“Sarà la politica stessa che tornerà e porrà un fine agli strafalcioni che hanno falsato la storia e le verità, e che ricondurrà le soluzioni tecniche o pseudo-politiche sul loro binario senza uscita e le cose politiche invece sul loro. Esse stanno del resto ben al di sopra, perché hanno dato e danno alla società la misura delle loro possibilità, delle loro capacità, delle loro debolezze e delle loro grandezze” ( Bettino Craxi)

25 anni dopo Tangentopoli, quale bilancio si può stilare? Dall’implosione del sistema politico italiano all’inizio degli anni ’90 dopo la tempesta giudiziaria di ‘’Mani pulite’’, molte cose sono cambiate nel nostro panorama politico, ma altrettante sono rimaste intatte. Anzi, nel corso di questi venticinque anni alcuni tratti peculiari negativi del popolo italiano sono cresciuti in maniera esponenziale: sfiducia completa nelle istituzioni dello Stato e un odio crescente e viscerale per le formazioni partitiche – di ciò che ne rimane – senza distinzioni di schieramenti o bandiere. L’ondata di antipolitica nel nostro paese non solo sembra non avere fine, ma addirittura nella sua folle rincorsa verso il nulla ci mostra nuove sfumature, e in alcuni casi, ci ripropone forme mai del tutto scomparse di risentimento della società italiana nei confronti della propria classe politica.

Marx, nel commentare il colpo di Stato del 1851 in Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, affermava che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in forma di tragedia, la seconda in guisa di farsa. Il consenso “grillino” si colloca in una direzione già battuta nel corso della nostra storia come partito anti-casta, ma con una differenza sostanziale – e per certi versi geniale – rispetto ai movimenti antipolitici che lo hanno preceduto (qualunquismo e in parte anche il berlusconismo): offrire ai propri militanti e simpatizzanti la possibilità, almeno in apparenza, di riprendere il controllo sull’attuale situazione politica e soprattutto di riprendere in mano le proprie vite. Lo strumento grillino per la ri-politicizzazione in senso identitario della comunità politica è la piattaforma web: la suggestione rousseauiana della democrazia diretta torna assoluta protagonista, contrapponendosi ad una democrazia rappresentativa irrimediabilmente corrotta e incapace di rispondere alle sfide politiche del nostro tempo. E poco importa se, in realtà, la tanto decantata utopia rousseauiana del Movimento 5 Stelle cela dietro di sé una struttura organizzativa oligarchica e autoritaria. L’unico dogma da rispettare e venerare nell’universo “pentastellato” è l’abbattimento della classe politica. E non ha alcuna importanza che l’intellighenzia grillina non abbia una reale proposta politica da realizzare dopo la distruzione dell’attuale classe dirigente. L’unico obiettivo è ricostruire una comunità politica a misura d’uomo che sia onesta e incorruttibile, secondo lo schema – ribadito più volte dallo stesso Grillo – della cosiddetta “decrescita felice” (espressione presa in prestito impropriamente dal grande scrittore Goffredo Parise).

Italian Fininvest president Silvio Berlu

Vi è un abisso tra l’antipolitica dei giorni nostri del Movimento 5 Stelle e quella berlusconiana di metà anni ’90. La proposta politica berlusconiana, per dirla con Giovanni Orsina, è stata una felice e riuscita emulsione di elementi dell’antipolitica qualunquista con ideali di matrice liberale, incarnati alla perfezione nel suo leader carismatico. Se per oltre 50 anni il nostro paese fu attraversato da profonde divisioni ideologiche come l’anticomunismo e l’antifascismo, il berlusconismo rappresentò una via d’uscita a quella mistificazione ideologica, già denunciata in parte dal qualunquismo all’inizio della storia repubblicana d’Italia. Questa via d’uscita fu parziale, perché il berlusconismo riuscì a cavalcare pur sempre in maniera straordinaria la retorica anticomunista, puntando sulla diffidenza mai sopita di buona parte degli elettori moderati nei confronti dell’ex Partito Comunista. In questo senso il berlusconismo rimase un fenomeno politico per certi versi ancora novecentesco. Ma ebbe pur sempre l’intuizione e il merito di sdoganare definitivamente il vecchio MSI, poi evolutosi in  Alleanza Nazionale, in un alleato stabile nella coalizione di governo.

Questa trasformazione epocale del nostro sistema politico, con un’implicita riconfigurazione anche del sistema valoriale repubblicano, da quale evento scatenante fu resa possibile? Tangentopoli spazzò con i suoi processi di piazza, nel giro di pochi anni, gran parte della classe dirigente della Prima Repubblica, lasciando un enorme vuoto politico, pronto ad essere sfruttato da nuove formazioni partitiche. Certamente questa svolta venne favorita ed influenzata dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine del bipolarismo globale. Gli italiani si sentirono nel biennio finalmente liberi di poter punire la vecchia compagine governativa nelle elezioni politiche tra il 1992 e il 1994, e soprattutto con i referendum abrogativi del 1991 e del 1993 che trasformarono il sistema elettorale da proporzionale a maggioritario, pur sempre con aggiustamenti in chiave proporzionale. In realtà l’odio e l’insofferenza che esplose per i politici nel biennio 1992-1993, sproporzionato per veemenza in confronto ai demeriti concreti di quella classe politica, affondavano le proprie radici storico-politiche già negli albori della neonata repubblica. Furono gli elettori della compagine governativa – in particolar modo quelli della DC – a prendersi la tanto agognata rivincita decretando la fine di un pezzo fondamentale della storia politica italiana.

Per gli elettori, infatti, non c’era stata altra via se non sopportare la “conventio ad excludendum” in ottica anticomunista, che ruotava attorno alla “Balena Bianca”. A farsi interpreti dell’euforia giustizialista e giacobina di quei giorni furono senz’altro i magistrati di Mani Pulite. La smania di cambiamento e di risoluzione immediata dei problemi dello Stato fu il lascito maggiormente negativo di quell’ondata irrazionale e per certi versi, inspiegabile di antipolitica. Ne facciamo ancora oggi i conti. In fondo la rivoluzione liberale berlusconiana fu travolta da questa spasmodica ricerca di risultati immediati da parte di una massa di elettori, sempre più insofferenti e insoddisfatti da tutto ciò che riguarda la politica. La speranza nella società civile – ingrediente essenziale della proposta ipo-politica berlusconiana – si infranse contro i limiti oggettivi e strutturali del nostro Paese. L’Italia non è mai stato in fondo un paese liberale. Oltre a questo vi furono errori macroscopici dello stesso Berlusconi, nella selezione della classe dirigente del proprio partito.

Dell’entusiasmo e dell’euforia di quel berlusconismo post-Tangentopoli non vi è più traccia nella nostra società politica. Ormai nel nostro panorama politico regna sovrano il catastrofismo riguardo a qualsiasi scenario futuro. Forse si rincorre a folle velocità un possibile cataclisma politico, capace di redimere l’intera società italiana da quel peccato originale di 25 anni fa. A quel punto, forse, la politica potrebbe tornare al posto di comando che le spetta e da cui ha abdicato un quarto di secolo fa. Proprio perché, per dirla con Gasset, l’uomo massa in fondo può imparare solo sulla propria pelle.

Gian Marco Sperelli