Tim Arango | The New York Times | 2 Novembre 2016

Per la prima volta in più di due anni, i residenti della parte orientale di Mosul hanno goduto di una giornata senza lo Stato islamico. Alcuni uomini fumavano sigarette, mentre altri le avevano nascoste dietro le orecchie. Stavano celebrando la vittoria delle forze irachene sullo Stato Islamico nella loro area, assaporando alcuni dei piccoli piaceri proibiti in più di due anni di governo militante.

“Siamo molto, molto felici”, ha detto un uomo, Qais Hassan, 46 anni, circondato da soldati. “Ora abbiamo la nostra libertà”. Lo Stato Islamico, ha detto, “ci ha chiesto di incrementare la religione. Ma loro non avevano nulla a che fare con la religione”.

I soldati iracheni hanno visto in prima persona ciò che era la vita a Mosul sotto il dominio dello Stato Islamico imposto nel 2014. Ma hanno anche intravisto alcune delle sfide che ci attendono, spingendo contemporaneamente la lotta verso il centro della città e andando verso l’instaurazione di un’autorità governativa. Nel quartiere recentemente liberato, le truppe antiterrorismo – la maggior forza di combattimento professionale dell’Iraq – cercavano di essere attenti a non alienare i civili. Questa non è l’unica battaglia che sarà combattuta e molti hanno paura di attacchi e vendette nelle aree liberate. Un rapporto di Amnesty International pubblicato mercoledì ha affermato che una milizia tribale che ha partecipato all’offensiva ha torturato i detenuti nei villaggi liberati vicino Mosul.

I cittadini di Mosul non aspettano altro che potersi di nuovo sentire cittadini iracheni. “L’amore per il paese è più grande dell’amore per la religione”, ha detto Hassan, cittadino di Mosul. “Ora lo abbiamo capito”. Il signor Sharif, suo amico, ha detto: “Ora, sì, siamo con l’esercito iracheno, con la legge, con l’Iraq”. Con le forze irachene ora all’interno della città, l’attenzione si concentrerà presto sulla questione politica, cioè se i politici, dopo la battaglia, riusciranno a riunire le comunità di Mosul – sunniti, sciiti, cristiani, yazidi e altri – come parte attiva per riunificare il paese. Nella lunga storia dell’Iraq, le conseguenze politiche delle guerre hanno solitamente portato a conseguenze peggiori.

“Credo che i politici abbiano imparato una lezione con Mosul”, ha dichiarato in una recente intervista al New York Times Brig. Gen. Abdul-Wahab al-Saadi, comandante di una delle forze speciali: “Devono fare il loro lavoro”.

Sintesi tradotta di Giada Martemucci

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