“Non posso accettare la dispersione della sinistra, la sua distruzione, perché priverebbe i cittadini di ogni speranza di vincere di fronte a conservatori ed estremismo (…). Non mi ricandido per il bene della Francia”.

Con queste parole François Hollande, il 2 dicembre 2016, escluse in maniera categorica la possibilità di candidarsi alle primarie socialiste, in vista delle elezioni presidenziali del 2017 in Francia. Hollande è stato probabilmente il Capo di Stato più impopolare della storia della Quinta Repubblica. Consegnerà al prossimo inquilino dell’Eliseo un Paese in cui vige ancora lo Stato d’emergenza (dopo la ben nota sequenza di stragi e attentati) e in cui il sogno della piena realizzazione di una società multiculturale sembra ormai essersi infranto definitivamente. La diagnosi sullo stato di salute della Repubblica sembra quindi piuttosto impietoso. E la decisione storica di Hollande – per la prima volta infatti il presidente “uscente” non si presenterà per la corsa all’Eliseo – non ha avuto l’effetto di ricompattare la gauche.

Oltre due milioni di elettori socialisti si sono recati alle urne il 29 gennaio per il secondo turno delle primarie. A contendersi la nomina rimanevano l’ex primo ministro Manuel Valls e l’outsider – almeno fino al primo turno – Benoît HamonCome per i “Repubblicani” con la netta affermazione  di Fillon, anche tra le fila dei socialisti a spuntarla è stato un candidato poco accreditato prima delle votazioni. Benoît Hamon, ex Ministro dell’Educazione nazionale nel primo Governo Vallsha trionfato nelle primarie con il 58% dei consensi. Alcuni lo hanno definito il “socialista utopista”, altri sull’onda delle elezioni americane lo hanno ribattezzato  “il Sanders francese”. Il suo programma elettorale rappresenta una decisa svolta verso la base più radicale del Partito Socialista: riduzione dell’orario di lavoro da 35 a 32 ore settimanalil’abrogazione della pur timida riforma del lavoro, la sospensione del patto di stabilità e l’abbandono del 3% di deficit e soprattutto l’introduzione di un “revenu universel (il tanto discusso reddito di cittadinanza invocato dal M5S) di 750 euro mensili per i cittadini francesi.

François Fillon

Tuttavia per Hamon la corsa per l’Eliseo si prospetta tutt’altro che semplice: quest’ultimo dovrà infatti ricercare l’appoggio dell’intero partito, ormai frammentato in numerosissime correnti. Il nuovo candidato del partito sembra già tagliato fuori, e viene data quasi per scontata la sua eliminazione al primo turno delle elezioni presidenziali. Si pronostica già una sfida Le Pen – Fillon (“Penelope gate” permettendo) al secondo turno.

Ma anche di fronte ad uno scenario così desolante del socialismo francese, si può scorgere un nuovo astro nascente politico? Forse è ancora presto per dirlo, ma Emmanuel Macron, in carica come ministro dell’economia fino all’estate del 2016, che ha da poco fondato un nuovo movimento politico – “En Marche” – di ispirazione centrista, sembra essere l’unico vincitore in prospettiva del “seppuku” socialista. Ciò che Macron propone è un drastico cambio di rotta per il socialismo francese in una direzione post-partitica, capace di attirare sia gli elettori socialisti moderati che l’elettorato più riformista del centro-destra repubblicano. Ma su una cosa si può esser sicuri dopo queste primarie: del grande partito di François Mitterrand restano ormai soltanto le spoglie.

Gian Marco Sperelli