James Stavridis | Foreign Policy | 6 Ottobre 2016

In una recente riunione alla Casa Bianca, il presidente Barack Obama ha riunito un cast eclettico di personaggi: il Ceo di IBM, una delle più grandi aziende del mondo; un trio di politici di entrambi i partiti, tra cui il sindaco di Atlanta e i governatori di Louisiana e Ohio; un ex segretario del Tesoro; un recente sindaco di New York City, il preside di una scuola di specializzazione delle relazioni internazionali e l’ex comandante supremo alleato (che sono io, James Stavridis). Nonostante fossimo personaggi molto divergenti, tutti nella stanza eravamo d’accordo su una cosa: il valore del libero scambio a livello mondiale e la particolare urgenza e necessità per la Trans-Pacific Partnership (TPP).

Washington ha trascorso sette anni a negoziare questo accordo massiccio (circa 6.000 pagine e 30 capitoli), firmato a febbraio che consentirebbe di livellare il campo di gioco in termini di commercio, condizioni di lavoro e flusso delle merci tra una decina di nazioni. L’accordo sul tavolo ha un’ultima possibilità di passaggio dopo le elezioni di novembre. Entrambi i candidati alla presidenza hanno promesso di rifiutare o di rinegoziare completamente l’accordo a causa delle preoccupazioni sulla competitività interna, e il momento si preannuncia essere la versione americana di un Brexit dalla regione del Pacifico. In termini geopolitici la Brexit è stata un errore grave per la Gran Bretagna e sarebbe altrettanto grave per gli Stati Uniti lasciare il TPP sul tavolo e effettivamente allontanarsi da una posizione di leadership in Asia.

Il caso per il TPP ha una logica geopolitica interessante. Si tratta di un accordo che la Cina avrà grande difficoltà ad accettare, in quanto porrebbe Pechino fuori da un circolo virtuoso di alleati, partner e amici su entrambi i lati del Pacifico. Il trattato porta così insieme non solo Giappone, Australia, Malesia, Vietnam e altri partner asiatici, ma anche Cile, Messico, Canada e Perù. Il membro mancante è la Corea del Sud, ma nel tempo i sudcoreani vorranno essere parte dell’accordo.

Ciò che è particolarmente interessante per il TPP, tuttavia, è l’argomento geopolitico a suo favore. Tre punti fondamentali sono particolarmente salienti: Pechino intende chiedere in sostanza l’intero Mar Cinese Meridionale come sue acque territoriali, sulla base di argomenti storici improponibili sonoramente respinti dai tribunali internazionali; la Cina intende chiaramente essere l’attore dominante in Asia; in qualità di leader di quella che sarebbe la più grande zona di libero scambio in tutto il mondo, gli Stati Uniti continueranno ad esercitare una vera leadership in questa regione cruciale.

Mentre la Cina è al di fuori del TPP, l’appartenenza a questo club esclusivo non farà che aumentare di valore nel prossimo decennio. Dobbiamo evitare di ripetere l’errore della Brexit nel Pacifico. Il chiaro vincitore, se gli Stati Uniti rifiutano la Trans-Pacific Partnership, sarà la Cina, con un sempre più autoritario presidente Xi Jinping sempre più forte in oriente.

Questo è un momento di vulnerabilità reale per molte nazioni asiatiche. Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte sta guardando questa potenziale Brexit degli Stati Uniti dall’Asia e già si parla di aumentare i legami militari con la Cina. Il Vietnam, storicamente diffidente nei confronti del suo vicino del nord, discute spesso della sua vulnerabilità con i leader degli Stati Uniti. Il Giappone è scosso dalle attività cinesi intorno alle isole Senkaku, e anche la Corea del Sud – che mantiene forti legami con la Cina – è preoccupata per la riluttanza apparente di Pechino di tenere a freno il comportamento del suo stato cliente, la Corea del Nord. Un fallimento degli Stati Uniti nel mantenere una forte presenza economica nella regione – evidenziato dal TPP – avrà effetti negativi significativi sulla nostra posizione politica e diplomatica nel corso del tempo.

Sintesi tradotta di Giada Martinucci

Articolo originale: The American Brexit Is Coming – Foreign Policy