Barack Obama | The Economist | 8 Ottobre 2016

Dovunque io vada in questi giorni, che io mi trovi a casa o fuori, mi fanno tutti la stessa domanda: cosa sta accadendo al sistema politico americano? Come è possibile che un paese che ha beneficiato – forse più di tanti altri – dall’immigrazione, dal mercato, dall’innovazione tecnologica, sviluppare improvvisamente una sorta di protezionismo contro l’immigrazione e contro l’innovazione? Perché alcuni dell’estrema destra e dell’estrema sinistra hanno abbracciato un crudo populismo che promette un ritorno al passato che non solo non è possibile restaurare, ma che per la maggior parte degli americani non esiste più?

È vero che una certa ansia dovuta alla globalizzazione, al cambiamento in sé, ha preso piede in America come in gran parte del mondo. Una paura che spesso si manifesta attraverso lo scetticismo nei confronti degli organi internazionali, come ha dimostrato la recente esperienza inglese della Brexit, oltre che la crescita dei partiti populisti in tutto il mondo. Gran parte di questo malcontento è dovuto a paure che non hanno radici economiche, o meglio, parte di questo malcontento è dovuto a eventi economici di lunga durata quali decenni di crisi, di declino della crescita della produttività e la disuguaglianza sociale in aumento.  La globalizzazione e l’automazione hanno indebolito la posizione dei lavoratori e la loro capacità di garantire un salario decente. Troppi fisici e ingegneri potenziali trascorrono la loro carriera a spostare denaro in giro per il settore finanziario, invece di applicare i loro talenti per l’innovazione nell’economia reale. 

Ma in mezzo a questa comprensibile frustrazione, in gran parte alimentata da politici che sembra vogliano peggiorare il problema invece di migliorarlo, è importante ricordare che il capitalismo è stato il più grande pilota di prosperità e di opportunità che il mondo abbia mai conosciuto.

Nel corso degli ultimi 25 anni, la percentuale di persone che vivono in estrema povertà è sceso da quasi il 40% al di sotto del 10%, i guadagni sono stati molti e sarebbero stati impossibili senza la spinta data dalla globalizzazione. Questo è il paradosso che definisce il nostro mondo di oggi. Il mondo è più prospero che mai, eppure ancora le nostre società sono segnate da incertezza e disagio.

Siamo davanti a  una scelta: ritirarci in vecchie economie chiuse oppure spingerci oltre, riconoscendo la disuguaglianza che può venire con la globalizzazione, impegnandoci a far funzionare l’economia globale perchè sia prospera per tutti senza distinzioni. Il profitto può essere una forza potente per il bene comune; gli economisti hanno da tempo riconosciuto che i mercati, lasciati a se stessi, possono fallire. Un capitalismo delineato da pochi e inspiegabile per molti è una minaccia per tutti, senza fiducia il capitalismo e i mercati non possono continuare a fornire i guadagni che hanno portato nei secoli passati.

La presidenza è una corsa a staffetta, che richiede a ciascuno di noi di fare la nostra parte per portare il Paese più vicino alle sue più alte aspirazioni. Quindi partendo da qui, dove si dirigerà il mio successore? L’economia non è un’astrazione, non può essere ridisegnata all’improvviso senza che ci siano conseguenze reali per le persone. Al contrario ripristinare la fiducia in un’economia in cui gli americani laboriosi hanno modo di crescere, implica affrontare quattro sfide principali: stimolare la crescita della produttività, lottare contro la crescente disuguaglianza, garantire che tutti coloro che vogliono un lavoro possano ottenerne uno e costruire un’economia resiliente che funga da innesco per la crescita futura. Le recenti innovazioni tecnologiche hanno radicalmente cambiato la vita delle persone ma non hanno ancora aumentato la crescita della produttività. Negli ultimi dieci anni, l’America ha goduto della crescita della produttività più veloce del G7, ma la crescita è rallentata in quasi tutte le economie avanzate.

Una delle principali fonti del recente rallentamento della produttività è stata una carenza di investimenti pubblici e privati causati, in parte, dai postumi dalla crisi finanziaria, ma anche da vincoli autoimposti: un’ideologia anti-tasse che rifiuta virtualmente tutte le fonti di nuovi finanziamenti pubblici; un blocco sul deficit e un sistema politico eccessivamente partitico. Visti i benefici economici derivanti dalle esportazioni, io continuerei a spingere il Congresso ad approvare la Trans-Pacific Partnership per concludere il partenariato transatlantico con l’UE. Questi accordi, e il rafforzamento delle strutture commerciali, livelleranno il campo di gioco per i lavoratori e le imprese. Come Abraham Lincoln ha detto: “Mentre noi non proponiamo alcuna guerra sul capitale, noi desideriamo permettere all’uomo più umile la stessa probabilità di arricchirsi che hanno tutti gli altri”. Questo è il problema, con l’aumento della disuguaglianza diminuisce la mobilità verso l’alto. 

Un’economia di successo dipende anche opportunità significative a disposizione di tutti coloro che vogliono un posto di lavoro. La crisi finanziaria ha dolorosamente sottolineato la necessità di una economia più resistente, che cresce in modo sostenibile, senza saccheggiare il futuro al servizio del presente. Non dovrebbero più esserci dubbi che un libero mercato prospera solo quando ci sono delle regole per proteggerlo da un malfunzionamento sistemico e quando è garantita una concorrenza leale.

L’America dovrebbe anche fare di più per prepararsi a shock negativi prima che si verifichino. Con i tassi di interesse bassi di oggi, la politica fiscale deve svolgere un ruolo più importante nella lotta contro le recessioni future; la politica monetaria non dovrebbe sopportare tutto il peso della stabilizzazione della nostra economia.

La buona economia può essere accompagnata purtroppo da cattiva politica. I miei successori non dovrebbero lottare per ottenere misure di emergenza in un momento di bisogno, dovrebbero invece garantire il supporto alle famiglie più colpite dalla crisi. Il sistema politico degli Stati Uniti può essere frustrante. Mi creda, lo so. Ma è stata la fonte di più di due secoli di progresso economico e sociale. Il progresso degli ultimi otto anni dovrebbe anche dare al mondo un certo grado di speranza. Nonostante tutti i tipi di divisione e discordia, una seconda Grande Depressione è stata impedita. È tempo di scrivere il nostro nuovo futuro. Deve essere un futuro di una crescita economica che non sia solo sostenibile, ma condivisa. Per raggiungerlo, l’America deve impegnarsi a lavorare con tutte le nazioni per costruire economie più forti e più prospere per tutti i nostri cittadini per le generazioni a venire.

Sintesi e traduzione di Giada Martemucci

Articolo originale: B. Obama – The way ahead – The Economist