Orlando, Florida. È la notte tra l’11 e il 12 giugno. Sono circa le 02:02 (ora locale) quando Omar Mateen imbracciando un fucile semiautomatico entra nel locale frequentato da gay “Pulse” e comincia a sparare. Venti minuti dopo l’uomo, mentre continua ad uccidere, chiama il 911 e giura fedeltà allo Stato Islamico. Alcuni agenti alle 05:00 inoltrate fanno irruzione nel locale e di lì a poco riescono ad uccidere il killer. Alla fine della nottata si contano 50 morti (compreso l’attentatore) e 53 feriti.

Una strage è sempre colma di interrogativi e questa, se possibile, lo è ancora di più. Nella questione stavolta s’intrecciano fili che sembrano paradossalmente scorrere su due binari paralleli. La pista terrorismo da un lato e quella omofoba dall’altro, da una parte l’odio per l’America e per il suo famigerato tentativo di esportazione della democrazia e dall’altra l’odio per la diversità. Il padre di Mateen ha dichiarato come suo figlio fosse omofobo, ma non un terrorista e ha dichiarato come suo figlio sia stato lui sì “usato e ucciso dai terroristi” (proprio il padre sembra essere un sostenitore dei talebani in Afghanistan). Sulla moglie dell’uomo invece proprio in queste ore stanno avanzando ombre inquietanti, in quanto è possibile che fosse a conoscenza delle intenzioni del marito. In soggetti così particolari è sempre complicato comprendere quanto la religione, l’integrazione nella società, la famiglia o altre componenti abbiano influito su una decisione così tragica, ma quello che è certo è che l’uomo era già stato segnalato all’Fbi dopo gli attentati di Boston del 2013. Mateen sognava il martirio ed è emerso in questi giorni successivi alla strage come guardasse video di propaganda dell’Isis e sognasse un Afghanistan libero dai bombardamenti americani. Proprio alcune testimonianze all’interno del locale hanno riferito che la volontà di Mateen era che gli Stati Uniti smettessero di bombardare il suo paese d’origine.

Inoltre l’opinione pubblica e la politica si scontrano su uno dei temi scottanti proprio durante questa campagna elettorale per le elezioni che contrappone Hillary Clinton e Donald Trump: la reperibilità delle armi. A quante stragi e a quante follie dovremo ancora assistere perché ci si convinca che una tale diffusione delle armi porti solo a queste tragedie? È stata proprio quella facilità a procurarsi un’arma che ha portato alcune persone a rinchiudersi nei bagni del locale nell’ultimo, umano, tentativo di salvare la propria vita, o forse dignità. Quella notte di festa, che ricorda quella del Bataclan di Parigi del 13 novembre scorso, si è trasformata in una notte di sangue. L’America ogni giorno si risveglia più vulnerabile.

Vigil_to_unite_in_the_wake_of_the_Orlando_Pulse_shooting_27358803690

E le domande di fronte a una tale tragedia insensata sono infinite. Quanto è difficile muoversi in mezzo a tutti questi moventi? Quante domande frullano nella testa di chi assiste per la prima volta all’annuncio di una notizia del genere? Quanto conta il senso di appartenenza in chi compie un atto così… definitivo? Ma soprattutto: perché? Le conclusioni sono amare: non ci sono risposte soddisfacenti, non ci sono e non ci saranno mai studi scientifici che dimostreranno quanto conti una certa cosa rispetto a un’altra. Quello che possiamo fare è cercare di partire da noi, dalla nostra società e tentare di non guardare sempre a “loro” agli “altri”: perché questa ennesima strage non prova nient’altro che alla fine chi ci rimette è sempre l’uomo.

Ma la cosa sconcertante che questa strage ci fa notare, ancor più di altre, è che per ogni attentato che passa è come se noi… ci annoiassimo. Quando le stragi si susseguono una dopo l’altra, la prima viene condivisa in tutto il mondo sia dalla politica che dal popolo, la seconda attecchisce di meno sulle nostre coscienze, la terza ancora meno e così via. E l’abitudine sopravviene sulla paura, le consuetudini sulle lacrime, e la società viziata in cui viviamo continua a nutrirsi delle sue stesse colpe, autoalimentandosi. E quello che si scopre, purtroppo, è che non c’è umanità nella massa che piange i morti. Chissà se stavolta dire “je suis gay” risulta più difficile che dire “je suis Charlie”.

Simone Stellato