Di Emanuele Lorenzetti

 

La presenza della NATO, a sette decenni dalla sua nascita, impone una seria riflessione sul ruolo che essa dovrebbe avere nel mutato scenario internazionale. Le nuove sfide alla sicurezza occidentale, in particolare, suscitano grandi interrogativi se la leadership atlantica debba andare verso un rinnovamento nella sua struttura e negli obiettivi strategici. Il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti, già comandante del Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO, ne parla ai microfoni della Fondazione De Gasperi.

 

Generale Battisti, l’ultimo Summit NATO ha confermato i tre pilastri dell’Alleanza (difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa). È necessario secondo lei una rivisitazione del concetto strategico?

Ritengo ancora concettualmente valido il Concetto Strategico del 2010. Le linee guida espresse dai tre essential core tasks sono pienamente idonee a garantire la difesa e la sicurezza comuni degli Stati membri dell’Alleanza. I tre pilastri forniscono gli strumenti politici, diplomatici e militari per affrontare le sfide presenti e future. Quello che appare necessario, a mio avviso, è una riflessione della dimensione politica dell’Alleanza affinché si possa agire in maniera coordinata ed efficiente per far fronte alle nuove e più complesse sfide dell’attuale scenario internazionale.

In altre parole, essere tutti concordi nelle priorità e modalità per portare a termine quanto previsto dai tre essential core tasks.

Ricordo, per completezza, che Alleanza Atlantica e NATO sono due realtà diverse, sebbene nel linguaggio comune siano spesso considerate sinonimi. L’Alleanza Atlantica è un trattato difensivo (Trattato Nord Atlantico, conosciuto anche come Patto Atlantico) sottoscritto il 4 aprile 1949 dai governi di Stati UnitiCanada e di alcuni Paesi dell’Europa Occidentale ed ha una valenza politica; la NATO, invece, è la struttura militare che deriva da questa Alleanza.

Quindi, il problema non sono gli ambiti e gli strumenti d’intervento, che sono ampiamente contemplati dai tre citati essential core tasks, ma la dimensione politica dell’Alleanza.

Le decisioni, infatti, si basano sul principio del consenso (tutti i 29 Stati membri devono essere d’accordo) quale espressione della solidarietà tra Alleati.

Le recenti tensioni che hanno caratterizzato i rapporti tra i Paesi membri, dalle frizioni tra Stati Uniti e Paesi Europei per quanto riguarda la spesa nel settore della Difesa (2 per cento del PIL) alle divergenze con la Turchia che cerca sempre di più di seguire una propria linea autonoma in politica estera, sino all’affermazione del Presidente francese Macron che ha paragonato lo stato attuale dell’Alleanza Atlantica a una condizione di “morte cerebrale” per mancanza di coordinamento, hanno indotto il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, nella dichiarazione finale del vertice londinese (3-4 dicembre 2019) a disporre “una riflessione sulla strategia dell’Alleanza nel prossimo futuro”.

In sostanza, la prospettiva strategica rimane sempre la stessa, condivisa da tutti, che richiede, tuttavia, un costante aggiornamento del suo aspetto politico, al fine di adeguare le risposte all’evoluzione del contesto di sicurezza globale.

La chiave della longevità dell’Alleanza risiede nella capacità di essere una organizzazione in grado di adeguarsi e di mantenere la propria rilevanza per affrontare le sfide, presenti e future, alla nostra sicurezza dovute al ritorno della competizione tra grandi potenze, non più regolata dal confronto Est-Ovest, alla nuova corsa agli armamenti nucleari, all’instabilità dei confini meridionali; tutte minacce che nessun Paese può affrontare da solo.

 

Si parla tanto oggi di un rinnovamento della NATO. La minaccia principale non proviene più tanto dall’Est, ma dal cosiddetto ‘fronte sud’ e nuove tipologie di minacce si affacciano all’orizzonte (soft security). Qual è lo stato di salute delle relazioni transatlantiche e dei rapporti con gli stati mediterranei?

A dispetto delle frizioni tra i Paesi membri la solidarietà tra gli Alleati non appare compromessa; lo stesso Presidente Trump in occasione del Vertice di Londra, smentendo alcune sue precedenti vigorose critiche, ha affermato di essere un big fan della NATO.

