La seconda puntata di una delle trilogie più accattivanti della storia recente del cinema (ops, politica) made in USA è effettivamente come quasi tutte le altre: un ponte tra la prima e la terza.
Sono infatti davvero molto pochi gli spunti reali che escono dal dibattito di stanotte, che si è tenuto alla Washington University di St. Louis, nel Missouri. Un dibattito in cui i due candidati hanno tirato fuori il peggio dell’avversario, facendo a gara per mostrare gli errori e l’inadeguatezza dell’altro: una corsa al ribasso in piena regola, nonostante il continuo riferimento fatto da Hillary alla frase di Michelle Obama: “When they go low, we go high”.
Al contrario, fin dall’inizio il tentativo è quello di mandare l’avversario più low di quanto egli già si ponga, e le domande di pubblico e intervistatori – come biasimarli – non fanno altro che aizzare questa tendenza.
Si parte con la domanda sull’importanza del candidato di essere un perfetto role model per le giovani generazioni. Un invito a nozze, ovviamente non prima di essersi lavati la propria coscienza: “Sono cambiato, non lo rifarei più”, dice Trump in riferimento all’umiliante video in cui parla poco educatamente delle donne; “Ho fatto un errore, me ne assumo le responsabilità, e certamente non lo rifarei”, garantisce Clinton quando sollecitata a proposito della cancellazione delle 35 mila e-mail private in cui trattava anche argomenti top secret.
Espiati i propri peccati, si può cominciare a evidenziare quelli altrui.

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Il primo passaggio, in realtà, è più politico che mediatico, sollecitando i contendenti ad un giudizio sulla riforma sanitaria conosciuta come “Obamacare”: la Clinton elogia l’allargamento dei beneficiari dell’assicurazione, ricordando che la copertura arriva al 90%, e glissa dalla mezza gaffe del marito Bill, che l’aveva sconfessata; mentre Trump, chiaramente, la denigra come “total disaster”, invocando la rimozione dei confini d’azione e affermando: “We want competition”.
La seconda domanda, fatta da una ragazza musulmana, offre però lo spunto per abbassare la qualità della discussione, punzecchiando “The Donald” sulle politiche verso i musulmani: Trump, con un evidente sforzo ad usare mezzi diplomatici, cerca di ribadire la sua posizione non particolarmente muslim-friendly, arrivando a denunciare la comunità musulmana di San Bernardino per non aver rivelato la possibilità di attentati pur essendone a conoscenza, e subito dopo attacca Hillary per voler far entrare nel paese – senza alcuna restrizione – chiunque lo voglia; la Clinton, in risposta, afferma di voler includere i musulmani nelle sue politiche, sottolineando le inopportune espressioni di Trump nell’alludere alla necessità di essere coalizzati con stati musulmani per sconfiggere il terrorismo.
Subito dopo, è l’ex Segretario di Stato ad essere messa all’angolo per le dichiarazioni circa il doppio gioco che ogni politico è costretto a svolgere in pubblico e in privato: lei ne esce piuttosto goffamente, tirando in ballo Lincoln e offrendo a Donald un’alzata a rete che viene schiacciata senza particolare difficoltà. Favore ricambiato subito dopo, quando alla domanda: “Ha sfruttato la perdita di 916 milioni di dollari per poter evitare di pagare le tasse?”, Trump risponde: “Of course I do”, con una naturalezza alquanto inopportuna per timing e modo.
Insomma, il dibattito scivola via in modo abbastanza piatto, nonostante la carne al fuoco degli ultimi giorni fosse davvero molta: ormai, però, sembra che dai due candidati ci si aspetti solo una bomba ancora più grossa di quella precedente, e che fino a che non succede non ci sia niente da ricordare.
Effettivamente, i passaggi sulla Siria, sull’elezione di un membro della Corte Suprema di giustizia e sull’energia scorrono abbastanza veloci, sottolineando le scelte errate che l’avversario farebbe o ha già fatto.
Il finale, tuttavia, è sorprendente: una domanda eccezionale, assolutamente inaspettata, viene posta da uno spettatore: “Cosa stima dell’altro?”. La Clinton, con astuzia, risponde: “I figli”; Trump, incassato il colpo e colto alla sprovvista, ammette: “Hillary non molla mai”.
Insomma, è stato un dibattito che doveva essere fortemente scoppiettante, ma che ha regalato perlopiù scene utili a creare video simpatici su Twitter. È stato “il respiro prima del balzo”, prendendo a prestito l’espressione di Gandalf in “Il ritorno del Re”: dal “Signore degli Anelli” ai dibattiti tra candidati alla Presidenza degli Stati Uniti, il passo da una trilogia all’altra sembra essere più piccolo del previsto.

Giovanni Gazzoli