Era chiaro da tempo a molti che la presidenza Trump avrebbe cambiato lo scacchiere geopolitico, ma in pochi avrebbero potuto dire che ciò sarebbe passato attraverso un confronto con la Russia. Forse, il nuovo scenario geopolitico che ci eravamo immaginati prevedeva una nuova fase nei rapporti tra USA e Putin, una sorta di nuovo restart delle relazioni fra le due potenze, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E invece no. Nulla è sicuro quando si ha a che fare con Trump.  Per l’ennesima volta, infatti, il tycoon newyorkese ci ha smentito oppure, più semplicemente, noi non l’abbiamo ancora capito bene.

L’attacco a Bashar al-Assad ha stravolto tutto quello che credevamo sulla presidenza Trump e, come oramai spesso accade quando si parla del 45esimo Presidente statunitense, abbiamo imparato qualcosa di nuovo. Su di lui e su di noi. Giovedì 6 aprile, di notte, abbiamo intuito che, forse, le Nazioni Unite non funzionano più come tutti noi auspicavamo. A dire il vero qualcosa si era già mosso quando Nikki Haley, ambasciatrice americana all’ONU, mostrando le drammatiche immagini dei bambini siriani colpiti dalle armi chimiche, aveva ammonito il Consiglio di Sicurezza con parole molte dure: “Questo Consiglio di Sicurezza si considera il difensore della pace, della sicurezza e dei diritti umani. Non meritiamo questa descrizione se oggi non agiamo.” La posizione americana era chiara: ci sono momenti in cui l’azione collettiva è richiesta ed altri in cui, non solo è difficile portarla avanti, ma è persino sconsigliata. Sconsigliata perché il problema è che la Carta delle Nazioni Unite è stata pensata nel caso di un conflitto tradizionale, uno stato contro un altro stato. Negli ultimi anni, invece, ci troviamo di fronte all’esplodere di conflitti irregolari, dove persino bande armate sono in grado di minacciare una potenza internazionale.

Il documento che sta alla base dell’ONU sarebbe, dunque, antiquato e incapace di rispondere alle necessità moderne. Quasi dieci anni fa John McCain, candidato repubblicano alle presidenziali del 2008, sottolineava come l’allargamento indiscriminato delle Nazioni Unite ai paesi non occidentali e non ancora democratici aveva paralizzato il Consiglio di Sicurezza, incapace di agire persino di fronte alla minaccia terroristica. Il candidato repubblicano, infatti, riteneva fallita l’esperienza multilaterale dell’ONU a causa delle ambizioni di Mosca e Pechino, interessate a limitare la sfera d’azione statunitense in politica estera.

Nel caso di Assad, infatti, l’impasse creata ad hoc dall’ambasciatore russo nel Consiglio di Sicurezza ha agitato, e molto, gli Stati Uniti. L’attacco chimico non poteva essere ignorato: immagini di uomini, donne e bambini uccisi lentamente dai gas erano troppo persino per le posizioni isolazioniste di Trump. “Ci rivolgiamo alla sapienza di Dio mentre affrontiamo le sfide di questo mondo travagliato. Preghiamo per le vite dei feriti e per le anime di quelli morti. Finché l’America si batterà per la giustizia, speriamo che la pace e l’armonia, alla fine, prevarranno”.  All’appello di Trump hanno risposto in molti. Uno su tutti: Benjamin “Bibi” Netanyahu che, all’indomani dell’attacco, ha affermato che “Israele supporta completamente e inequivocabilmente la decisione del Presidente e spera che il chiaro messaggio riecheggi non solo a Damasco ma anche a Tehran, Pyongyang e in altri posti”. Israele combatte da anni in Medio Oriente e sta cercando di limitare l’influenza di Hezbollah nella regione. Innanzitutto limitando Assad, sponsor, anche economico, dell’organizzazione libanese.

Sono lontani i tempi dell’America first. The Donald si è risvegliato dal sogno isolazionista e ha capito che non può restare a guardare, incurante di quello che accade in Medio Oriente sotto l’influenza dell’ex amico Putin. Un nuovo protagonismo a stelle e strisce pare stia prendendo forma e, una volta finito con la Siria, il passo successivo potrebbe essere la Corea del Nord dello spavaldo Kim Jong-un. Di fronte a tutto questo c’è un solo spettatore pagante, inerme: l’Organizzazione delle Nazioni Unite, paralizzata ora più che mai.

Nicola Bressan