Oltre 40 milioni di elettori ed un nome: Hassan Rouhani. L’Iran ha scelto un clerico moderato per la guida del Paese e non era per nulla scontato. Già, perché il risultato delle elezioni è stato incerto sino all’ultimo e il confronto fra i due competitors, Rouhani appoggiato dai moderati da una parte e Raisi con i più conservatori dall’altra, è stato tra i più aspri di sempre.

I toni della campagna di Raisi, infatti, sono stati molto forti ed erano tesi a denigrare e screditare i precedenti quattro anni di governo Rouhani. Dipinto dai conservatori iraniani come una Presidenza inefficace e debole, Raisi ha voluto mostrare agli elettori gli insuccessi del governo del clerico moderato: alti tassi di disoccupazione, povertà rurale e, per lunghi tratti, antagonista ai dettami islamici. I fedeli di Raisi, certamente, non hanno perdonato ai moderati di essersi seduti al tavolo con gli Stati Uniti e di essersi piegati alle decisioni del nemico. Il programma conservatore voleva, dunque, staccarsi dalla Presidenza precedente promuovendo un ritorno al passato: islamismo, anti-capitalismo e linea dura con l’Occidente. Una ricetta intransigente già vista e che ha portato al raffreddamento delle relazioni internazionali con il serio rischio di un confronto, anche nucleare, con Israele e USA. Ricetta che comunque ha attirato il sostegno dell’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell’Iran e in grado di spostare molti voti soprattutto fra gli indecisi.

Nel campo moderato, invece, i temi erano diversi e si respirava un vento nuovo, riformista: giovani, donne e clerici, insieme, hanno, a più volte, richiesto l’apertura ad ovest e una riforma economica. Tutto questo sotto la guida di Rouhani, espressione della Teheran nord: ricca, borghese e giovane. Nei molti eventi organizzati, i discorsi di Rouhani non sembravano quelli di un clerico 68enne espressione della borghesia cittadina, ma quelli di un giovane outsider stanco del giogo delle élite. “Vogliamo la libertà di stampa, la libertà di associazione e la libertà di pensiero” così Rouhani aveva chiuso il suo discorso allo stadio Azadi nella capitale iraniana di fronte a più di 10.000 sostenitori.

Il popolo viola, dai colori scelti per la campagna politica dell’incumbent, è fatto di molti giovani e donne che hanno scelto il loro leader che vuole riformare l’Iran, di nuovo. Dialogare con l’America, dire la sua nella questione siriana, diventare il key player della regione: questi sono gli obiettivi di Rouhani, l’uomo che ha intercettato il voto di molti e che è riuscito ad opporsi all’avanzata religiosa di Raisi, forte dell’appoggio della Guardia rivoluzionaria e dell’Ayatollah Khamenei.

La partita non è facile, soprattutto ora che Trump dalla vicina Arabia Saudita tuona contro la “maligna influenza iraniana” e il potere della Guida Suprema Khamenei, al quale spetta, secondo l’ordinamento iraniano, l’ultima parola su tutte le decisioni politiche, soprattutto quelle in politica estera. Come negli scacchi, certe partite possono essere molto lunghe e snervanti e certamente sarà così per la partita nel riformare l’Iran che non può permettersi, ora più che mai, di uscire dal panorama internazionale, lasciando il ruolo di egemone regionale agli ingombranti sauditi. La scacchiera è allestita da tempo e, forse, ora l’Iran è pronto a riformarsi e, nell’attesa che le sanzioni vengano cancellate, aprirsi economicamente al mondo intero. Occidente compreso.

Nicola Bressan