La difesa europea rimane una seria prerogativa comunitaria, recentemente è stata richiamata anche dal Presidente francese Macron. Lo storico Matteo Gerlini spiega ai microfoni della Fondazione De Gasperi il progetto della Comunità Europea di Difesa (CED) nel contesto dell’integrazione europea.

In che contesto nasce la proposta di istituzione della CED?
La proposta si pone nel 1950 in un contesto europeo segnato dalla Guerra Fredda e dai problemi del dopoguerra, in particolare rispetto alla linea difensiva da tracciare contro una temuta invasione sovietica, considerato il precedente della Guerra di Corea. Essa nasce in uno scenario politico e strategico assai dinamico, in cui i piani strategici della NATO vedevano con difficoltà la tenuta di una linea difensiva lungo il Reno, attestandosi su alcune teste di ponte in Francia. Il rischio poteva essere levatore di una pace fra gli Stati Europei: condividendo la difesa creando delle forze armate comuni, si concretizzava quell’ideale europeo che animava De Gasperi.

Senz’altro nell’ottica dei padri fondatori dell’Europa era centrale il tema dell’integrazione, ma quali erano i concreti motivi che ponevano la necessità di una comunità di difesa?
La CED doveva rispondere ad altre due esigenze politico-strategiche logicamente connesse con la difesa dell’Europa occidentale dalla minaccia sovietica. Essa doveva infatti controllare il rischio insito nel riarmo della Repubblica federale tedesca, la cui ricostituzione delle forze armate era imprescindibile per porre la linea difensiva lungo il fiume Elba, dunque per allontanare il primo fronte dal territorio francese e del Benelux; l’ovvio rischio era la ripresa di una spinta egemonica tedesca. L’altra esigenza era il mantenimento di un impegno americano in Europa, cioè il distaccamento di forze permanenti in tempo di pace sul continente. Gli americani accettarono il maggiore impegno in Europa, aumentando in modo consistente la loro presenza militare, formando una forza alleata integrata di cui avrebbero assunto il comando, ma gli europei dovevano accettare la partecipazione alle forze integrate di dieci divisioni della Germania federale. Il primo ministro francese René Pleven propose un piano che prese il suo nome, in cui sostanzialmente si applicava il modello della comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) alla difesa comune europea.

La realizzazione tanto auspicata poi fallì, cosa conseguì al suo fallimento?
Le discussioni furono ovviamente assai più difficili, essendo le forze armate ben più rilevati per la sovranità degli stati rispetto al settore carbosiderurgico, e infine la CED fallì nel 1954 quando l’assemblea nazionale francese respinse l’approvazione della versione finale del trattato. A un mese dalla bocciatura della CED il tema della difesa Comune europea fu ripreso discutendo l’ampliamento del Patto di Bruxelles, stretto nel 1948 da Regno Unito, Francia e Benelux, da cui sarebbe nata l’Unione Europea Occidentale (UEO). La Repubblica Federale Tedesca aderì all’organizzazione, che ne permise il riarmo; ovviamente anche l’Italia entrò nella UEO, che seguì i successivi allargamenti delle comunità europee pur rimanendone distinta. Questo dal punto di vista politico. Da quello strategico la NATO rappresentò il consesso difensivo dell’Europa occidentale, un consesso volutamente transatlantico.

Quindi per ciò che riguarda la difesa la Nato riuscì pienamente a colmare quel vuoto lasciato dalla CED ma sotto il punto di vista dell’integrazione rimanevano spaventose criticità. Quali erano e come si lavoro per risolverle?
L’Europa come progetto è nata per rispondere alle tensioni che attraversavano il continente secondo le faglie degli interessi nazionali confliggenti. L’angolazione economica fu privilegiato perché permetteva una certa gradualità di approccio: il precedente della CECA (la prima forma di mercato comune realizzata in Europa) che aveva visto la condivisione di risorse come il carbone e l’acciaio, il cui controllo aveva innescato in passato sanguinosi conflitti. Nonostante il modello non fosse riuscito a risolvere il problema della difesa, esso venne ripreso per proseguire l’integrazione europea.

E come si diede corpo a questa grande idea, a questo grande processo di integrazione che porta fino ai nostri giorni?
L’approccio che informò la gestione comunitaria del carbone e l’acciaio (risorse del passato e del presente) venne applicato all’energia atomica (la risorsa del futuro), che necessitava per la sua realizzazione di una programmazione e di uno sforzo comune, dacché i singoli stati non potevano sviluppare pienamente tale tecnologia. Si arrivò così alla firma dei Trattati di Roma del 1957 con i quali nacque la Comunità Economica Europea (CEE) e la CEEA (Comunità Europea dell’energia atomica) la quale costituì fondamentale presupposto per la nascita del grande mercato comune. La CEEA per la prima volta vedeva impegnati gli stati nella condivisione di professionisti, di programmi, di investimenti in ricerca; molto più della CEE parve rappresentare il primo passo per una vera integrazione, che da economica poteva aspirare a divenire pienamente politica.

La questione della difesa europea rimane dunque una questione aperta?
Senz’altro la questione della difesa europea rimane una questione aperta, seppur il contesto storico e notevolmente mutato. Oggi non si pone una minaccia russa in termini analoghi a quella che era stata l’Unione Sovietica, e nemmeno lontanamente una minaccia militare tedesca. La Nato continua a garantire la difesa del continente riunificato, ampliando la dottrina ai cinque spazi della difesa: non più solo terra, aria, acqua, ma anche spazio satellitare e cyberspazio). Ciò ci fa riflettere su quanto le esigenze della difesa siano cambiate dai tempi della CED; nondimeno la difesa comune resta un passaggio necessario nel progetto dell’Unione Europea e di una integrazione dei suoi popoli.

Rimangono comunque dubbi sulla sua fattibilità?
La cooperazione militare in ambito europeo ha raggiunto notevoli progressi. Questo è simbolo di come gli stati prediligano lo strumento della cooperazione, il quale non vede sminuita la sovranità, piuttosto che quello di una comune difesa dove l’interesse nazionale cede a quello sovranazionale e dove la condivisione può risultare contrastante. Basti pensare ai limiti dell’intelligence europea, data dalla difficoltà nella condivisione di informazioni da parte di apparati nazionali come i servizi di sicurezza. I grandi progetti ideali devono fare i conti con la realtà, dunque devono trovare trovare risposte e alternative adatte alle situazioni concrete, come si evince dall’esperienza storica.

Michelangelo Di Castro, Comitato scientifico junior Fondazione De Gasperi