Di Gian Marco Sperelli

Tra i tanti anniversari della storia d’Italia del 2019 appena concluso, vi è certamente da annoverare il centenario del varo della legge elettorale proporzionale del 1919, con cui peraltro si sancì l’introduzione del suffragio universale per l’elettorato maschile.[1] Ad oltre cent’anni di distanza, il dibattito politico ha virato nuovamente verso un ritorno al sistema proporzionale, a seguito del disegno di legge presentato dal Presidente della Commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia, che i cronisti parlamentari hanno già ribattezzato con il nome di sartoriana memoria di “Germanicum”.

Il “Rosatellum” – il vigente sistema elettorale – è destinato ad essere stravolto, in virtù della prevista abolizione della quota di seggi da assegnare secondo il modello maggioritario a turno unico, a favore, invece, di un impianto esclusivamente proporzionale con una soglia di sbarramento fissata al 5%, pur prevedendo il diritto di tribuna per le formazioni politiche non in grado di raggiungere suddetta soglia, ma capaci di ottenere – per la Camera- tre quozienti in almeno due Regioni e al Senato in una Regione, in modo tale da poter partecipare alla ripartizione dei seggi in base ai quozienti conquistati.

Tralasciando i punti di contatto con l’ impianto proporzionale tedesco[2], pur con le significative differenze trattandosi di un sistema misto con la presenza di collegi uninominali, la proposta al vaglio del parlamento, tuttavia, denota la rimonta prepotente di quella che era stata la visione di un grande studioso come Roberto Ruffilli. Senatore eletto come indipendente dalla Dc, durante la segreteria di Ciriaco De Mita negli anni ‘80, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo.[3] Alla fine dei lavori la “Commissione Bozzi” votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del Pci e del Psi, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. A dire il vero, l’Italia degli anni’80 cominciava ad essere attraversata da una crescente spinta verso una cultura politica della competizione, premessa indispensabile di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace in definitiva di ottenere la tanto agognata alternanza.[4] Ruffilli, andando controcorrente, sosteneva, invece, la necessità di inaugurare in Italia una nuova cultura della coalizione propedeutica alla costruzione di uno schieramento maggioritario, intorno a priorità programmatiche da attuare consentendo -senza riserve- che il primo partito in termine di seggi potesse esprimere il capo della coalizione. Nella concezione di Ruffilli la leadership era essenzialmente di natura programmatica e non esclusivamente di matrice carismatica, per sancirne ancor di più la contendibilità sul medio e lungo periodo.

La menzionata proposta di riforma della legge elettorale da parte della maggioranza di governo (PD, M5S, IV e LeU) rappresenta, dunque, un turning point sostanziale nella ricomposizione del sistema politico italiano secondo la lezione del già citato Ruffilli? A giudicare le evidenti incongruenze e conflittualità dei membri della compagine governativa, la nuova legge elettorale appare purtroppo come il solito escamotage dei partiti di maggioranza per ostacolare e limitare il più possibile una eventuale débâcle alle urne. In questo quadro si colloca perfettamente la simmetria tra una legislazione elettorale bulimica[5] e una offerta politica sempre più insoddisfacente, come peraltro testimoniato dalla mai tramontata tendenza di scissioni e defezioni in seno ai partiti maggiori.

Ancor più inconcludente, se non come semplice forma di schermaglia e disturbo, è apparsa la presentazione del quesito referendario abrogativo da parte di otto Consigli regionali su impulso della Lega, per la cancellazione della quota proporzionale della “legge Rosato”, al fine di trasformare la legislazione elettorale secondo lo schema inglese maggioritario del “first past the post.” Tale iniziativa referendaria è stata, infatti, dichiarata inammissibile per la natura eccessivamente manipolativa del quesito, in particolar modo nella parte che riguarda la delega conferita all’Esecutivo ( legge n. 51/2019) per la definizione dei collegi in attuazione alla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Nel perenne dibattito, protrattosi dal 1993 fino ai giorni nostri, intorno alla legislazione elettorale, tornano, così, alla mente i celebri versi di T.S. Eliot, che ci restituiscono il senso definitivo dello stato di profonda incertezza della politica italiana:

 

(..)In a minute there is time

For decisions and revisions which a minute will reverse.[6]

 

[1] Per una analisi sommaria sulla correlazione tra l’introduzione della legge elettorale proporzionale e la nascita della moderna democrazia di massa in Italia, si rimanda a P. Craveri, L’arte del non governoL’inarrestabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016, p. 19.

[2] Sul sistema proporzionale personalizzato tedesco, si rimanda a M. Caciagli e P. Scaramozzino, Democrazie e Referendum, Edizioni Comunità, Milano 1994.

[3] R. Ruffilli e P. Capotosti, Il cittadino come arbitro. La DC e le riforme istituzionali, Il Mulino, Bologna 1988.

[4] G. Pasquino, Restituire lo scettro al Principe. Proposte di riforme costituzionali, Roma-Bari, Laterza 1985.

[5] Appare impietoso enumerare il continuo alternarsi di leggi elettorali dal 2005 in poi, per effetto anche delle sentenze di incostituzionalità della Consulta nei confronti del “Porcellum”( legge n. 270 del 21 dicembre 2005) con sentenza n. 1/2014 e dell’ ”Italicum”( legge n. 52 del 6 maggio 2015), fino ad arrivare al “Rosatellum” ( legge n. 165 del 3 novembre 2017).

[6] T.S. Eliot, The love song of J. Prufrock, in Prufrock and other observations, The egoist Ltd, London 1917.