A pochi giorni dalla celebrazione dei sessant’anni dei Trattati di Roma, pubblichiamo un’intervista di gennaio alla regista Liliana Cavani, David di Donatello alla carriera, che ci racconta il suo sceneggiato RAI su uno dei padri fondatori dell’Unione Europea: Alcide De Gasperi.


D: Dottoressa Cavani, lei ha girato uno sceneggiato RAI su De Gasperi intitolato “De Gasperi: l’uomo della speranza”: da dove nasce l’esigenza di approfondire la storia del fondatore della DC?

R: Nel 1965 avevo girato un documentario che si chiama La donna nella resistenza: moltissime delle donne toscane, lombarde, emiliane e venete che ho intervistato erano cattoliche. Quando ho girato quel documentario mi sono resa conto che c’è stato un ruolo dei cattolici nella resistenza, forse numericamente inferiore, ma certamente notevole, che è stato poco raccontato.

La resistenza fu anche resistenza cattolica, molto più di quanto non sia stata resa nota. Nel mio paese ad esempio, a Carpi, c’è stato un movimento partigiano cattolico molto importante. Lì viveva il padre di una mia amica di scuola, Odoardo Focherini, che lavorava in un giornale cattolico a Bologna. Ha salvato più di cento ebrei, è morto ad Auschwitz ed è stato dichiarato un giusto dallo Yad Vashem. Nelle successive amministrazioni comuniste a Carpi non ci fu nessun impegno particolare per onorare un uomo così.

Per questo ho voluto raccontare De Gasperi: lui portò avanti il movimento fondato da don Sturzo e fu l’esempio più chiaro di come i cattolici fossero profondamente impegnati nella società. De Gasperi è stato veramente uno dei capi di governo più grandi d’Europa, con una vita fatta di alti e bassi determinati dalla sua visione del mondo, una visione giusta e bella. Credo che abbia sempre ricevuto molto poco in compenso.

D: Per questo ha deciso di produrre il suo film per la RAI. Come è andata?

R: Quando io ho ricostruito la storia di De Gasperi, la RAI non lo voleva neanche trasmettere, non si decidevano a farlo. Io allora conoscevo il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che ci diede senza problemi il permesso di farlo vedere in un’aula del parlamento. Solamente quando decidemmo di proiettarlo alla Camera dei Deputati la RAI si decise a trasmetterlo.

D: Ci sono state difficoltà durante le riprese, magari nella ricostruzione di alcuni episodi storici?

R: No, niente di tutto questo. Maria Romana De Gasperi è stata disponibilissima, in pratica le abbiamo smontato casa a Sella Valsugana (ride). È stata un’esperienza molto utile per tutto il cast. Ricordo ancora la scena finale girata in quella casa, quando De Gasperi muore disteso sul letto circondato dalle figlie. Era finzione ovviamente, eppure girando il film ci eravamo affezionati al personaggio di De Gasperi: eravamo tutti commossi e la troupe piangeva.

D: Un uomo di un altro tempo..

R: Di un altro tempo secondo me non si può dire. Aveva una visione politica di un altro tempo, ma nel senso di un tempo che ancora doveva venire. Non tutti i suoi compagni di partito la avevano compresa. Molti di questi uomini della Democrazia Cristiana erano entrati nel partito senza averne compreso l’anima.

D: Lei ha detto che De Gasperi è un politico immeritatamente dimenticato. C’è una frase che disse il repubblicano Pacciardi sulla morte di De Gasperi e che è emblematica a riguardo: “Gli uomini come De Gasperi l’Italia non li ama. L’Italia ama Garibaldi ma non Mazzini, ama D’Annunzio ma non Croce”. Secondo lei è vero che l’Italia non ha amato De Gasperi?

R: No, assolutamente. L’Italia ha amato moltissimo De Gasperi. È vero però che la sua figura non è stata raccontata a sufficienza dai media. Io l’ho conosciuto attraverso alcuni testi e le testimonianze e mi sono posta il problema: come è possibile? Io credo che neanche la DC, il suo stesso partito, abbia difeso e valorizzato abbastanza la sua immagine.

D: Lei crede che in quegli anni si è lasciata in mano alla sinistra la sfida della cultura?

R: Sì, o quanto meno la sfida della comunicazione culturale. Non era però la sinistra che immaginiamo oggi, anche io ero di sinistra, ma non ero di certo iscritta al Partito Comunista.

Quando io ho iniziato da giovane a lavorare e a fare il mio mestiere non capivano se fossi cattolica o comunista. All’epoca c’era questa abitudine di dover etichettare le persone. Io vengo da una famiglia atea, ma anche le persone che non vanno in Chiesa possono avere una morale o un’etica, fondata non tanto sul Vangelo quanto su un’educazione civica, ma pur sempre valida. Io il primo film su San Francesco l’ho fatto nel 1965: colpì perché avevo descritto anche il lato della visione sociale di Francesco, e non solo quello del lupo e degli uccellini. Allora mi definirono “cattolica di sinistra”: bisognava dare a tutti i costi un’etichetta. Se non ero comunista, qualcosa dovevo essere per forza. Adesso le cose sono cambiate, per fortuna caduto il muro di Berlino sono cadute anche certe vecchie categorie.

D: Alcuni storici hanno ipotizzato che De Gasperi stesso in qualche modo sperasse in un’alternanza tra la Democrazia Cristiana e la parte sana della sinistra italiana, sull’esempio di altri partiti socialdemocratici europei.

