Sono i più perseguitati di sempre, i curdi. Sinonimo di popolo diviso, violato, sfortunato; ma anche la più grande etnia al mondo senza Stato: 30 milioni di sunniti e – in minoranza – cristiani sparsi nell’Asia occidentale che vorrebbero un lembo di terra per sentirsi finalmente una Nazione. Se ne parla da decenni, ma il Kurdistan rimane un’entità geografica non ancora statuale.

Tuttavia oggi, con la sconfitta di Daesh che sembra vicina anche grazie al contributo dei Peshmerga (combattenti curdi), la comunità internazionale non potrà far finta di niente, e i curdi potrebbero sedersi al tavolo dei negoziati.

Quale sarà la loro pretesa? Lo stato sognato da secoli, o quantomeno un’autonomia nei territori in cui vivono, ossia Turchia, Iran, Iraq e Siria.

Il Kurdistan è composto da una popolazione che condivide la stessa etnia, la stessa storia, la stessa origine e la stessa lingua. Questi elementi, in virtù del principio dell’autodeterminazione dei popoli, giustificherebbero la creazione di uno Stato. Ma, almeno fino ad oggi, i diritti del popolo curdo si sono scontrati con la complessità geopolitica mediorientale e l’importanza dei luoghi in cui essi vivono: territori ricchi di giacimenti petroliferi, come nel caso del Kurdistan iracheno, o caratterizzati dalla deriva terroristica di alcuni gruppi politici, come il Pkk turco.

Parlare dei curdi, sia a livello geopolitico che prettamente geografico, significa parlare di un popolo nato e vissuto sempre nello stesso territorio ma sempre “beffato” dalla storia e dal potere.

Per risalire all’origine dell’etnia curda occorre tornare nelle valli calde e fertili dei fiumi Tigri ed Eufrate. Nell’altopiano montuoso che circonda i due fiumi, nel 614 a.C. si stabilì la popolazione nomade dei Medi, di origine persiana. L’etnia che popola questo altopiano montuoso sarebbe stata chiamata “curda” nelle Cronache di Senofonte, storico ateniese del IV sec. a. C.. Nel XVI secolo, le popolazioni che abitavano la regione montuosa del Kurdistan furono inglobate nell’immenso nascente Impero Ottomano. Al crollo dell’Impero, dopo la prima Guerra Mondiale, si incominciò a parlare di un Kurdistan indipendente, e le basi per la nascita di questo Stato furono gettate con il Trattato di Sèvres nel 1920. Successivamente però, nel Trattato di Ginevra, gli Stati europei che una volta appoggiavano i curdi non diedero seguito alle premesse poste qualche anno prima: le speranze curde furono infrante, e i curdi spartiti tra Turchia, Iran, Iraq e Siria.

Ma quella di un Kurdistan indipendente, uno Stato in Medio Oriente che accolga i 30 milioni di curdi, è davvero un’utopia, solo un sogno per cui combattere invano?

Bisogna considerare che, seppur divisi territorialmente, ad unire i curdi c’è un esercito. I guerriglieri Peshmerga (letteralmente “combattenti fino alla morte”), da semplici “soldati delle montagne”, negli ultimi anni sono diventati tra i principali oppositori all’Isis. Proprio grazie alle vittorie contro il sedicente Stato Islamico, forse mai come i questo momento storico, i curdi potrebbero dunque far valere le loro ragioni ai tavoli per i negoziati del “dopo-Daesh”.

I Peshmerga sono stati effettivamente supportati anche dalla comunità internazionale, che ha fornito loro armi e munizioni. L’Occidente, dunque, ha riconosciuto l’esercito di uno Stato inesistente, potremmo dire.

La vittoria più grande dei curdi è stata la liberazione di Kobane, città siriana a maggioranza curda liberata dopo mesi di assedio da parte dell’Isis. Successivamente, i Peshmerga hanno intrapreso un’offensiva contro Raqqa, capitale dello Stato islamico. Adesso che l’Isis controlla pochi territori, i soggetti coinvolti nello scacchiere mediorientale iniziano a preoccuparsi sul futuro dei curdi. Il più preoccupato dalle loro possibili pretese è Erdogan, impegnato al suo interno nel contrasto ai terroristi curdi.

La Turchia, così come la Siria e lo stesso Iraq, temono che, nel momento in cui i curdi si siederanno al tavolo dei negoziati, avanzeranno la tanto agognate pretesa di ottenere quello Stato per cui combattono da secoli.

La guerra che stanno affrontando contro l’Isis potrebbe dunque creare le condizioni per ottenere il riconoscimento internazionale del Kurdistan. Il problema che si pone, però, è presto detto: quale Stato si priverebbe dei suoi territori per concederli ai curdi? Difficilmente lo farebbe la Turchia, che vedrebbe i suoi confini parecchio ridotti; ugualmente l‘Iraq che non si priverebbe dei giacimenti petroliferi controllati dai curdi.

Riccarda Lopetuso