È fresca di poche ore la decisione della Corte permanente Onu di arbitrato sulla Legge del Mare, secondo la quale le pretese cinesi su alcune isole del Mar cinese meridionale sono ingiustificate: il giudizio della Corte, che le cataloga come scogli (riducendo quindi la porzione di mare appartenente al paese che ne ha la sovranità), manda dunque un forte messaggio all’espansionismo aggressivo del gigante asiatico, che ovviamente rifiuta il pronunciamento.

Se però, all’Europa, questo sviluppo interessa indirettamente, ha una rilevanza ben maggiore un’altra decisione di una Corte amministrativa, quella egiziana, in merito ad una “questione insulare”.

Premessa: il 9 Aprile scorso, in occasione della visita al Cairo del re saudita Salman, il Governo egiziano ha annunciato un accordo con la monarchia del golfo, a coronamento di una trattativa di – stando alle dichiarazioni governative – ben sei anni. Oggetto dell’affare una quindicina di intese in materia di sviluppo ed energia, per un valore totale di svariati miliardi di dollari (tra i 16 e i 22, a seconda delle fonti) a disposizione del Governo di al-Sisi. Tra questi, quello che ha destato più scalpore è stata la cessione ai sauditi delle isole di Tiran e Sanafir, importanti per la loro posizione strategica situata all’ingresso del Golfo di Aqaba.

10562347213_633dcfe9e0_oEd ecco il fatto: l’operazione ha scatenato violentissime proteste popolari, represse con la forza dai militari e a cui sono seguiti più di 150 arresti, che denunciavano come illegittima la decisione unilaterale di ridisegnare i confini nazionali. Proprio su questo punto, un gruppo di avvocati ha fatto causa al Governo, motivando come incostituzionale l’operazione di al-Sisi: l’articolo 151 della Costituzione egiziana, infatti, stabilisce che ogni azione riguardante i confini nazionali debba passare dal Parlamento, oltre al fatto che è necessario un referendum popolare prima di qualsiasi decisione finale.

Ebbene, a grande sorpresa, la Corte Amministrativa del Consiglio di Stato ha dato ragione, il 21 Giugno, agli avvocati, annullando l’accordo: “L’accordo egiziano-saudita per ridisegnare i confini marittimi e le sue conseguenze circa il posizionamento di Tiran e Sanafir in acque saudite sono annullati. Le due isole restano all’interno dei territori egiziani e dei confini statali egiziani. Nelle due isole continuerà a vigere sovranità egiziana. È proibito cambiarne lo status in qualsiasi modo e per qualsiasi altro paese”.

Una presa di posizione netta, di fronte alla quale il Governo ha annunciato ricorso: in un comunicato del Primo Ministro si dice che verranno presentati tutti i documenti che dimostrano come le isole, disabitate, non appartengano all’Egitto, bensì alla stessa Arabia Saudita, che richiese tuttavia un intervento di militari egiziani nel 1950, in seguito al quale la monarchia saudita non si riappropriò mai del possesso fisico delle isole. Tesi tutta da dimostrare, dal punto di vista giuridico.

Ciò che interessa qui, invece, è dare un giudizio geopolitico, che consideri due dati: l’accordo e l’annullamento dello stesso.

In merito al primo, è doveroso far notare che tale cessione è spiegabile nel quadro dell’assestamento del mondo sunnita: l’attivismo saudita, rinnovato con l’ambizioso National Transformation Program, ha bisogno di espandere il controllo sugli alleati, e la drammatica necessità economica egiziana va a nozze con tale progetto. Da qui, l’ingente investimento in cambio di un hub strategico sia per la costruzione del “King Salman Bridge”, che collegherebbe l’Arabia con Sharm-el-Sheik, sia per il controllo del golfo di Aqaba, cruciale via commerciale; inoltre, tale controllo permette di aprire o meno le rotte verso la giordana Aqaba e l’israeliana Eilat: da registrare, a tal proposito, le dichiarazioni di Hanegbi, membro del partito israeliano Likud, che ha affermato che “noi abbiamo un interesse nell’approfondire la cooperazione con l’asse sunnita, che sta combattendo contro l’asse radicale guidato dall’Iran (quello sciita, ndr)”.

14088417459_b08bcf751a_oPer quanto riguarda il secondo, invece, desta sorpresa un tale atto di forza contro al-Sisi, soprattutto per la sua “pubblicità”. Se confermato, metterà il Presidente egiziano in grosse difficoltà sia da un punto di vista diplomatico, perdendo credibilità con l’alleato saudita, sia interno, in quanto la legge egiziana prevede l’ergastolo per gli ufficiali che negoziano con paesi esteri danneggiando l’interesse nazionale – motivo per cui l’accordo è stato firmato dal Primo Ministro: certo, sarebbe comunque un duro colpo alla “legittimità” di al-Sisi.

Se invece sarà l’accordo ad essere confermato, esso dovrà passare dal Parlamento, dove l’ampio supporto ad al-Sisi non lascia adito a dubbi circa una sua ratifica. Certo, in tal caso al-Sisi sarebbe ricordato come Awaad, protagonista di una canzone appartenente alla tradizione popolare egiziana, degno della vergogna collettiva per aver venduto la propria terra.

Giovanni Gazzoli