri termini possiamo tassare l’utilizzo della plastica ma questa politica sarà realmente efficace nella misura in cui le persone siano consapevoli dell’effetto delle proprie scelte di consumo sull’ambiente e nella misura in cui la tassa sia sostenibile e percepita come realmente in grado di dare un contributo fattivo.

Il rapporto generazionale tra le piazze di “Greta” e i gruppi dirigenti nel panorama mondiale non va perso ma si deve riaffermare l’esigenza di parlare anche di “politiche verosimili”. Il passaggio da economia lineare ad economica riciclabile può avverarsi senza includere l’industria?
Sono due temi molto importanti. Il rapporto inter generazionale è sicuramente molto importate e va sottolineato con grande chiarezza che è stato fatto troppo poco per i giovani. In questo non aiuta una narrazione un pò semplicistica del fenomeno Greta, inquadrata come solamente una “adolescente”.
Allo stesso modo non si può credere di sviluppare una green economy senza in tenere in considerazione l’industria, sarebbe certamente utopistico. Il mondo che evolve impone di parlare di intelligenza artificiale, di nuove tecnologia che fanno parte del mondo industriale. Quindi avrebbe dell’inverosimile pensare di sviluppare un’economia verde senza tenere dentro la componente “industriale”. La gradualità del passaggio a un’economia sostenibile, e quindi al realismo di una riduzione graduale delle emissioni carbonifere, non può essere sottostimata ma, anzi, deve essere la risposta corretta al tema. Ad esempio l’utilizzo dei motori alimentati a diesel, che sono un settore strategico per l’economia europea dato che deteniamo la maggior parte dei brevetti su questa tecnologia, e che attualmente raggiungono lo stesso livello “inquinante” dei motori alimentati a benzina, non può essere totalmente abbandonato in nome di una nuova “alimentazione”, quella elettrica, che sarà sicuramente il futuro ma che, per ora, non garantisce né lo stesso livello di prestazione e soprattutto non è caratterizzata da alcun vantaggio comparato dell’industria europea. Quindi, occorre applicare un approccio in cui riuscire a mettere insieme educazione, innovazione tecnologica e presa di coscienza di un’inversione di tendenza da mettere in atto per rispondere alle esigenze, e anche alle opportunità, che la green economy porta con sé.