Il 20 gennaio sarà ricordato, con ogni probabilità, come uno più discussi insediamenti della storia politica americana: a Washington, infatti, Donald Trump giurerà come 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il presidente più improbabile, almeno stando a tutti i pronostici della vigilia, prenderà il posto di un Presidente altrettanto storico, Barack Obama, il primo inquilino afroamericano della Casa Bianca. La curiosità rispetto a “l’America di Trump” è molta, anche perché in tanti sono pronti a misurare la distanza effettiva che il tycoon newyorchese metterà tra sé e l’amministrazione uscente.  Il tema della politica estera è particolarmente delicato e l’eredità che Obama lascia a Trump non è delle più facili. Il famoso motto obamiano “Yes, we can”  ha influenzato molto la politica estera americana degli ultimi 8 anni, sposandosi con una visione multilaterale delle relazioni tra USA e resto del mondo. Un approccio decisamente distante dall’idea trumpiana del “Make America Great Again”. Obama lascia dietro di sé un rinnovato interesse verso il Pacifico, un discusso accordo con l’Iran e il disimpegno militare americano, sia formale che sostanziale, da molti teatri in cui i marines di George W. Bush erano stati protagonisti. 

London Summit – Aprile 2009

Proprio come reazione contraria all’interventismo di Bush Jr., Obama iniziò nel 2009 a Il Cairo una piccola rivoluzione nelle relazioni internazionali statunitensi, ispirando tutta la sua azione al multilateralismo (per Barack quasi un’ossessione) e al rapido disimpegno militare. Obama era, e forse è, convinto che la pesante presenza degli Stati Uniti all’estero fosse dannosa per gli interessi americani. Partendo da questa valutazione ha ordinato il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, nella speranza di poter riguadagnare la fiducia di alcuni paesi, in particolare quelli islamici, che avevano mal digerito la presenza statunitense in Medio Oriente. Il risultato è stato una politica che ha minimizzato la fiducia nell’intervento militare, mentre ha massimizzato quella nella cooperazione e nel multilateralismo. Non è dunque un caso che nel 2013 il National Security Strategy, il documento più importante che l’esecutivo Americano elabora annualmente sul tema della sicurezza nazionale, ricordi come: «The United States must prepare for a multilateral world where, while retaining our military, economic, and cultural preeminence, we may be challenged by both allies and adversaries. Therefore, Americans must adopt the view from within and without that we are a nation “first among equals” to reflect the trends of demographics, global finance, and military power». La visione obamiana ha così enfatizzato l’applicazione di quella che lui stesso definì nel discorso sullo stato dell’unione del 2015 “smarter kind of American leadership”, in grado unire la forza militare ad una robusta diplomazia dove il potere americano si fonde in quello di una grande coalizione. In quest’ottica la Presidenza Obama ha provato a guardare all’area del Pacifico, nel tentativo di rafforzare i legami con gli storici alleati: Giappone, Corea del Sud e Filippine fra tutti. Il rafforzamento dei rapporti con questi stati ha visto protagonista, nel primo mandato di presidenza Obama, il Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale attraverso l’idea dell’America’s Pacific Century ha delineato l’importanza di una “matura architettura economica nella zona del Pacifico” in grado di promuove un sistema sicuro, prospero e fidato dove gli Stati Uniti avrebbero giocato un ruolo da protagonisti. Ciò, ovviamente, ha richiesto la stabilizzazione dei rapporti con la Cina, vista dall’amministrazione Obama in termini più collaborativi che antagonisti anche al costo di rinunciare al riconoscimento di Taiwan, favorendo una One China policy. Gli sforzi riconciliatori con il governo di Pechino, però, vanno ricondotti nel più grande quadro delle relazioni multilaterali che hanno cercato di isolare la Russia di Putin, in particolare in seguito al fallimento della politica del reset e all’invasione russa della Crimea.

Credits | Al Jazeera English – Gigi Ibrahim

Anche in Medio Oriente l’amministrazione Obama ha cercato di allargare il credo multilaterale, aprendosi ad una collaborazione più attiva con l’Iran. L’accordo con Rouhani, forse il più innovativo prodotto del multilateralismo di Obama, tende ad eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran dai paesi occidentali, mentre l’Iran, dal canto suo, accetta di limitare il programma nucleare permettendo alcuni periodici controlli alle sue installazioni. Tutto ciò potrebbe condurre Teheran verso una zona d’influenza occidentale, promuovendo la politica moderata del governo Rouhani e condannando il pericoloso estremismo del predecessore Ahmadinejad.

Il multilateralismo obamiano, però, non ha retto alla prova dei fatti in molti altri scenari. Le primavere arabe hanno messo a nudo le difficoltà della coalizione prospettata dal Presidente uscente. La dimostrazione plastica si è avuta in particolare in Libia dove, in seguito alla caduta di Gheddafi, la politica americana non è stata in grado di ricostruire lo stato libico lasciato in balia di signori della guerra e gruppi paramilitari. Anche le situazioni in Iraq e Siria non hanno avuto sviluppi del tutto positivi. Il repentino ritiro delle truppe e l’immobilismo nei confronti del regime di Bashar al-Assad hanno posto le basi per la creazione di un vuoto di potere unico nella regione. Vuoto furbescamente sfruttato dal califfo al-Baghdadi e dall’autoproclamatosi Stato Islamico.

L’operato di Obama in politica estera potrebbe essere stato, dunque, un’arma a doppio taglio nella storia statunitense: se da una parte il Presidente uscente ha cercato, e trovato, la normalizzazione e stabilizzazione dei rapporti – in un’ottica multilaterale – con Cina e Iran, dall’altra l’ostilità con la potente Russia di Putin, il deterioramento delle relazioni con Israele e l’incertezza nei paesi arabi potrebbero giocare un peso piuttosto forte.

Ora la palla passa a Donald Trump. Il nuovo presidente ha già preannunciato un cambio di rotta sostanziale, lasciando intendere che saremo chiamati ad assistere a più di qualche mossa a sorpresa. Con Trump le previsioni sono impossibili ma è probabile che nel medio periodo avremo comunque un grande sconfitto: il multilateralismo obamiano.

Nicola Bressan