Il paese più giovane del mondo, nato solo 5 anni fa dopo una lunghissima lotta per l’indipendenza, non ha mai davvero visto sorgere il sole.

Il 9 luglio si erano fatti i preparativi per una modesta festa d’indipendenza. Ad agosto sarebbe passato solo un anno dall’armistizio che aveva posto fine, nell’estate del 2015, ad una lunga guerra civile che aveva lasciato sul campo più di 50.000 mortimilioni di sfollati e quasi 4 milioni di denutriti. Ma era l’epoca delle primavere arabe ed il sangue sudanese scorreva all’ombra dei media internazionali.

Nel gennaio del 2011 si spegnevano le ultime manifestazioni per lo storico referendum popolare che sanciva l’indipendenza del Sudan del Sud, con capitale Juba, dalla capitale del Nord, Karthoum, centro del governo di quello che sarebbe divenuto il Sudan del Nord. Il distacco aveva avuto luogo per via quasi consensuale, culmine di una situazione insostenibile, con il Sudan del Sud relegato tra i paesi più poveri al mondo, anche e soprattutto per il monopolio della rete di oleodotti da parte di Karthoum che privava la regione meridionale della risorsa che tutt’oggi costituisce il 99 % dell’export.

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Ma nel 2013, solo due anni dopo la tregua che aveva dato vita al 193° Stato delle Nazioni Unite, il pomo della discordia era caduto tra i due leader del paese, il presidente Salva Kiir ed il vicepresidente Riek Machar, rappresentanti di due etnie in conflitto, rispettivamente quella Dinka e la Nuer.

Di qui una nuova guerra fratricida per il potere, senza risparmiare le popolazioni civili, trucidate a seconda dell’etnia di appartenenza. L’armistizio di agosto aveva tutte le premesse per essere un castello di carte pronto a crollare al primo soffio. Machar era tornato in città con le sue truppe riacquistando il ruolo precedente e si cominciava a parlare di governo di unità nazionale, per portar fuori il paese neonato da una crisi che aveva avuto conseguenze devastanti sull’economia e sulla sussistenza della popolazione. La convivenza pacifica tra le diverse fazioni nella capitale è rimasta però sulla carta.

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Pochi giorni fa la gente di Juba ha risentito l’eco di un incubo che sembrava un po’ più lontano: spari, granate, elicotteri, fumo ovunque. E se l’ufficialità della riapertura delle ostilità non è ancora arrivata dai due leader, che anzi hanno annunciato lunedì un cessate il fuoco, si contano già 300 morti, tra cui 2 caschi blu cinesi dell’ONU abbattuti da un colpo di mortaio e diversi attacchi a sedi di ONG.

Una riapertura del conflitto avrebbe ripercussioni che vanno ben oltre la lotta civile interna al paese. Alle due fazioni infatti corrispondono alleanze che travalicano i confini del Sudan, in particolare l’Uganda per Kiir e l’Etiopia a protezione di Machar e del Sudan del Nord, da sempre vicino alle milizie rivoluzionarie: l’Africa Centrale rischierebbe di divenire una polveriera dalle conseguenze incerte. Nel frattempo, assieme alle speranze di vivere in un paese verso una transizione democratica e dalle enormi risorse economiche, hanno abbandonato Juba, su un aereo diretto verso il Vecchio Continente, 126 italiani ed altri cittadini UE che avevano chiesto aiuto.

Francesco Bechis