Tutto da rifare. Sull’autonomia il governo non esce dallo stallo. Lo stesso ministro delle Autonomie in quota Pd Francesco Boccia, in visita a Pontida ai sindaci della valle Padana, si è lasciato andare a uno sfogo: “Ho detto fin dall’inizio di questo percorso sulla ricostruzione della fiducia reciproca tra i diversi livelli Istituzionali sull’attuazione dell’Autonomia differenziata che sarei stato ghandiano e non avrei accettato provocazioni tra fazioni”. Ma, ha promesso ai primi cittadini del Nord il ministro dem, “non ho nessuna intenzione di trascorrere i prossimi mesi avendo lo stesso atteggiamento paziente con i partiti di maggioranza”.

L’autonomia differenziata è uno dei tanti scomodi dossier lasciati in eredità dal governo precedente a palazzo Chigi. La sostanza al centro della querelle è ormai nota. Tutto ruota intorno al Titolo V della Costituzione Italiana e in particolare all’art. 116, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, che al comma 3 prevede la possibilità, per le regioni a Statuto ordinario, di introdurre in alcune materie “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. In poche parole, di ridurre il gap che distanzia le loro competenze da quelle previste dalla Costituzione per le regioni a Statuto speciale. Il comma, rimasto finora inattuato, è tornato agli onori delle cronache nell’ottobre del 2017, quando un referendum in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, le tre regioni al centro del “motore industriale” del Paese, si è concluso con la richiesta al governo di maggiori forme di autonomia ex art. 116, 3.

Il 28 febbraio del 2018 le tre regioni hanno sottoscritto ciascuna un accordo preliminare con il governo, allora presieduto da Paolo Gentiloni, individuando metodologia, materie e principi regionali che avrebbero dovuto informare la devoluzione di nuove competenze. L’intesa non è però mai passata per il vaglio del Parlamento. Complici le distanze che hanno caratterizzato le posizioni dei due maggiorenti del governo Conte 1, Lega e Cinque Stelle. Nonostante la materia sia stata inserita nel “contratto di governo”, le due forze di maggioranza non hanno saputo trovare una soluzione di compromesso. Il pressing della Lega per “fare in fretta” si è più volte scontrato con le reticenze dei Cinque Stelle, formalmente a favore ma più volte trovatisi divisi sul da farsi, con gli appelli da diverse correnti del partito (specie, si intende, dai parlamentari del Sud) a non creare “regioni di serie A e serie B” e non scavalcare le competenze del Parlamento in materia.

Sullo sfondo uno scoglio tecnico che ha animato il dibattito fra addetti ai lavori. Ovvero la scelta di calibrare la devoluzione di ulteriori materie alle regioni non più sul criterio della “spesa storica” ma su quello dei fabbisogni standard della singola regione, anche detti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni, riferiti in particolare a tre materie: Istruzione e formazione, Salute e Assistenza sociale). In teoria il nodo è presto sciolto. La legge 42/2009 attuativa dell’art. 119 Cost., più conosciuta sotto il nome di “Federalismo fiscale”, prevedeva infatti già di “sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica” con quello dei fabbisogni standard. Politicamente attuare questa previsione non è bere un bicchier d’acqua.

Fra rilanci e continui rinvii, dunque, l’autonomia differenziata è rimasta congelata fino all’entrata in carica del nuovo governo. Che, tramite Boccia, ha promesso dai primi giorni di riportare al centro dell’agenda la questione e di definire, dopo un’approfondita interlocuzione con le regioni (a quelle originarie man mano se ne sono aggiunte altre, come Piemonte e Toscana), una legge quadro da votare entro dicembre. L’interlocuzione c’è stata, la legge quadro no. O meglio, non ancora. Perché l’intesa politica fra le regioni chiamate in causa è stata trovata, parola di Boccia, “da tutte le regioni”.

Peccato che non sia ancora chiaro come l’intesa si trasformerà in legge. Una prima ipotesi, auspicata dallo stesso ministro, prevedeva di inserire il tema dell’autonomia in un emendamento alla legge di Bilancio. Cassata da quasi tutti i partiti di maggioranza, e soprattutto da Italia Viva e Cinque Stelle, che hanno letto la proposta come un “blitz” inopportuno su una materia delicatissima, la soluzione è rimasta sulla carta. Mentre un altro anno si avvia alla conclusione e il governo è (comprensibilmente) alle prese con altre emergenze, crisi bancarie e industriali in testa, l’impressione è che il regionalismo differenziato sia ormai considerato una delle tante “tele di Penelope” della politica italiana. Tessute di giorno, disfatte di notte, purché non trovino mai la luce una volta per tutte.

F.B.