Rimangono sicuramente divergenze con la Turchia, per la sua ricerca di assumere un ruolo di potenza regionale nell’area del “Mediterraneo Allargato”, e con la Francia, che mira ad acquisire la leadership europea dopo la Brexit, quale unica potenza nucleare e con forti velleità expeditionary.

Tuttavia, come annunciato dallo stesso Stoltenberg nella sua conferenza stampa finale, “tutti gli Alleati si sono trovati d’accordo” sul piano d’azione per la difesa dei Paesi Baltici e della Polonia.

Permangono comunque orientamenti diversi nelle priorità di sicurezza dell’Alleanza.

I Paesi dell’Europa Orientale vedono come prevalente la minaccia da Est; i Paesi dell’Europa del Nord sono più attenti alle problematiche connesse con il controllo delle rotte atlantiche e della regione artica; i Paesi mediterranei sono più sensibili alle minacce provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente.

È compito del Segretario Generale e del NAC (North Atlantic Council) cercare di stemperare queste diverse priorità per fare in modo che l’Alleanza risulti comunque compatta e solidale nelle sue posizioni.

Dalla riunione di Londra per la prima volta viene menzionata la Cina, un Paese che sta ricoprendo un ruolo sempre più importante a livello mondiale in ambito economico e di sicurezza. Il Segretario Generale ha sottolineato per quest’ultimo aspetto come “l’ascesa della Cina sia portatrice allo stesso tempo di opportunità e rischi”.

Molto importanti sono anche gli sviluppi nel campo dello spazio che è divenuto ufficialmente la quinta dimensione operativa della NATO, unitamente a terra, mare, aria e cyber.

Non a caso, lo stesso Stoltenberg, al termine del Vertice, ha disposto la costituzione di un panel di esperti per tenere aggiornata la strategia dell’Alleanza, anche alla luce di queste nuove realtà.

La principale minaccia proveniente dal “fronte sud” è rappresentata dall’instabilità generale del “Mediterraneo Allargato” dovuta alla diffusione della radicalizzazione religiosa, all’immigrazione incontrollata, all’insicurezza energetica, al traffico d’armi e, soprattutto, al terrorismo islamico, capace di sfruttare tutte queste tensioni e situazioni di crisi.

Si tratta, quest’ultimo, di un avversario non statale non geograficamente circoscrivibile, che adotta un modus operandi non convenzionale, che non rispetta minimamente le regole del diritto internazionale umanitario e che colpisce indiscriminatamente, ricorrendo a tutte le soluzioni possibili, anche le popolazioni civili.

 

Quali sono le principali policy, di cui oggi ci sarebbe bisogno, che consiglierebbe alla NATO per garantire maggiore leadership nel dialogo con i Paesi Arabi?

La NATO è da tempo impegnata con vari progetti per promuovere la partnership con i Paesi Arabi mediante iniziative, politiche, diplomatiche e di assistenza ed educazione militare funzionali alla stabilità regionale. Cito, ad esempio, The Istanbul Cooperation Initiative (avviata nel 2004 con i Paesi del Golfo)  e The Mediterranean Dialogue (avviato nel 1994 con alcuni Paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Africa sub-sahariana) e i corsi effettuati dal NATO Defence College.

La NATO, inoltre, opera per sostenere le forze di sicurezza in aree di crisi con la projection of stability, che si concretizza con il crisis management e la cooperative security che sono il core del Concetto Strategico del 2010 unitamente alla collective defence (attualmente sono in atto la missione addestrativa in Iraq e quella di supporto ai Paesi dell’Unione Africana).

Considero pertanto, a mio modesto avviso, pienamente adeguato quanto svolto dalla NATO per mantenere e rinforzare il dialogo con i Paesi Arabi, tenuto anche conto della diffusa instabilità presente nella regione.

Generale di Corpo d’Armata (in Ausiliaria), Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia e ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell’Esercito. Ha comandato la Brigata Taurinense, il Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA), l’Ispettorato delle Infrastrutture e il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo nell’ottobre 2016.