Mentre i riflettori del Medio Oriente sono puntati sulla Siria, dove l’accordo raggiunto da Russia e USA sembra già relegato a carta straccia, c’è un altro conflitto – meno mediatico ma più radicato – che è ancor più importante per l’equilibrio della regione: quello israelo-palestinese.
In primis furono le guerre arabo-israeliane, svoltesi nel 1948/49 (per la nascita dello stato di Israele), nel 1956 (con la crisi di Suez), nel 1967 (Guerra dei sei giorni) e nel ’73 (Guerra dello Yom Kippur).
Con la fine delle guerre e – soprattutto – il riconoscimento di Israele da parte dell’Egitto e della Giordania, si chiuse la fase dello scontro diretto tra gli israeliani e gli altri stati arabi, conflitto che però restò vivo nella società: nacque così il periodo delle Intifada (“scossa” in arabo), ossia moti di rivolta popolare contro le occupazioni israeliane.

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La Prima Intifada scoppiò nel 1987, e portò alla Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato di Palestina (da parte dell’OLP) nonché alla nascita del movimento di Hamas, che non disdegnava azioni terroristiche. Gli anni Novanta furono caratterizzati dal Processo di Oslo, tentativo di portare finalmente la pace: il suo fallimento, tuttavia, fece scoppiare tra il 2000 e il 2005 la Seconda Intifada, innescata dalla famosa camminata di Sharon sulla Spianata delle Moschee.
Dopo varie tensioni e azioni militari e terroristiche, nel 2015 fu la volta dell’”Intifada dei coltelli”, ondata di violenza caratterizzata da accoltellamenti di civili israeliani da parte di palestinesi in modo casuale e imprevedibile.
Ebbene, nell’ultima settimana si ha avuto un riacutizzarsi di tale violenza: martedì mattina, fuori dal paese palestinese di Bani Naim, è stato ucciso un sospetto attentatore (identificato come Issa Traeyra, 16 anni) che ha tentato di accoltellare un soldato israeliano. Il sindaco del villaggio, Mahmoud Manasra, dubita che il giovane effettivamente possedesse tale arma: «Tutti i testimoni hanno detto che il ragazzo è sceso da un bus vicino al checkpoint, dove era in corso un’ispezione. Si sarebbe potuto evitare l’incidente».
Purtroppo, è stato solo l’ultimo di una serie di diversi attacchi in cinque giorni: tre nella giornata di venerdì 16, due tra sabato e domenica, altri tre lunedì 19 (il più importante dei quali ha portato al ricovero di due soldati, uno dei quali – una donna – in gravi condizioni).

Il timore è che sia solo l’inizio di una ondata ben più violenta, che sfrutti l’imminente periodo delle festività ebraiche (il 3 Ottobre gli ebrei festeggeranno il capodanno), tanto che Netanyahu ha invocato un innalzamento del livello di sicurezza, mentre il comandante Eyal Zamir ha dichiarato che «Hamas sta sfruttando la relativa calma per prepararsi ad un futuro conflitto».
Del resto, ci sono altri due episodi che lasciano pensare che tutto ciò sia parte di una strategia ben più ampia.
Il primo, accaduto nella notte tra lunedì e martedì, è consistito in due raid delle forze armate israeliane, uno nella città palestinese di Bani Zeid, vicino a Ramallah, l’altro vicino ad Attil, nella zona di Tulkarm: entrambi hanno portato alla scoperta di materiale da combattimento e armi da fuoco. Le forze dell’IDF hanno arrestato 27 palestinesi sospetti di coinvolgimento in attività terroristiche, e il comandante della polizia di Gerusalemme Yoram Halevy ha espresso la difficoltà di gestire casi di “lupi solitari”, caratteristica di questa “Intifada dei coltelli”: «[Il lupo solitario] decide quando, dove e come farlo. Tutto dipende dalla prontezza delle forze di polizia».
Per quanto riguarda il secondo, invece, si tratta dell’abbattimento – accaduto anch’esso martedì 20 – di un drone di Hamas da parte di un jet israeliano: l’oggetto, abbattuto sul confine della Striscia di Gaza, non aveva violato lo spazio aereo israeliano, e la decisione è stata presa a scopo preventivo, soprattutto sulla scorta degli eventi dei giorni precedenti. Le autorità hanno dichiarato che il drone avesse lo scopo di raccogliere informazioni sensibili dell’IDF, al fine di replicarne la tecnologia missilistica.
Il Coordinatore Speciale per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha condannato le violenze: «Riporto la posizione delle Nazioni Unite, ossia che non c’è giustificazione per il terrorismo e la violenza. Invoco le autorità di entrambi gli schieramenti a prendere misure per mantenere la calma ed evitare l’escalation di violenza, specialmente in vista del periodo delle festività ebraiche».