“Dal Romanticismo in poi, i grandi scrittori sono prigionieri che scuotono freneticamente le sbarre di quella gabbia che è diventato il mondo senza Dio”

Il Nietzsche del Sudamerica, Nicolas Gomez Davilà, con questa invettiva non solo ha racchiuso la principale linea interpretativa della civiltà occidentale, all’alba del nuovo mondo post Rivoluzione Francese, ma implicitamente ha saputo cogliere gli interpreti principali di questa battaglia: secolarizzazione e cristianesimo. Per l’Occidente, ormai, la secolarizzazione è divenuta sinonimo di democrazia; sintomo di questa nuova concezione culturale è la dottrina dei diritti umani, che ha assunto i connotati di una vera e propria “religione”.

“Diritti umani e cristianesimo” (2015), l’ultima monografia di Marcello Pera, prende le mosse da questo humus culturale per analizzare le contraddizioni intrinseche tra ideologia dei diritti, della ragione secolare e religione cristiana. Se nel 2008 Pera, con il suo saggio “Perché dobbiamo dirci cristiani”, considerava altissimo il debito che il liberalismo classico doveva pagare nei confronti del cristianesimo, con “Diritti umani e cristianesimo” prosegue, in maniera unitaria e coerente, la propria riflessione politico-filosofica: quale prezzo la dottrina cristiana deve pagare all’ideologia dei diritti? Il messaggio cristiano assecondando il mondo moderno, a partire dal Concilio Vaticano II, non ha fatto altro che sancire la propria subordinazione alla sfera secolare?

Per comprendere il nodo cruciale della questione dei diritti, l’unica via – anche se la meno battuta – da percorrere e attraversare è quella della dottrina dei doveri, intesa naturalmente nell’accezione cristiana. Con tale intuizione, Pera svela la chiave di volta del rapporto tra liberalismo e cristianesimo, e in particolar modo il grande fraintendimento che l’ideologia dei diritti ha portato nella dottrina cristiana dei doveri, giungendo a snaturarla quasi del tutto. I diritti umani sono una parte imprescindibile di un progetto di vita e civiltà che intende fare a meno di Dio, mentre i doveri cristiani portano ad una maggiore coesione comunitaria dei cittadini-credenti sotto la persona del Padre.

Il fondamento della dottrina liberale, pilastro a volte dimenticato delle nostre odierne democrazie, trova la sua attestazione più forte nella carta d’indipendenza americana (1776), all’interno della quale la libertà è definita come “un dono di Dio”: la libertà viene quindi definita nel suo fondamento come un dovere dell’uomo dinanzi a Dio. I diritti umani, invece, quale giustificazione possono portare di fronte al Tribunale secolare?

Certamente l’argomentazione più incontrovertibile, sostenuta dai grandi assertori della “religione” dei diritti umani, sarà la concezione di persona umana legata – utilizzando in questi termini una sorta di equazione – in maniera indissolubile al principio di dignità umana, tuttavia privato di ogni riferimento divino. L’uomo come immagine di Dio (“homo imago Dei“) non ha più alcuna ragion d’esistere nell’odierna dottrina dei diritti, anche se la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II ha cercato di portare avanti entrambe le soluzioni teoriche, tuttavia con notevoli contraddizioni di sistema.

cover“L’umanesimo integrale” di Maritain altro non è che lo scacco finale portato a termine dalla secolarizzazione, travestita sotto le sembianze dell’ideologia dei diritti, nei confronti del cristianesimo. Maritain, cercando di coniugare le istanze della dottrina cristiana con quelle del Secolo, ha formalizzato – secondo Pera – il principio secondo cui ogni persona umana è intrinsecamente detentrice di diritti. La Chiesa in questo modo, sulla scorta del pensiero di Maritain, ha legittimato – anche inconsapevolmente – il fenomeno dell’autofagia dei diritti umani. Caso esemplare nella storia italiana è stato il referendum abrogativo sull’aborto del 1981: una democrazia liberale come quella italiana schierata incondizionatamente nella difesa del diritto alla vita (sottolineo un diritto pre-politico), si è ritrovata con l’opinione pubblica del paese spaccata a metà tra abortisti e antiabortisti. Perfino un laico e progressista come Bobbio fu costretto a mettere in guardia l’intera opinione pubblica sul pericolo di una giurisdizionalizzazione dei diritti. Profonda convinzione di Bobbio è che i tanto citati diritti inalienabili non siano altro che diritti storico-politici. In ultima analisi qual è il fondamento della dottrina dei diritti umani? Una maggioranza parlamentare. Quest’ultima può decretarne la legittimità e la liceità e, di conseguenza, la sua supremazia. Le maggioranze parlamentari non sono che l’emblema del pensiero comune e del conformismo sociale dilagante, frutti rigogliosi del processo di secolarizzazione in atto della nostra civiltà.

La Chiesa come si è posta, di fronte a questo mutamento radicale della cultura dell’Occidente? A suo modo restando ingabbiata e per molti versi inglobata dal Secolo. “La Chiesa, in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani”. Questa è l’espressione usata dal Concilio Vaticano II, con cui dopo secoli di grande ostilità si è cercato di riaggiornare il messaggio cristiano, accantonando, forse drasticamente, la dottrina dei doveri, pilastro imprescindibile del sistema di pensiero cristiano-cattolico. La Chiesa, dal secondo Novecento in poi, ha scelto di assimilare il linguaggio della cultura secolare e allo stesso tempo, ha preteso di intrattenere con essa un dialogo e un rapporto proficuo, secondo i suoi criteri e le sue regole. La speranza fu quella di creare, sotto l’influsso universalmente riconosciuto di Jacques Maritain, un nuovo umanesimo tenuto a battesimo dal secolarismo. I moniti e le critiche dei papi dell’Ottocento contro i diritti umani erano un vago e lontano ricordo di una Chiesa ritenuta dall’opinione pubblica semplicisticamente come retrograda e oscurantista. Tale semplificazione preclude qualsiasi tentativo di analisi serio e rigoroso su questioni cruciali dal punto di vista dottrinale, ma soprattutto su una valutazione il più oggettiva possibile dei pontefici del secondo Ottocento: nella speranza di lasciarci definitivamente alle spalle etichette di comodo come quelle di “reazionari” oppure di “despoti” poco inclini ad abbondonare una volta per tutte lo scettro del potere.

La teoria dei diritti non sembra minimamente conciliabile con la dottrina cristiana, e questo è da attribuire al fatto che la dottrina dei diritti appartiene più alla storia temporale che alla storia escatologica della salvezza. Marcello Pera sottolinea come la scissione agostiniana tra città di Dio e città terrena risulti, in definitiva, ineludibile: il progetto escatologico cristiano non potrà mai coincidere con lo sviluppo particolare della storia e della civiltà umana. Sono due piani che s’incrociano ma che non combaciano. La Chiesa, pur di abbracciare il Secolo, è disposta a retrocedere dalle proprie posizioni, anche a costo di venir meno alla propria funzione originaria?

 Gian Marco Sperelli