Il Ttip è il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Il trattato è in fase di negoziazione fra la Casa Bianca e Bruxelles, che stanno lavorando dal 2013 per raggiungere l’intesa finale. Il Ttip, la cui sigla sta precisamente per Transatlantic Trade and Investment Partnership, prevede la piena integrazione dei due mercati: la volontà è quella di favorire la crescita economica e maggiori flussi di investimenti per i paesi partecipanti.

Dall’altra parte ci sono gli scettici, che invitano a considerare il Ttip da un altro punto di vista. E proprio secondo loro il mercato che si verrebbe a creare non beneficerebbe affatto degli effetti dell’accordo; anzi accrescerebbe soltanto il potere delle multinazionali e avrebbe impatti negativi sul controllo dei mercati da parte dei governi, tanto che sono già partite le campagne di attivisti che vogliono fermare il Ttip e riconoscersi in slogan del tipo: “Le persone prima dei profitti”. E proprio gli scettici in questi giorni hanno motivo quantomeno di sorridere: la Brexit infatti ha messo in serio pericolo la realizzazione dell’accordo. Cerchiamo di capire il perché.

Gli inglesi erano certamente tra i maggiori sostenitori del Ttip. Ma dopo l’uscita di scena di Londra dall’Unione Europea, saranno Parigi e Berlino a condurre le trattative con Washington ed è qui che la situazione diviene quanto mai complessa. I francesi infatti non stravedono per questo accordo, ed è lo stesso premier Valls ad ammettere che il Ttip non fa gli interessi dell’Europa e a dichiarare che la Francia vigilerà perché non si realizzi un accordo di questo tipo. Chi invece ha sempre sostenuto il Ttip è l’Italia, che spinge per la realizzazione dell’accordo: il nostro Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda richiede a gran voce il Ttip per i suoi benefici e per le grandi opportunità che secondo lui garantirebbe. In questi giorni però, anche lui ha ammesso che il Ttip di questo passo non ci sarà a causa dei tempi dei negoziati troppo lunghi.

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Il problema pare infatti essere quello della finestra d’opportunità: il mandato di Obama scadrà a breve e, se anche il prossimo presidente degli Stati Uniti vorrà un accordo di questo tipo (diciamo che, per usare un eufemismo, sembra non essere una priorità dei due prossimi candidati alla Casa Bianca), bisognerà comunque ricominciare da capo con le trattative. Calcolando poi anche che dal 2017 inizierà in Europa una nuova tornata di elezioni che coinvolgerà a partire dall’anno successivo Italia e Germania, sembra che per il Ttip se ne dovrà riparlare pessimisticamente nel 2020. Fra pochi giorni ci sarà il quattordicesimo incontro tra le parti, diverse nella volontà americana di mettere alle strette l’Europa fino all’ultimo da una parte, ie nel lento e progressivo smussamento europeo per piccoli passi dall’altra.

Siamo alle solite: chi teme il populismo e chi teme l’isolazionismo, chi spinge per l’unificazione e chi per un distacco “nazionalista”. Metaforicamente parlando, visto che gli scettici fanno leva proprio su questo punto, siamo al confronto tra la massa e l’individuo. Chi non vuole il Ttip vuole liberarsi dalle multinazionali, dal potere lobbistico e dalla pressione che esercitano sulla politica. La schiavitù e l’appiattimento delle coscienze che si contrappongono alla volontà di migliorarsi da soli, nel sogno di “costruire se stessi”: ma il Ttip sembra essere un treno senza possibilità di sosta intermedia. Prevede solo due possibili arrivi: un paradiso infernale o un inferno paradisiaco.

La verità infatti è che qui come non mai, le due cose vanno di pari passo. Si potrebbe dire che il miglioramento economico, nell’ipotetico caso in cui ci fosse, sia direttamente proporzionale all’accrescimento del potere delle multinazionali. Invece in un’ottica diametralmente opposta, ovvero di fallimento dell’accordo, le multinazionali perderebbero almeno una parte del loro potere. È solo un’ipotesi, come lo sono gli studi che dimostrano gli effetti positivi e quelli negativi del Ttip e che pretendono di dimostrare l’indimostrabile.

Quello che si può dire senza problemi è solo questo: non c’è trattativa peggiore di quella che comincia solo per essere conclusa.

Simone Stellato