Roula Khalaf | Financial Times | 5 Ottobre 2016

Sintesi tradotta

Poche settimane dopo le atrocità dell’11 settembre, sono stato in Arabia Saudita, a caccia di uomini arrabbiati. Per le strade di Riyadh, ce n’erano molti che esprimevano ammirazione nei confronti di Osama bin Laden, il capo saudita di al-Qaeda che aveva inviato 19 dirottatori – 15 dei quali sauditi – che hanno causato l’incidente aereo contro il World Trade Center e il Pentagono.

Ma mentre bin Laden era, con mio grande shock, una specie di celebrità per la sua  audace ostilità verso l’alleato americano del regime, i sauditi vivevano anche una sorta di negazione. Sembravano convinti che non poteva essere responsabile del massacro di migliaia di americani innocenti. La negazione era molto più evidente nei circoli governativi. Ben presto la monarchia assoluta, il suo sistema educativo altamente religioso e il suo slam wahhabita è stato posto sotto esame. Le richieste occidentali di riforme radicali sono diventate standard negli scambi diplomatici con Riyadh. Mi sono ricordato del voto schiacciante nel 2001 del Congresso degli Stati Uniti per ignorare il veto presidenziale di un disegno di legge che consentisse alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio l’Arabia Saudita per presunta complicità. Nessuna prova evidente del coinvolgimento ufficiale saudita è stata finora rivelata.

Quanto poco sembra essere cambiata la situazione in 15 anni. Nonostante i numerosi sforzi per guarire le fratture, il “rapporto speciale” tra l’America e l’Arabia Saudita non è mai stato recuperato. Ci sono ancora alcuni benefici che derivano dall’alleanza.

L’Arabia Saudita è uno dei pochi paesi che possono ancora essere descritti come stabili in una regione dove scoppiano rivolte e falliscono gli stati. Eppure gli interessi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita sono costantemente divergenti. Hanno preso posizioni contrastanti sulle più grandi crisi del Medio Oriente, che vanno dalle rivolte arabe per l’accordo nucleare iraniano e, in misura minore, la guerra civile siriana. Mentre gli Stati Uniti vedono l’atteggiamento saudita verso l’Iran come inflessibile, i sauditi considerano le aperture americane nei confronti di Teheran come ingenue.

La tensione nei rapporti Usa-Arabia è stata evidente anche nella guerra contro il terrorismo. È vero, l’Isis minaccia la monarchia saudita, ma la sua ideologia e alcune delle sue pratiche sono vicine agli insegnamenti dei religiosi sauditi radicali. In Arabia Saudita, gli Stati Uniti sono ora l’inaffidabile alleato; per gli Stati Uniti, i sauditi sono un fattore destabilizzante nella regione.

Un alto funzionario saudita ha descritto una volta il rapporto Usa-Arabia come un “matrimonio cattolico”: un legame che non può mai essere spezzato. Dopo gli attacchi dell’11 settembre è stata una unione disfunzionale, in cui la coppia riconosce che il matrimonio è finito, ma non può concordare i termini della separazione.

Sintesi e traduzione di Giada Martemucci