Se è vero che tre indizi fanno una prova, allora Hillary Clinton dovrebbe essere il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Chi ha vinto? – Certo, è un incipit provocatorio: in realtà, la questione è un po’ più complessa, e anche se i sondaggi – ogni giorno di più – fanno credere che proprio questo debba essere l’esito finale, non si può certo fischiare ora la fine della partita. In effetti, però, il terzo dibattito presidenziale tra la Clinton e Donald Trump non è stato poi molto differente dai primi due, in termini di impressione generale: l’ex First Lady e Segretario di Stato è andata sicuramente meglio, sia dal punto di vista retorico che da quello contenutistico, anche se più per mancanze dell’avversario che per effettivi meriti suoi.

In modo simile allo scontro precedente, inoltre, si è visto un Donald Trump particolarmente istituzionale nella prima mezzora, ma progressivamente sull’offensiva con il passare del tempo, arrivando all’ormai celebre mitragliata di “wrong…wrong!”, diventati un marchio di fabbrica. Progressione accompagnata dalle domande poste dal moderatore, che – differentemente dalle volte precedenti – ha incalzato i duellanti con domande mirate ed esigenti; purtroppo, dopo i primi 30 minuti si è riacceso il clima da “Far West”, e dalla proposta si è passati all’attacco.

Giustizia – La prima domanda, infatti, a sorpresa si è concentrata su un tema molto specifico, sfiorato la volta precedente: l’elezione della Corte Suprema, per poi affrontare il tema generale della giustizia. I due candidati, a proposito, hanno dato risposte “politiche”, offrendo due proposte diverse, soprattutto in merito al tema delle armi (dove Hillary si pone in modo nettamente più restrittivo di Trump, che invece vanta l’appoggio della lobby di categoria) e dell’aborto (con Donald che si definisce pro-life e Hillary che sostiene l’aborto e la planned parenthood). Il primo round, insomma, si conclude in pareggio.

Immigrazione – L’ambiente comincia a scaldarsi con la seconda questione in gioco: l’immigrazione, che sappiamo essere un tema che divide i due. Trump insiste sulla droga, auspicando la chiusura dei confini per prevenire l’ingresso di eroina nel paese: “bad people have to go out”, e in fondo – afferma – nel 2006 anche la Clinton voleva costruire il muro. Hillary puntualizza che le cose non stanno così, che certamente auspica la sicurezza dei confini ma senza una deportazione di massa; inoltre, lo stesso Trump – dice lei – ha costruito la Trump Tower sfruttando lavoratori irregolari. Dopo aver chiarito un passaggio ambiguo di un suo discorso rivelato da Wikileaks, però, la moglie di Bill devia sul tema “hackeraggio russo”, e quando cita 17 agenzie d’intelligence miliari e civili, ottenendo come risposta da The Donald: “I doubt it”, sembra vincere il passaggio.

 

Economia – Forse per questo, o forse per il tema “economia”, Trump comincia ad essere più irrequieto. Così facendo, però, scade sempre più nella mera offensiva: e se Clinton spiega la sua visione della classe media, del piano per infrastrutture, manifatturiero ed energia e dell’obiettivo di alzare il salario minimo nazionale, lui ripete per l’ennesima volta che i membri della NATO devono pagare, che gli accordi commerciali sono da rifare e che i lavori sono da riportare indietro. Facile no? Del resto, se India e Cina crescono di 7% e 8%, come è possibile che noi cresciamo solo dell’1% (si, l’ha detto veramente)?

Vinca il migliore – Da qui in poi è guerra vera, grazie anche al tema introdotto dal moderatore: “adeguatezza al ruolo”. Apriti cielo. Si sentono, in ordine sparso, accuse e contro-accuse su: molestie sessuali, email, tasse, fondazioni, carriera, ecc.. Le sentenze “Quando perderò ti dirò se riconosco la sconfitta” e “Donald dà sempre la colpa agli altri” chiudono tre quarti d’ora non particolarmente memorabili per la storia della politica a stelle e strisce.

Politica estera – Sul finire, come di consueto, la politica estera. Anche qui, le posizioni sono le stesse già espresse nelle settimane precedenti. Da una parte, quella democratica, ci sono il diniego a dispiegare forze terrestri per colmare un eventuale vuoto di ISIS e la proposta di una no fly zone sulla Siria. Dall’altra, quella repubblicana, c’è la richiesta di rivedere gli accordi NATO, considerando l’eventualità che i membri paghino per la protezione americana; c’è l’accusa all’Iran, o meglio alla politica accondiscendente nei suoi confronti, prima mediante l’accordo nucleare poi con la scellerata strategia in Siria; e c’è la grande boutade finale, ossia che l’offensiva di questi giorni a Mosul è un espediente per far vincere le elezioni a Hillary: “The only reason they did it is because she is running for the office of president, and they want to look tough. They want to look good”.

Il finale, sotto forma di “appello alle masse”, fa emergere la vis politica di Hillary e la vis pugnandi di Donald. Calato il sipario, restano soprattutto i sondaggi, che danno Hillary vittoriosa: nelle due occasioni precedenti, la realtà li aveva confermati. A questo punto, dunque, il finale è apparecchiato per la vittoria democratica.

Giovanni Gazzoli