Ottenuta l’approvazione definitiva dall’aula di Montecitorio, il disegno di legge costituzionale per la riduzione del numero di deputati (da 630 a 400) e senatori (da 315 a 200) pone molti interrogativi sull’evoluzione e sulle prospettive di sviluppo della democrazia parlamentare, quanto meno per come l’abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. A seguito della riforma, infatti, il numero degli abitanti per deputato aumenta da 96.006 a 151.210. Il numero di abitanti per ciascun senatore, invece, cresce da 188.424 a 302.420. Questo comporterà la necessità di ridisegnare i collegi con un’altra legge. In merito alla questione, il prof. Alfonso Celotto, docente di diritto costituzionale presso l’Università di Roma, è stato raggiunto per una breve intervista dalla Fondazione De Gasperi.

Professore, secondo lei è in corso, a seguito dell’approvazione della legge sul taglio di deputati e senatori e assieme al progetto in calendario sull’introduzione del referendum propositivo in costituzione, una precisa operazione politica volta allo smantellamento della nostra democrazia parlamentare?

In realtà stiamo assistendo da parecchio tempo al disfacimento della democrazia rappresentativa!

Perché?

La questione di fondo è un’altra. Credo, infatti, che la democrazia rappresentativa abbia perso la sua vera “sostanza” politica, soprattutto a causa della disaffezione dei cittadini e degli elettori nei confronti della politica stessa e per la crescente irrilevanza dei partiti, che erano le cinghie di trasmissione fra il cittadino e il “palazzo”. Tagliare il numero dei parlamentari crea, certamente, dei problemi di rappresentanza. Com’è stato già rilevato, alcune regione rischiano seriamente di rimanere senza rappresentanti al Senato, con la conseguenza di un aumento della distanza che separa i cittadini dagli eletti. Tuttavia, io porrei la vera problematica di fondo attorno al funzionamento della macchina parlamentare, perché – al giorno d’oggi – la crisi del Parlamento discende essenzialmente da fattori tecnici come, ad esempio, la mancata riforma del bicameralismo paritario, assieme a tutta una serie di regole e norme interne alle due Camere, che ne minano la reale capacità di discussione e di deliberazione nell’iter legislativo. Di fatto, la riduzione dei parlamentari è una riforma costituzionale “monca”, che porterà soltanto a nuove problematiche di rappresentatività del Parlamento; mentre il referendum si muove, invece, su un’altra linea, ovvero quella di ricercare un recupero di rappresentatività e partecipazione popolare con nuovi strumenti. Onestamente, per come è configurato dalla proposta di legge costituzionale, non so se sarà vincente questa strategia.

Tornando, invece, alla questione della necessità di ridisegnare i collegi elettorali, ci sarà il rischio concreto di un Senato non più con una elezione su base regionale?

Allo stato attuale delle cose, bisognerebbe scindere il nodo sul ruolo da assegnare al Senato. L’Assemblea Costituente nel ’48 aveva prefigurato “Palazzo Madama” come una sorta di Assemblea delle future Regioni, anche se questo proposito non si è mai completamente realizzato. La questione fondamentale di oggi, in realtà, è rinvigorire il piano della rappresentatività e chiarire in maniera definitiva la funzionalità e il perimetro d’azione delle due Camere. Progettata e attuata in questa maniera, la riforma costituzionale rischia soltanto di limitare la rappresentatività reale, portando ad un irrisorio e impercettibile risparmio nel bilancio dello Stato.

Luca Di Cesare e Gian Marco Sperelli, Comitato scientifico junior Fondazione De Gasperi