“Who do I call if I call Europe?”: Così negli anni ’70 Henry Kissinger, allora Segretario di Stato Usa, manifestava la frustrazione di non poter avere nel Vecchio Continente un interlocutore unico e affidabile a livello diplomatico. Oggi, a provare a chiamare la Libia, non si sa quale numero comporre, e quando anche se ne trovi uno, probabilmente sarà occupato in un’altra chiamata. Da quando, due anni fa, la seconda guerra civile ha spento ogni speranza di una stabilizzazione dell’area, non c’è un esecutivo che possa vantare un controllo effettivo sul paese. Ma cerchiamo di ripercorrere insieme i punti più critici.

Risiko – Due oggi sono i personaggi chiave dello scenario libico: Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj. Percorsi e personalità che non si sono mai incrociati, e che pure hanno fatto entrambi tappa nel regime di Muhammar Gheddafi. Haftar, prima di trasferirsi in America per ben 20 anni, ne era stato uno dei comandanti nella guerra con il Ciad; al-Sarraj aveva ricoperto alcuni incarichi ministeriali. Poi nel 2011 le strade si dividono. Haftar torna in patria ed entra nello Stato Maggiore del nuovo governo Islamista, per poi dichiararne la sospensione e dare inizio con i suoi uomini alla lotta alle milizie jihadiste nel paese. Da febbraio 2015 è Capo di Stato maggiore del governo di Tobruk.

Esattamente un anno fa al-Sarraj viene incaricato dall’ONU di formare un governo di unità nazionale che ottenga il voto favorevole dei due parlamenti di Tripoli e Tobruk. Ma la lotta ad un nemico comune, le milizie dell’ISIS arroccate nelle città di Derna e Sirte, non basta a cementare tra le due parti un’alleanza abbastanza solida per prospettare un governo unico. Il parlamento di Tobruk non viene riconosciuto dalla comunità internazionale, con alcune significative eccezioni. In primis l’Egitto di Al-Sisi, alleato del generale Haftar nella lotta contro le milizie islamiche di Derna. Più velatamente poi c’è la Russia di Putin, che in questi giorni ha smentito le notizie circolate nei media internazionali di aiuti militari forniti agli uomini di Haftar.

Jihad libica – Se lo scacchiere delle forze schierate contro i fondamentalisti è di difficile lettura, quello delle forze jihadiste, se possibile, è molto più intricato. L’ISIS ne costituisce la parte più massiccia: ad ingrossarne le fila, molti degli ex lealisti di Gheddafi. È riuscito a conquistare roccaforti del calibro di Sirte e a difenderle con pochi uomini (donne comprese) infliggendo gravi perdite al nemico. Ma non è l’unica pedina in gioco: ai miliziani fedeli al Califfo si aggiungono diverse altre formazioni, alcune legate ad Al Qaeda, altre formate da ex ribelli in conflitto con Haftar, come Ansar al-Sharia, nata nel 2012.

La situazione oggi – Gli accordi firmati in Marocco a Skhirat nel dicembre 2015 sancivano la nascita del nuovo governo di unità nazionale, insediatosi a fine marzo del 2016, senza però ottenere la fiducia del parlamento di Tobruk. Haftar è un personaggio scomodo e gran parte della coalizione occidentale ne farebbe volentieri a meno. Ma ad oggi non si può cercare una soluzione di unità senza di lui per almeno tre validi motivi. Perché esercita un enorme influenza sulla Camera dei Rappresentanti, perché dispone di una milizia di almeno 20.000 uomini e del controllo della Cirenaica, e ultimo, ma non per importanza, perché da inizio settembre ha occupato quattro porti petroliferi cruciali per l’esportazione del greggio, togliendoli alla gestione del governo di unità nazionale. Esportazione che dalla caduta di Gheddafi è caduta vertiginosamente (da più di un milione e mezzo di barili a circa 200.000) e che ora il generale promette di far ripartire.

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Sarraj ha annunciato ripercussioni. Ma la credibilità del suo governo non gli permette di usare il pugno duro. Le sue forze militari sono attaccate alla spina del supporto occidentale. Per cacciare da Sirte l’ISIS ci sono voluti mesi e mesi di guerriglia estenuante, per di più in superiorità numerica e con l’aiuto dei raid americani: oggi i miliziani controllano ancora un quartiere della città con un pugno di cecchini.

In un’intervista al quotidiano panarabo Asharq al-Awsat Sarraj ha dichiarato di non voler precludere nessuno dal nuovo governo e di avere avuto un incontro con Haftar. Punto di attrito in particolare il ruolo dell’esercito nella formazione del nuovo esecutivo. Il generale ha risposto dal canto suo che il paese non riconoscerà parlamenti al di fuori di quello di Tobruk e che alla Libia serve un leader di alta esperienza militare. Il progetto di una nuova costituzione sembra ora pura utopia. Quel che è certo è che se la Libia ricadesse in una nuova estenuante guerra civile i primi a trarne vantaggio sarebbero i miliziani dell’ISIS. Tra Sirte e la Sicilia ci sono poco meno di 200 miglia marine: non sorprende che la stabilità politica ed economica dello scacchiere libico sia un’assoluta priorità per l’Unione Europea.

Francesco Bechis