R: È un peccato che non sia successo. Io credo che in quegli anni la Chiesa stessa abbia perso una grande occasione, quella di aprire un dialogo con quella parte della sinistra che non era eterodiretta dall’Unione Sovietica. Per De Gasperi le difficoltà di vincere la sfida culturale erano evidenti: mentre Togliatti alle sue spalle aveva un grosso partito che lo sosteneva, lui doveva fare i conti con un partito diviso in correnti, spesso debole nella propaganda e nella stampa, e con una parte della Chiesa Cattolica che non lo sosteneva.

D: A proposito, nel suo film lei ha dedicato diversi minuti all’episodio dell’Operazione Sturzo: alle amministrative di Roma del 1952 una parte della Chiesa fa pressioni su De Gasperi affinché si allei con le destre nella lotta ai comunisti. In particolare lei ha rappresentato il momento in cui padre Riccardo Lombardi, famosissimo sacerdote e predicatore dell’epoca, si reca a Castel Gandolfo per chiedere alla moglie di De Gasperi, Francesca Romani, di convincere il marito a fare un’alleanza con le destre..

R: Di padre Lombardi mi ricordo, quando ero bambina c’era questo sacerdote che andava in giro a dire alla gente chi doveva votare. Io credo che con questa ingerenza in politica della Chiesa e delle destre nel dopoguerra l’Italia abbia perso delle occasioni importanti per l’ammodernamento civile, ideologico e culturale. Quel che è sicuro è che quelle destre non rappresentavano la parte migliore del paese. De Gasperi mi sembra abbia avuto in vita due tipi di nemici. I primi erano i suoi avversari espliciti, e dunque soprattutto i comunisti che dipendevano dall’Unione Sovietica. I secondi provenivano invece da quella parte di Chiesa conservatrice e di destra. Io credo che chiunque conosca la figura De Gasperi e guardi le sue carte, che sia per una ricerca, un documentario o per fare un film, non possa che dire grazie a quest’uomo per quello che ha fatto, per come ha resistito a certe pressioni.

D: Cosa l’ha colpita di più di De Gasperi?

R: La cosa più bella di De Gasperi, che credo abbiamo sottolineato nel film, è che lui non era solo un intellettuale, era anche un marito, un padre di famiglia. Quando abbiamo cercato di mettere in risalto questo suo aspetto, sua figlia, Maria Romana De Gasperi, è stata molto collaborativa, ci ha aiutato a ricostruire il lato umano del personaggio. Lei ha scritto un libro molto bello e secondo me molto importante sul quale mi sono basata per il film: De Gasperi uomo solo.

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Alcide De Gasperi (Fabrizio Gifuni) con la moglie Francesca Romani (Sonia Bergamasco) nello sceneggiato RAI “De Gasperi: l’uomo della speranza

 

D: Noi ragazzi della Fondazione De Gasperi abbiamo conosciuto la signora Maria Romana. Quel che ci ha colpito è la sua scelta di una vita di testimonianza, della sua voglia di attualizzare e rendere viva la figura del padre. I ragazzi e i giovani oggi non sono attratti tanto dalla storia di un uomo che è scomparso più di sessant’anni fa, o almeno non solo da quello. Ciò che invece può attrarli è un’idea di politica, di servizio per il Paese, di giustizia sociale che ha ancora molto da dire oggi. Questa idea di giustizia si può provare a recuperare in politica, anche se non è facile..

R: È vero, non è facile purtroppo. Io credo che oggi la gente, soprattutto ora che abbiamo questo Papa, si sia rassegnata a pensare che tutto ciò che riguarda il sociale lo debba raccontare il Papa e che di questo i politici non se ne occupino. In De Gasperi invece c’era chiarissima una visione della società, di come sarebbe dovuta essere, di una ricchezza più equa. De Gasperi considerava i bisogni sociali come un’inevitabile necessità, era veramente un politico a tutto tondo. Oggi invece spesso si pensa che di tutto ciò che riguarda il sociale se ne debbano occupare solamente il Papa, i sacerdoti, le associazioni di volontariato che servono da mangiare alle mense. Mi sembra che in America questa sensibilità ci sia di più, il Presidente stesso si occupa più delle questioni sociali, penso all’Obama Care per quanto riguarda la sanità. De Gasperi sapeva che politica significa amministrazione del Bene: e Bene Comune significa prima di tutto istruzione, sanità, infrastrutture. In questo credo che lui fosse davvero moderno, mentre oggi spesso si delegano ad altri queste funzioni politiche. Ci sono dei deputati e dei senatori che stanno in Parlamento da cinque o sei mandati, che non si sono mai occupati di questi problemi e nemmeno li conoscono.

D: In conclusione, da questo film ha ricevuto più soddisfazioni o delusioni?

R: Quel che so è che chi l’ha visto è rimasto contento. Sicuramente ne è valsa la pena, perché forse siamo riusciti a fare un po’ di luce su un pezzo di storia del mondo cattolico che è stato molto se non del tutto trascurato. Secondo me era doveroso raccontare la storia di De Gasperi, non fosse altro per rivendicare il padre di quella mia amica che è morto ad Auschwitz, per il ricordo di questa mia amica e dei fratelli che io ho conosciuto, e di tutti quei cattolici che hanno dato un grande contributo alla rinascita del nostro paese e che non hanno visto riconosciuti i propri meriti.