Fra poche ore ci sarà la cerimonia pubblica per l’insediamento alla Casa Bianca del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sono forse due le domande fondamentali che i curiosi si stanno ponendo in questo momento: quanta coerenza ci sarà tra la campagna elettorale e quello che poi verrà messo in pratica? Quanta distanza effettiva tra la politica di Obama e la nuova amministrazione?

Tra le varie direzioni nelle quali poter sviluppare questi interrogativi, di seguito un rapido sguardo ai problemi che il nuovo Presidente dovrà affrontare in politica interna.

La sanità

L’Affordable Care Act (soprannominato comunemente Obamacare), la riforma sanitaria su cui l’amministrazione uscente ha puntato moltissimo, sarà – stando almeno alle ultime parole di Trump – abrogata e ben presto sostituita. Trump ha infatti dichiarato in una recentissima intervista al Washington Post: “Ci sarà un’assicurazione per tutti. Vi è una filosofia in certi circoli per cui se non puoi pagare non ottieni. La nuova riforma sarà semplificata e molto meno costosa”. Sono queste le parole che Trump ha continuato a ripetere negli ultimi giorni. Obama, almeno a quanto sembra, non è riuscito a convincere il tycoon della bontà della riforma.

I dettagli del nuovo piano sanitario non sono ancora stati svelati e verranno annunciati quando sarà confermata la nomina del nuovo Ministro della Sanità, nemico giurato di ObamacareTom Price. Il nuovo ministro è una vera e propria volpe che fa da guardia al pollaio, dal momento che da molti anni studia il modo per superare e mettere da parte la riforma.

Tuttavia l’impresa rimane ardua. L’Obamacare ha garantito una copertura sanitaria a 13 milioni di cittadini che prima non l’avevano e risulterebbe comunque problematico togliere ai nuovi beneficiari la copertura sanitaria fin qui ottenuta. Non è chiaro con quale altra riforma verrebbe sostituita e, sopra ogni cosa, c’è sempre l’ostacolo del Congresso. Bisogna convincerlo e bisogna superarlo.

Economia

Dal punto di vista economico il quadro è molto complesso. Perfino chi giudica troppo semplicistica l’equazione tra Trump e protezionismo, dovrà ammettere che tutti i segnali tendono in quella direzione. Si vorranno con tutta probabilità sostenere le esportazioni da un lato e disincentivare le importazioni dall’altro. Qualcuno sembra quasi averlo capito in anticipo: è il caso di Fiat Chrysler e Ford, che annunciano nuovi investimenti negli Usa subito dopo le dichiarazioni minacciose di Trump di aumentare le tasse a chi non investirà negli Stati Uniti e lo farà altrove.

Tra le novità in campo economico ci sarebbe anche l’abolizione del Dodd-Frank Act, la riforma di Wall Street voluta da Obama per regolare la finanza statunitense e allo stesso tempo tutelare il consumatore e il sistema economico statunitense. La riforma dovrebbe impedire nuove crisi e promuovere maggiore trasparenza, ma Donald Trump non vuole mantenerla. Sarà sostituita, attenendosi alle sue parole, con politiche che incoraggiano la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Anche qui le modalità e i dettagli della riforma sostitutiva sono poco chiari.

La realtà e il paradosso

Molto difficile fare previsioni su ciò che farà e come si comporterà Trump. Certo è che chi non vuole ridurre la politica della nuova amministrazione in un estremo desiderio di protezionismo, dovrà comunque accettare che la percezione è quella. Addirittura Xi Jinping, il leader cinese, ha dichiarato pochi giorni fa a Davos: “È vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. Dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguirlo è come chiudersi in una stanza buia”. Il riferimento sembra proprio essere a Trump.

Lanciando una provocazione: sarà l’America a sostenere il protezionismo e la Cina a proteggere invece la globalizzazione?

Simone Stellato