L’8 e 9 luglio si terrà a Varsavia il prossimo vertice NATO. Atteso da molti, vari saranno gli argomenti in agenda: la situazione dell’Europa dell’est ed il rapporto con la Russia, le minacce provenienti dal terrorismo, la riforma delle partnership politiche dell’alleanza ed il suo allargamento ed il dibattito sulle future strategie in tema di nucleare, cyber-security difesa antimissile. Altro tema di grande rilevanza potrebbe essere quello attinente alle crisi nel Mediterraneo.

Dopo le rassicurazioni agli alleati orientali avvenute (anche) grazie al più grande dispiegamento di forze verificatosi negli ultimi anni per mezzo delle esercitazioni “Anakonda 16” e “Baltops 16” di inizio mese, l’incontro si pone l’obiettivo principale, secondo fonti privilegiate, di passare dalla fase di deterrenza alla fase di dialogo con l’ex partner russo, proseguendo sul solco della strategia decisa al Summit del 2014 in Galles. Stoltenberg ha già fatto sapere che proporrà un nuovo Consiglio NATO-Russia subito dopo Varsavia.

Innegabile è infatti il clima di diffidenza e tensione, alimentato da motivazioni storiche, tra i paesi della c.d. “Nuova Europa” e la Russia. Clima che ormai da qualche anno ha reso lo scenario di conflitto armato non più inimmaginabile.

Su questa linea la richiesta di pochi giorni fa alla NATO del comandante dell’esercito estone, Generale Riho Terras, di inviare al Cremlino un segnale “che lo costringa a credere all’articolo 5, al fine di eliminare con fermezza la possibilità di un’azione militare contro i Paesi Baltici”.
Dal lato opposto però non sono mancate voci che hanno mosso critiche alla recente strategia della NATO, vedendo in essa una provocazione gratuita verso la Russia. Queste, provenienti per lo più dai paesi del centro-sud dell’Europa, hanno constatato che -per quanto colpevole- la Russia sia più un partner che un nemico e che in questa “Terza guerra mondiale a pezzi”. Ben altre minacce meritano la prioritaria attenzione, come quella proveniente dal terrorismo di matrice religiosa che continua a mietere vittime nel mondo.
Sul fronte Is infatti, nonostante le rassicuranti notizie giunte dall’Iraq dovute dalla conquista di Falluja, la situazione nel Nord Africa, probabile prossimo scenario di conflitto, resta ancora molta complessa, considerando che:

  • gli Stati Uniti, sempre più proiettati sulle sfide dell’oceano pacifico, da tempo sembrano procedere ad un progressivo disimpegno nel mediterraneo e, di certo, non prenderanno decisioni rilevanti di politica estera sino alla conclusione delle prossime elezioni presidenziali;
  • l’Europa, in piena crisi politica post Brexit, risulta ancora troppo divisa sulle singole priorità da perseguire e nei modi per farlo per pervenire ad un piano unitario realmente incisivo per affrontare la crisi dei migranti che attenta alla sua stabilità e credibilità;
  • la Turchia, nonostante sia talvolta apparsa come uno Stato concentrato esclusivamente sui propri interessi, sia di politica interna che di politica regionale – declinabili in una svolta “neo-ottomana” -, resta un alleato fondamentale. Da segnalare le recenti ed apparentemente contraddittorie dichiarazioni del ministro degli Affari esteri turco, con le quali Cavusoglu, prima ha immaginato un’apertura alla Russia – i rapporti tra i due Stati si sono molto distesi dopo la lettera di scuse di Erdogan a Putin che ha chiuso il contrasto apertosi con l’abbattimento del caccia russo nel novembre 2015 – per utilizzo della base di Incirlik, disponibile per “chiunque voglia cooperare” alla battaglia contro l’Is, salvo poi smentire.

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Tema rilevante sarà quindi quello della Cooperazione. Su questo fronte, indipendentemente da una reale prospettiva di ingresso, la NATO da sempre concorre attivamente ad avere rapporti positivi e prolifici con i propri partner strategici. Tra questi ad esempio l’Ucraina che, reduce dal 92 seminario Rose-Roth, ha iniziato un progressivo avvicinamento alla sfera di influenza atlantica.

Sul versante balcanico invece il Montenegro nel maggio 2016 ha firmato il protocollo di accesso all’alleanza atlantica -penultimo passo del processo di adesione – divenendo così, salvo sorprese, il 29 paese a farne parte, contribuendo ad un consolidamento dell’area, seguendo la via intrapresa da Albania e Croazia che nel 2009 firmaro il Patto Atlantico.

Queste decisioni ci segnalano che il processo di allargamento della NATO non è terminato e che dunque, in futuro, altri paesi potrebbero fare il loro ingresso nell’alleanza. La constatazione che due soggetti primari del diritto internazionali non dialoghino se non a parità di forza e la conseguente logica della deterrenza, hanno portato ad un incremento delle questioni politiche riguardanti gli armamenti. Nonostante la tragica ed inesorabile cultura pacifista che da decenni accompagna l’occidente – cosa che ha portato, oltre che il ridimensionamento della spesa militare degli stati membri al di sotto del 2% del PIL, la sottovalutazione della possibilità di un conflitto militare – sempre più nel mondo si respira un clima da rinnovata guerra fredda.

Problematico sin dalle precedenti elezioni russe, incentrate sul riarmo militare, il sistema di difesa dai missili balistici intercontinentali (Icbm) da sempre destra preoccupazioni a Putin che, nonostante le rassicurazioni ricevute, resta convinto che tali sistemi siano una minaccia per la Russia e che abbiano effetti di squilibrio sulla deterrenza nucleare.

Gli Stati Uniti, proseguendo nella loro strategia dichiarata di difesa dalle minacce provenienti da oriente, hanno recentemente inaugurato il sito dell’Aegis Ashore in Romania, preparandosi ad aggiungerne entro il 2018 uno analogo in Polonia. Questi, assieme ai sistemi navali ed alle basi presenti in Turchia, completeranno la linea di difesa dagli Icbm provenienti dall’est dell’area euro-atlantica.

Temi collegati saranno quelli legati alla lotta al cyberterrorismo, minaccia sempre più rilevante in un mondo tecnologizzato come il nostro, e quelli legati all’evoluzione delle armi nucleari trasportabili da droni – meno potenti, ma meno eludibili – , siano esse aeree o subacquee e sviluppate -a quanto sembri- da Cina, Russia e Stati Uniti.

Comprensibile quindi il perché si guardi con molto interesse al prossimo vertice di Varsavia, nonostante verosimilmente si tratterà di un incontro diretto al consolidamento delle politiche già intraprese e, tutt’al più, di programmazione sul breve-medio termine, proseguendo sul solco già tracciato in precedenza.

Interessante piuttosto sarà vedere a quali sfide si darà maggior risalto e se l’alleanza atlantica riuscirà a porsi verso queste con un’unica prospettiva, affrontandole così in maniera coesa, unitaria e decisa.

Valerio Gentili