I. M. Sala | Quartz | 13 Maggio 2017

Per secoli e infiniti sentieri, i popoli hanno fatto avanti indietro dall’Europa e dall’Asia portando con sé religioni come il buddismo, il cristianesimo e l’islam; beni come la porcellana, vestiti e pigmenti; e anche la peste. Questi scambi culturali e commerciali sono stati fatti per secoli quasi anonimamente, fin quando un imperialista tedesco non ha usato per la prima volta il termine “Via della Seta”.

Dal 2013, il presidente cinese Xi Jinping sta cercando di ripristinare la famosa via di commercio con il suo progetto “One Belt One Road” (OBOR). Il nome si riferisce ad un via terrestre che parte dalla Cina e arriva fino a Londra, e una via marittima che parte dall’Asia sudorientale.  Ma la visione di una Via della Seta come un corridoio di commercio che unisce Asia ed Europa, che OBOR sta cercando di promuovere, è stata determinata almeno in parte da un atto di immaginazione coloniale del XIX secolo. La “Via della Seta”, come termine, è abbastanza recente: infatti fu utilizzato per la prima volta nel 1877 da un geografo tedesco, il Barone Ferdinand von Richthofen, poiché stava cercando di promuovere l’idea di una ferrovia che dalla Cina arrivasse in Europa. A quel tempo, la Germania aveva interessi coloniali nella Cina orientale. Ed esattamente da lì, Richthofen voleva che partisse la ferrovia che avrebbe dovuto portare carbone in Europa, ma lui morì nel 1905 senza riuscire a compiere alcun passo in avanti. Altri tentarono di seguire questa idea ma con lo scoppio della seconda guerra mondiale fu evidente che il progetto era impossibile da realizzare e il piano fu accantonato.

Nel battezzarla “La Via della Seta”, Richthofen voleva evidenziare che la seta fosse il capo più importante nello scambio, e rafforzare l’idea della Cina come promotore del commercio, il fulcro. Indubbiamente, la seta  ha giocato un ruolo importante per il commercio, ma era solo uno dell’ampia gamma di beni che venivano e arrivavano dalla Cina. Mentre la seta cinese era richiesta in diversi luoghi, ed era anche utilizzata come valuta per certi tipi di transazioni, la Cina, allo stesso modo, importava diversi beni da altri paesi, come l’oro e le gemme.

Tuttavia, per molto tempo, il termine “Via della Seta” fu visto come un qualcosa di estraneo alla Cina, e i decenni della guerra fredda, la rottura sino-sovietica, e la stagnazione economica del paese resero improbabile un suo ripristino. Oggi la Cina sta progettando una rete di collegamenti che porterebbe alla creazione di un sistema più grande e compatto di trasporti nell’Asia centrale e in Europa e sta anche riproponendo le vie di commercio marittime che collegherebbero il mercato cinese ad ogni altro mercato mondiale. Da notare la scala su cui agirebbe la OBOR rispetto all’antica Via della Seta:  infatti, il popolo cinese non ha prova che ci fosse un commercio su vasta scala, ma solo che il commercio fosse di tipo locale. In ogni caso, nuove idee, religioni, influenze artistiche erano costantemente fonti di scambio. E questi tipi di scambi, paradossalmente, potrebbero essere di meno interesse nella nuova Via della Seta. La Cina di Xi sta, infatti, progressivamente chiudendo le porte alle influenze esterne, e sta incoraggiando la “paranoia” verso molti stranieri, rimanendo invece molto interessata alle esportazioni dei suoi beni verso un mercato vasto e lontano. Ancora, dal momento che sta investendo miliardi di dollari, la sua determinazione nel voler attuare la OBOR potrebbe avere delle conseguenze su queste reti che, come quelle antiche, a volte potrebbero sembrare piccole e a volte di vasta portata.


A GERMAN IMPERIALIST PAVED THE WAY FOR CHINA TO REVIVE THE “SILK ROAD”

People from Europe and Asia moved back-and-forth through the centuries on the countless paths, bringing with them world religions like Buddhism, Christianity, and Islam; goods like porcelain, clothing, and pigments; and even the plague. These cultural and commercial exchanges had carried on for centuries quite namelessly—until a German imperialist dubbed them the “Silk Road.”

Since 2013, Chinese president Xi Jinping has been trying to revive the famed trade route with his  project, One Belt One Road. The name refers to a land “belt” made up, among other things, of railways stretching from China to London, and a maritime “road” made up of ports in Southeast and South Asia, and all the way to Greece. But the vision of the Silk Road as a trading corridor uniting Asia and Europe that OBOR is trying to promote has been shaped at least in part by a 19th-century act of colonial imagination. The ‘Silk Road,’ as a term, is really fairly recent: it was used for the first time in 1877, by the German geographer Baron Ferdinand von Richthofen, as he was trying to promote the idea of a railway from China to Europe.  At that time, Germany had colonial interests in eastern China. From there Richthofen wanted to have a railway that could carry coal all the way to Europe, but he died in 1905 without making much headway. Others carried on the effort until eventually World War II made the project impossible to pursue, and the idea was cast aside.

By baptizing it “The Silk Road,” Richtofen wanted to underline that “silk” was the most important item to cross the mountains and the valleys,  and he cemented the idea of China as the initiator of the trade, the pivotal point in the line. Undoubtedly, silk played an important role for the trade, but it was just one among a large variety of goods coming out of and going into China. While Chinese silk was coveted in many places, and was even used as currency for certain transactions, China coveted items from other countries too, ranging from gold and horses, to pigments and gems.

For a long time, the term “Silk Road” was seen as a foreign one in China, and the decades of the Cold War, the Sino-Soviet split, and the country’s long years of economic stagnation also made any kind of revival unlikely at any time earlier. Today China,  the second-largest economy in the world, is pursuing a connected network that would create a much larger and more compact system of transport across Central Asia and all the way to Europe. It’s also recreating old maritime commerce routes to connect the Chinese market to just about every other market in the world. That’s a scale that’s quite different from the old routes. In fact, Chinese people has absolutely no evidence that there was large-scale commerce, but just that the trade was small-scale and local. In any case, new ideas, new religions, and new artistic influences were constantly transported along  fragmented networks. These kinds of exchanges, paradoxically, may be of less interest in the OBOR incarnation of the Silk Road. China under Xi Jinping has been progressively closing the door to outside influences, and encouraging paranoia about some kinds of foreigners, while remaining very much interested in exporting its own goods to markets far and wide. Still, as China invests billions of dollars, and its prestige, in bringing about the Silk Road’s latest incarnation, it may find that the effects of these networks, like those of the old routes, may be at times smaller, and at other times more far-reaching than it can foresee.

Sintesi e traduzione di Enrica Piccolo | Articolo originale