“Occorre riformare la struttura giuridica del paese per riportare la pace”. Queste le motivazioni addotte dal presidente del Venezuela  Nicolas Maduro per giustificare la sua decisone di ricorrere all’Assemblea Costituente del popolo. L’opposizione però teme il golpe da parte del presidente, incapace ormai di gestire non solo la crisi economica e sociale che investe la Repubblica Bolivariana, ma anche le crescenti proteste di piazza, sfociate già diverse volte nel sangue.

La situazione del Venezuela continua a peggiorare e da diverse parti del mondo partono appelli al dialogo e alla pace. La crisi che da quattro anni affligge il paese sud americano continua a impoverire soprattutto gli strati più deboli della popolazione poiché, dopo la mancanza del pane, è la volta dei farmaci. Il governo venezuelano ha provato a fronteggiare con vari sistemi la situazione, ma finora non è riuscito a ottenere nessun risultato. Il deficit farmaceutico ha spinto il Parlamento venezuelano a dichiarare ufficialmente una “crisi sanitaria umanitaria” durante il 2016, dopo aver istruito l’ter, lo scorso dicembre il ministero degli Esteri ha dichiarato che i canali di cooperazione con le Nazioni Unite per l’ingresso di farmaci sarebbero stati avviati, anche se un mese dopo l’opposizione scendendo in piazza denunciò che il governo non aveva ancora provveduto all’acquisto di farmaci.

Dall’inizio dell’anno oltre all’economia anche la democrazia è entrata in crisi dopo che l’Assemblea Nazionale, parlamento della Repubblica Bolivariana, composto in maggioranza  da membri dell’opposizione al governo, è stato esautorato dalla Corte suprema che ne ha assunto i poteri. Il presidente dell’Assemblea, Borges, ha parlato di colpo di stato.

Il presidente Nicolas Maduro rimane al suo posto, allontana le elezioni e si ostina ad incolpare della drammatica crisi soggetti esterni al suo paese.

Nemmeno la ripresa del prezzo del petrolio ha aiutato l’economia venezuelana. Le tensioni sociali, l’inflazione e la crisi politica aggravano la situazione della Repubblica Bolivariana di Venezuela, a un passo dal default.

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Lui, Maduro, l’erede o “figlio di Ugo Chavez” (come lui stesso si definisce) continua a rimanere al suo posto. Le elezioni presidenziali sono in programma nel 2019. Nel gennaio del 2016 alle elezioni legislative i partiti anti-chavisti avevano ottenuto il controllo della camera venezuelana ed avevano promesso di indire un referendum contro Maduro ma non sono riusciti nel loro intento. Persino le elezioni regionali in programma per la fine del 2016 sono state rinviate a data da destinarsi. Con queste premesse, anche le elezioni presidenziali del 2019 sono a rischio.

A Caracas e in tutto il Venezuela giornalmente si assiste a scene drammatiche. Supermercati presi d’assalto, rapine, mancanza di farmaci in ospedale e nelle farmacie, gente che rovista nella spazzatura. Fame e povertà in quello che fino a pochi anni fa era uno dei paesi più ricchi del Sudamerica e che dispone di risorse petrolifere e di metalli preziosi tra le più ingenti del pianeta.

Dall’inizio del mese di aprile, il malcontento della popolazione è sfociato in vere e proprie rivolte di piazza che hanno causato almeno 30 morti e decine di arresti tra i manifestanti.

Anche il pontefice Bergoglio ha rivolto il suo pensiero al popolo venezuelano affinchè cessi la violenza e si rispettino i diritti umani, mentre il presidente degli Usa Donald Trump si è detto preoccupato per quello che lui ha definito un vero e proprio “caos”.

Tra le emergenze venezuelane, oltre alla crisi sociale e istituzionale, la più grave rimane l’economia. L’ inflazione in Venezuela è la più alta al mondo. Nel 2016 ha raggiunto il  700 per cento e secondo il Fondo Monetario Internazionale nel 2017 potrebbe raggiungere il 1600 per cento. L’ultima criticità riguarda il pane. Il crollo delle importazioni di grano ha ridotto le riserve nel paese e Maduro ha firmato un decreto che obbliga i panettieri a produrre solo pane, non altri prodotti provenienti dalla farina.

Il Presidente Maduro in piena crisi governativa ha affermato che la crisi economica ha un epicentro negli ambienti vicini alla destra in accordo con gli Stati Uniti d’America, rei di dimezzare la produzione per favorire il collasso. Il Presidente ha ereditato un sistema corrotto e sul filo di un’implosione a causa delle sciagurate scelte di politiche di Chavez che hanno declassato un Paese ricco di petrolio portandolo alla banca rotta: Chavez aveva deciso di concentrarsi sulla produzione petrolifera e parallelamente nazionalizzare le imprese, arrivando così ad un considerevole indebitamento con l’estero e aumentando così l’importazione di generi alimentari di primaria importanza.

In questo quadro drammatico il governo ha deciso di ristampare nuova moneta per estinguere i debiti ma quest’azione ha portato all’iperinflazione ovvero e al conseguente aumento del prezzo della merce importata. Anche i prestiti di nazioni estere non hanno portato ad una completa estinzione della massa debitoria, attualmente il Venezuela non ha nessun rapporto con il Fondo Monetario Internazionale, non ha più garanzie da sottoporre ai privati per ottenere nuovi prestiti così come le esigue riserve statali ormai sono in via di estinzione e anche la Cina, ultimo paese a effettuare un prestito, ora preme per la restituzione. Un clima questo di gravi responsabilità politico economiche che secondo gli esperti porteranno il paese sud americano verso il default.

Riccarda Lopetuso