Il primo test probante per verificare la tenuta delle istituzioni europee ha dato esito positivo. Lo scorso 15 marzo gli elettori olandesi hanno espresso la volontà di non venir meno agli ideali di tolleranza e di rispetto per la libertà religiosa che hanno da sempre contraddistinto i territori dei Paesi Bassi fin dalla loro fondazione.

Mark Rutte, il leader del partito del centrodestra liberale denominato “VVD”, dopo un primo “battesimo del fuoco” all’appuntamento elettorale del 2006 (quando riuscì ad ottenere solamente il quarto posto dietro alle tradizionali forze politiche rappresentate dai cristiani democratici del “CDA”, dai democratici progressisti del “D66” e dai laburisti del “PVDA”), si appresta a formare il suo terzo esecutivo consecutivo.

Nel 2010 e nel 2012 non era stato semplice ottenere la sospirata soglia dei 76 – la Camera Bassa è costituita da 150 deputatati – necessaria per poter formare una coalizione di governo, ma nulla al confronto dello scenario estremamente composito che si è delineato recentemente. L’ultradestra di Wilders, la quale aveva fornito nel 2010 un appoggio esterno al primo Governo Rutte fino al settembre del 2012 quando decise di votare contro numerosi provvedimenti determinandone la caduta, non è riuscita ad attirare la parte più moderata dell’elettorato di centrodestra la quale è stata decisiva per la vittoria del VVD. La direzione estremamente ferrea e risoluta adottata nell’affair diplomatico con la Turchia ha definitivamente convinto gli ultimissimi indecisi a dare nuovamente fiducia al leader del centrodestra liberale. Le due principali sorprese sono state caratterizzate dalla “Caporetto” del partito laburista, il quale ha perso 29 seggi rispetto alle precedenti tornate elettorali.

Secondo i politologi più esperti avrebbe scontato la “sterzata” a destra derivante dall’appoggio al secondo governo Rutte, consentendo al partito dei verdi di coagulare tutto il malcontento della sinistra progressista. Difatti il vero trionfatore è stato indiscutibilmente il nuovo astro nascente della politica olandese, il candidato dei verdi “GL” Jesse Klaver definito il prossimo “Justin Trudeau”, per le sue capacità oratorie, la sua attenzione all’educazione primaria ed alla green economy. Il giovanissimo “Jessiah”, come viene definito dalla stampa olandese, è risultato il migliore ad ogni confronto televisivo, diventando un punto di riferimento indiscusso per l’elettorato giovanile dei Paesi Bassi.

Un dato particolarmente interessante è caratterizzato dal fatto che due esponenti politici agli antipodi come Wilders e Klaver abbiano elementi in comune: entrambi hanno il medesimo background familiare materno proveniente dalle ex colonie delle Indie olandesi, ed hanno ricevuto un’educazione di matrice cattolica. I punti di contatto terminano qui. Ad ogni modo è singolare la statistica degli elettori tra i 18 e 35 anni i quali hanno dato la loro preferenza quasi esclusivamente a queste due figure così diverse, dimostrando un fortissimo disincanto per i partiti che hanno governato il paese dal secondo dopoguerra. 

Solamente nel 2006 i democristiani, i laburisti, i socialisti ed i liberali del centrodestra rappresentavano più dell’ottanta percento dell’elettorato a differenza del dato odierno caratterizzato esattamente dalla metà, di conseguenza possiamo notare come sia stato depauperato un capitale elettorale enorme. Il nuovo esecutivo presieduto da Mark Rutte, il quale ha conseguito dei risultati economici impressionanti nelle precedenti legislature con una disoccupazione nazionale al 5,4% ed una crescita del Pil al 2,8%, dovrà tenere conto della crescita tumultuosa del partito del suo ex alleato Geert Wilders per non vanificare questa storica vittoria per il futuro dell’Unione Europea.

Gabriele Mele