Il 2017 si è aperto con una importante svolta nella creazione di quella che in gergo può essere definita “consapevolezza situazionale”. Il terrorismo minaccia anche l’Italia e non si esclude che fatti come quelli accaduti, per ora, fuori dal territorio nazionale possano verificarsi anche entro i confini del nostro Paese. Il Capo della Polizia, prefetto Gabrielli, lo ha chiarito in maniera inequivocabile dicendo che anche “l’Italia avrà il suo prezzo da pagare”. 

Creare consapevolezza tra coloro che possono correre un rischio è uno strumento di gestione necessario affinché si possa ridurre la vulnerabilità e quindi l’impatto che lo stesso rischio può avere. Lo strumento migliore al servizio della creazione di consapevolezza è la comunicazione, che però non è per nulla efficace se rimane ancorata alla rassicurazione e non coinvolge il suo pubblico.

Due sono le considerazioni fondamentali che, in una comunicazione rivolta alla popolazione per sensibilizzarla in relazione al rischio di attentati terroristici, non possono mancare, senza le quali non si può pensare che “il prezzo che dovremo pagare” possa essere il più contenuto possibile. 

Innanzitutto, ormai la popolazione si è ben resa conto che la vita al tempo del terrorismo non può essere vissuta “normalmente”. Normale sarebbe poter salire su un aereo con una bottiglia di acqua portata da casa, come normale sarebbe entrare in Piazza Duomo a Milano senza fare la “gimcana” tra i newjersey dipinti dai writers. Di certo, se per normalità si intende “continuare a fare quello che si faceva” nulla è cambiato, tanto è vero che la gente continua a volare e a passare per piazza Duomo; segno che la minaccia del terrore non deve e non ha cambiato la nostra vita. 

Ma la vita al tempo del terrorismo è frutto di un necessario compresso tra libertà e necessità di sicurezza che non può essere mai negato, pena il dover rinegoziare ogni ulteriore aggiustamento dettato da eventuali prossime necessità. La cittadinanza ha, per la maggior parte, volente o nolente, accettato questo compromesso. È ora quindi di rendere merito alla capacità dei nostri concittadini di capire queste necessità e accettare le misure che vengono di conseguenza disposte interrompendo la retorica del “normale” alla quale diventa sempre più difficile credere.

Da un punto di vista più operativo, per ridurre al minimo i danni che il terrorismo potrebbe fare, c’è un altro aspetto nei confronti del quale la comunicazione ha una responsabilità rilevante: la prevenzione.

Prevenire attraverso la comunicazione significa due cose: innanzitutto, riconoscere che i primi responsabili della riduzione del rischio sono proprio le persone che potrebbero subirne i danni; inoltre, è necessario fornire strumenti cognitivi che aiutino coloro che si trovassero in una situazione di emergenza a decidere cosa fare per salvarsi la vita.  

Il mondo parla ormai di sicurezza partecipata e non si può considerare “prevenzione” unicamente il lavoro di intelligence e forze di polizia. È necessario coinvolgere la popolazione in un percorso informativo/formativo che possa orientare i loro comportamenti nel caso si trovassero nel mezzo di un evento.

L’Italia è forse uno degli ultimi Paesi a non aver ancora implementato una comunicazione istituzionale e pubblica sui comportamenti da tenere in caso di attacco terroristico. Ora che abbiamo fatto “30” ammettendo chiaramente e senza alcuna ombra di dubbio che anche il nostro Paese non è esente dalla minaccia, facciamo “31” e diamo gli strumenti alla popolazione per salvarsi la vita in caso di attacco.

Alessandro Burato